Sui social cinesi lo chiamano spesso “Ma Ge“, letteralmente “Fratello Ma“. Un soprannome quasi affettuoso, che dice molto del rapporto particolare tra Elon Musk e la Cina. Negli scorsi anni è stato persino suggerito come possibile presidente degli Stati Uniti, mentre i suoi tentativi di scrivere poesie in mandarino e le frequenti visite a Pechino hanno alimentato una popolarità quasi da rockstar. Un trattamento riservato anche a Jensen Huang, il fondatore e amministratore delegato di Nvidia, il colosso statunitense dei chip. Pure il super manager della compagnia al centro della contesa tech tra Pechino e Washington, di origine taiwanese, è un visitatore abitudinario della capitale cinese.

Entrambi facevano parte della delegazione con cui Donald Trump si è presentato in Cina per il suo attesissimo summit con Xi Jinping. Entrambi sono diventati super virali sui social. Lei Jun, fondatore di Xiaomi, che corre verso Musk per un selfie è diventato uno dei momenti più condivisi della giornata. Musk che fa l’occhiolino alla fotocamera, Lei che abbassa il telefono in modalità autoscatto. E naturalmente la domanda collettiva: quale smartphone stava usando? Risposta: uno Xiaomi 17 Pro.
— Eduardo Menoni (@eduardomenoni) May 14, 2026
Elon Musk es toda una celebridad en China, todos quieren fotos con él durante el banquete ¡hasta Lei Jun (CEO de Xiaomi) sonríe como fan y le pide una foto!
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Il figlio di Musk, tra l’altro, sta avendo una popolarità quasi surreale dopo che Elon ha scritto in cinese che sta imparando il mandarino. Mentre Huang, sfuggito al resto della delegazione, è stato pizzicato mentre mangiava, in piedi, un piatto tipico a base di tagliatelle fritte in un ristorantino di Pechino.
Nvidia CEO Jensen Huang was spotted in Beijing enjoying simple street food noodles like an ordinary traveler.
— Market Rebellion (@RebellioMarket) May 15, 2026
One of the most powerful figures in AI and technology… sitting down quietly for a local meal in the middle of the city.
No luxury restaurant. No private dining room.… pic.twitter.com/5DpTDq7ktZ
Sistema di guida autonoma basato sull’IA
Eppure, i risultati ottenuti dai due “super ceo” dopo questo viaggio sono agli opposti. Musk esce rafforzato, Huang indebolito. Qualche giorno dopo il vertice tra i due presidenti, Tesla ha annunciato il via libera al suo sistema di guida autonoma in Cina. Un risultato dopo anni di negoziati, autorizzazioni rinviate e ostacoli normativi. Il meccanismo, basato su intelligenza artificiale addestrata attraverso milioni di filmati di guida reale anziché su semplici regole pre-programmate, rappresenta uno degli asset tecnologici più strategici dell’azienda. La Cina era l’ultimo grande mercato a mancare all’appello. L’autorizzazione concessa a Tesla va letta su due livelli. Sul piano economico offre all’azienda americana un vantaggio importante nel più grande mercato mondiale dei veicoli elettrici. Sul piano politico, invece, Pechino sembra distinguere tra comparti tecnologici considerati accettabili e altri giudicati troppo sensibili.

Mentre Musk ottiene un’apertura, Nvidia vive infatti una situazione al contrario. Dopo essere stato inizialmente escluso, Huang era stato richiamato all’ultimo momento nella delegazione americana diretta a Pechino, alimentando sui social cinesi aspettative e speculazioni. La sua presenza aveva fatto pensare a una possibile intesa sul fronte dei chip. Per mesi il tema era stato centrale: gli Stati Uniti avrebbero potuto concedere licenze selettive per esportare versioni depotenziate dei microprocessori avanzati Nvidia destinati al mercato cinese.

Bloccata la GPU Nvidia per il gaming: sarebbe stato un mercato enorme
Ma la svolta non è arrivata. Anzi, come ammesso dalla stessa Casa Bianca, è stata la Cina a non dare il via libera a un allentamento delle restrizioni sulle spedizioni di chip concesso da parte statunitense. Di più. Proprio durante il summit, la Cina ha aggiunto una GPU Nvidia per il gaming alla lista dei prodotti da bloccare nei controlli doganali. Era destinato ai gamer cinesi e ai professionisti della grafica 3D, un mercato enorme. La Cina rappresenta infatti uno dei più grandi ecosistemi mondiali per videogiochi, e il segmento dell’hardware ad alte prestazioni costituisce una parte importante della presenza commerciale di Nvidia nel Paese.
Pechino non vuole subire le regole imposte da Washington
Pechino sembra voler evitare che Nvidia continui a consolidare la sua presenza attraverso prodotti “di seconda fascia” o versioni modificate dei microprocessori, sviluppate appositamente per aggirare i limiti imposti dalle restrizioni americane. Negli ultimi anni, Nvidia ha spesso progettato versioni depotenziate in modo da rispettare formalmente i controlli alle esportazioni imposti da Washington, mantenendo comunque un piede nel mercato cinese. La decisione sul gaming, aggiunta al mancato via libera su altri modelli dedicati al mercato tech più ampio, mostra che Pechino non intende limitarsi a subire le regole imposte da Washington.

Lo stesso Huang ha ammesso dopo il summit Trump-Xi che Nvidia ha ormai «largamente ceduto» il mercato cinese a Huawei. In realtà, Pechino continua ad avere bisogno della tecnologia Nvidia. Ma Xi vuole convincere Washington che la leva americana dei chip sta lentamente perdendo efficacia. Il messaggio è prettamente politico, con la Cina che trasforma il rifiuto in un segnale di pretesa autosufficienza.
La Cina cerca di sopravvivere ai tentativi di isolamento tecnologico
Per sostenere questa postura negoziale, è stata approntata un’ampia strategia retorica. Proprio alla vigilia del summit Trump-Xi, la televisione di Stato ha trasmesso immagini provenienti da un laboratorio Huawei normalmente chiuso al pubblico. Insieme al fondatore Ren Zhengfei compariva il vicepremier Ding Xuexiang, figura chiave del Partito comunista per la strategia tecnologica. Huawei è diventata l’azienda simbolo dell’assedio americano sulle filiere globali più avanzate. Ora il colosso di Shenzhen vuole mostrarsi come la prova che la Cina può sopravvivere ai tentativi di isolamento tecnologico.

Non solo. Nei giorni scorsi, Huawei ha annunciato di poter arrivare entro il 2031 a capacità equivalenti alla tecnologia a 1,4 nanometri, appena pochi anni dietro i leader mondiali della taiwanese TSMC e della sudcoreana Samsung. Negli ultimi anni, Pechino ha costruito una gigantesca infrastruttura autoctona: startup, università, fondi pubblici, governi locali e centri di ricerca lavorano per replicare ogni anello della filiera globale dei microprocessori. Laser industriali, materiali fotosensibili, software di progettazione, wafer di silicio, packaging avanzato: ogni segmento è diventato una priorità nazionale. L’obiettivo della leadership, che rallenta Nvidia per incentivare l’adozione dei dispositivi nazionali, è arrivare a produrre internamente oltre il 70 per cento dei chip necessari al comparto interno.
«Hai più bisogno te delle mie terre rare di quanto io non ne abbia dei tuoi chip»
Il motivo alla base di questa spinta è duplice: incentivare lo sviluppo nazionale per perseguire una seppur complicata autosufficienza nello snodo più critico della contesa tecnologica, segnalare a Trump una posizione di forza nei colloqui. Come a dire: «Hai più bisogno te delle mie terre rare di quanto io non ne abbia dei tuoi chip». L’apertura al sistema di guida autonoma della Tesla di “Fratello Ma”, dossier meno sensibile, può invece rappresentare il case study di successo dei legami tra il mercato cinese e i grandi manager americani.


Elon Musk es toda una celebridad en China, todos quieren fotos con él durante el banquete ¡hasta Lei Jun (CEO de Xiaomi) sonríe como fan y le pide una foto!