Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 

Per anni il capitalismo italiano è rimasto prigioniero della stessa fotografia. Giuliano Amato la chiamò la «foresta pietrificata», una definizione diventata iconica. Ora però, con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, la foresta si rimette in movimento. Quella lanciata dalla banca di Ca’ de Sass non è infatti una semplice operazione di mercato, ma il segnale che il risiko bancario ha smesso di essere una faccenda di condominio. La partita ora si gioca su un tavolo europeo, dove i confini contano meno delle dimensioni e il peso si misura sulla capacità di raccogliere risparmio, finanziare imprese e competere con gruppi che ragionano su scala globale. 

Si invocano sovranità o mercato alla bisogna

Il paradosso è che mentre le banche cambiano pelle, una parte della politica e delle istituzioni continua a osservare il fenomeno con categorie che appartengono al secolo scorso. Si invoca la sovranità quando il compratore parla straniero e il mercato quando fa comodo. Intanto si scoprono problemi che fino al giorno prima nessuno vedeva. L’Antitrust ne offre un esempio curioso. Nel 2018 escluse che Mediobanca esercitasse il controllo sulle Assicurazioni Generali. Oggi sembra invece pronta a leggere nell’operazione di Intesa un’influenza che allora non esisteva. Il 13 per cento di Generali è sempre lì e l’ad Carlo Messina ha specificato di considerarlo un investimento, non una leva di comando. Se il principio è cambiato, sarebbe utile capire quando. Anche perché, nello stesso momento, il quasi 30 per cento detenuto da Crédit Agricole in Banco Bpm sembra suscitare un interesse decisamente più tiepido. Evidentemente anche la concorrenza conosce le sue geometrie variabili. 

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Carlo Messina (Imagoeconomica).

Le mire di Crédit Agricole

Ed è proprio la banca francese il convitato di pietra di questa stagione. Mentre il dibattito guarda altrove, Crédit Agricole continua a occupare posizioni. Banco Bpm è solo il tassello più visibile. Sul suo tavolo ci sono anche Banca del Mezzogiorno e la Cassa di Risparmio di Orvieto. Tutto legittimo, un po’ meno accorgersene soltanto quando conviene. Il golden power dovrebbe essere una regola. Da noi rischia di diventare uno stato d’animo. 

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Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Generali continua a rappresentare un caso unico

In questo quadro Generali continua a rappresentare un caso quasi unico. Enrico Cuccia diceva che se era caduto l’Impero romano poteva cadere anche Mediobanca, ma non il Leone di Trieste. Oggi attorno alla compagnia convivono Mediobanca, Delfin, Caltagirone, Benetton, Intesa. Nessuno comanda davvero, e forse è proprio questo il suo valore. In un capitalismo sempre più concentrato, Generali resta una delle poche grandi istituzioni che non possono essere ricondotte al progetto di un solo azionista. 

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Il logo di Generali (Imagoeconomica).

La trasformazione di Mediobanca e di Mps

Anche Mediobanca, del resto, è chiamata a prendere atto che il proprio mestiere è cambiato. Per decenni è stata la regia del capitalismo italiano. Oggi quel capitalismo non esiste più. Non perché siano spariti gli interessi, ma perché hanno cambiato indirizzo. Alberto Nagel, l’ex ad, aveva intuito per tempo che il futuro passa dal risparmio gestito più che dai vecchi salotti finanziari. L’offerta di Intesa accelera questa trasformazione e, paradossalmente, potrebbe rafforzare Mediobanca proprio costringendola a concentrarsi su ciò che sa fare meglio. Quanto a Monte dei Paschi, forse è arrivato il momento di liberarla dalla nostalgia. Luigi Lovaglio ha restituito dignità a una banca che molti consideravano definitivamente perduta. Pensare che possa continuare a vivere come banca della città significa non avere capito che il mercato europeo non concede più rendite sentimentali.  

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Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

UniCredit e il muro di Berlino

Lo stesso vale per UniCredit. L’ad Andrea Orcel non ha incontrato Giancarlo Giorgetti, come pure è stato fatto circolare. I rapporti con il governo sono meno tesi di un anno fa. In Germania, invece, Berlino continua a opporsi all’operazione Commerzbank. È il segno che gli interessi nazionali non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato scala. Il credito europeo è ormai un sistema integrato nel quale gli interessi nazionali continueranno a esistere, ma dovranno imparare a convivere con quelli industriali. La politica può accompagnare questo processo, non fermarlo. 

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Andrea Orcel (Imagoeconomica).

È qui che si misura davvero la sovranità economica. Non nel guardare alla nazionalità dei passaporti di chi siede nei consigli di amministrazione, ma nel costruire gruppi abbastanza forti da non diventare essi stessi terreno di conquista. Per anni si è detto che il capitalismo italiano era immobile. Adesso che finalmente si muove, c’è già chi prova a fermarlo di nuovo.