Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta

Alla fine della giornata, il conto di Leonardo Maria Del Vecchio è impietoso. Trasferimento delle sue quote nel veicolo personale: due voti su otto. Il suo uomo Marco Talarico, candidato a sorvegliare i conti della cassaforte: bocciato. La diffida per tenere il fratellastro Rocco Basilico fuori dall’assemblea: respinta dal board. Il dividendo che gli serviva per fare cassa: bloccato. Nessuna delle sue partite è passata, e i colpi sono arrivati da ogni lato del tavolo.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Rocco Basilico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa).

Il muro dell’unanimità ha respinto il trasferimento delle quote

Ogni meccanismo dentro l’assemblea dei soci di Delfin ha finito per ritorcersi contro di lui. I fratelli che frenano la successione, Luca, Clemente e Paola, lo hanno fermato sui dividendi, con Clemente nel ruolo di ago della bilancia che avevamo segnalato come l’incognita vera. Il muro dell’unanimità, costruito dal padre proprio contro le ambizioni di un singolo erede, ha respinto il trasferimento delle quote. E qui c’è il dato che pesa più di tutti: la sua richiesta personale ha raccolto due voti, meno dei cinque di Clemente e dei quattro di Rocco. Anche tra i soci a lui più vicini, quasi nessuno lo ha seguito su quella mossa.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Marco Talarico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Anche il mercato ha emesso la sua sentenza: titolo giù

Il fronte della prudenza ha tenuto il punto sul nome di Talarico. E il board presieduto dal suo presunto alleato Francesco Milleri ha difeso l’ingresso di Rocco contro la sua volontà esplicita. Perfino il mercato ha emesso la sua sentenza. Il titolo EssilorLuxottica ha scavato il minimo di giornata a 160,60 euro nelle ore dell’assemblea e ha ripreso fiato fino a 164 quando si è capito che il disegno di Leonardo non sarebbe passato.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Quando l’azienda di cui tu sei chief strategy officer rimbalza nel momento in cui perdi la conta, il messaggio è nitido. La griglia poneva una domanda di fondo: Leonardo gioca la conquista o la sopravvivenza. La giornata ha risposto con una terza opzione, la più rischiosa di tutte. Niente cassa per sopravvivere, niente numeri per conquistare. Ha lasciato la sala agli avversari, ha mandato una lettera che accusa il board di inerzia, e ha spostato la guerra davanti a un giudice del Granducato.

Da minoranza sconfitta LMDV diventa minoranza di blocco

Qui sta il punto da non perdere di vista. Un uomo battuto su ogni fronte e con un’esposizione che, sommate le penali da un miliardo, può viaggiare verso i 2,3 miliardi, resta pericoloso proprio perché conserva un’arma. Il suo 12,5 per cento pesa sull’unanimità richiesta per lo statuto, per i manager, per le operazioni straordinarie. Lo stesso meccanismo che oggi lo ha bloccato domani lavora per lui: da minoranza sconfitta diventa minoranza di blocco.

La partita davanti al tribunale lussemburghese

E i cinque soci su otto che hanno portato la richiesta di trasferimento davanti al tribunale lussemburghese, lui compreso, hanno aperto il fronte dove le maggioranze non contano e i tempi si misurano in mesi. La sedia vuota e la causa raccontano allora una strategia precisa. Chi perde la conta in assemblea e conserva il potere di inceppare ha una via d’uscita: spostare il tavolo. Da qui in avanti la partita corre su due binari per tutta l’estate.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Romolo Bardin (foto Imagoeconomica).

Il board di Milleri e Romolo Bardin è chiamato a disegnare un buyback che a sua volta apre nodi statutari su prezzo e azioni proprie. E i ricorsi possono tenere in stallo la cassaforte mese dopo mese. Leonardo ha perso il controllo dell’agenda, e gli resta il potere di rallentarla. In una holding che produce utili e non li distribuisce, il tempo è una valuta. Il padre aveva blindato la fortezza contro le liti tra figli, immaginando che l’unanimità costringesse tutti a decidere insieme. Quella stessa regola oggi consegna all’erede più indebitato il potere di non far decidere nessuno. Lo schiaffo del 30 giugno ha chiuso un atto. La guerra di logoramento ne apre un altro.