Niccolò Machiavelli, nel Principe, aveva già visto tutto e fu spietato: il fondamento del potere di un principe è l’affezione del popolo. Nel capitolo XIX avverte che la causa principale della rovina dei principi è l’odio e il disprezzo della gente. Un principe che si fa odiare per la sua rapacità, per aver usurpato i beni e le donne dei sudditi, finisce per crearsi nemici ovunque. E quando il popolo intero arriva a detestare un capo, vengono meno le difese. Il principe non può più contare sull’appoggio della massa, viene abbandonato da tutti, compresi i cortigiani. Donald Trump probabilmente non lo ha letto o, se l’ha fatto, non ne ha tratto una lezione.

Eppure il mercato americano abbonda di traduzioni del Principe: recentemente, nel 2024, Manuela Scarci, docente di studi rinascimentali all’Università di Toronto, in Canada, ne ha pubblicato – per la casa editrice accademica Broadview Press, a cura di Jason P. Blahuta – una pregevole versione aggiornata al linguaggio di oggi. Anche il presidente degli Stati Uniti avrebbe potuto capirla.

Un secondo mandato pieno di errori di comunicazione
Gli errori di comunicazione di Trump sono stati evidenti fin dall’inizio del suo secondo mandato: la storia dei dazi, messi e poi tolti, aumentati e poi diminuiti, usati come strumenti per ricatti vari, lo ha praticamente reso inviso al mondo intero. America first: «I’m telling you, these Countries are calling us up, kissing my ass» («Ve lo dico io, questi Paesi ci stanno chiamando per baciarmi il culo»), disse durante una cena per raccogliere fondi, l’8 aprile 2025.
Crollo reputazionale di fronte a carovita e inflazione
La perdita di capitale reputazionale è stata immediata: sulla stampa di tutto il mondo Trump è diventato sinonimo di inaffidabilità. All’inizio, essere aggredito e criticato dai media internazionali gli permetteva di attivare il cosiddetto vittimismo strategico, mostrandosi cioè amicone del suo Paese, un combattente, solo contro il resto del Pianeta, per proteggere i suoi cittadini. Ma quando il colosso della grande distribuzione Walmart ha aumentato il prezzo delle banane dell’8 per cento, poiché la quasi totalità delle banane consumate in America è importata dal Centro e dal Sud America, la sua strategia populista è miseramente crollata, travolta dalle proteste popolari per il carovita e l’inflazione.

Ma non è cambiato il suo modo di comunicare, che è rimasto tutto improntato alla polarizzazione. Offese ai cronisti, in particolare alle donne. A Kaitlan Collins, di Cnn: «Sei la peggior giornalista… non credo di averti mai visto sorridere».
A Mary Bruce di Abc News disse: «Sei una pessima persona e una pessima giornalista»; a Nancy Cordes di Cbs: «Ma sei stupida? Sei una persona stupida?»; a Catherine Lucey, di Bloomberg: «Quiet, piggy!» («Zitta, porcellina!»). E così via.
E la guerra: la gente comune vuole la pace, non vuole la guerra. Lui aveva promesso di far finire quella in Ucraina in 24 ore dalla sua elezione. Si è visto. Quella all’Iran è stata particolarmente odiosa perché ha inciso, ancora una volta pesantemente, sui consumi – gasolio, benzina, biglietti aerei, mutui -, una sorta di religione laica per gli americani.
I sospetti di insider trading e manipolazioni del mercato
Infine l’arricchimento personale di Donald e della sua famiglia: mentre cresce la povertà, i Trump diventano sempre più ricchi, con sospetti di insider trading e manipolazioni del mercato: nell’aprile del 2025 poche ore prima di annunciare a sorpresa una sospensione di 90 giorni sui dazi globali appena introdotti (mossa che ha fatto impennare istantaneamente Wall Street) Trump ha pubblicato un post su Truth scrivendo in maiuscolo «THIS IS A GREAT TIME TO BUY!» («Questo è un ottimo momento per comprare!») firmandosi con le iniziali DJT, che coincidono con il ticker azionario della sua società di media.

Per non parlare del macigno degli Epstein file, che pesa su di lui con il sospetto gravissimo di abusi sessuali su minorenni. Tutti gli errori prefigurati da Machiavelli più di cinque secoli fa Trump li ha commessi: è caduto in ognuno dei trabocchetti. Difficile concordare con questa strategia comunicativa: prima gli si è rivoltato contro il mondo intero, poi gli stessi cittadini americani.

L’odio e la paura come espedienti per distogliere l’attenzione
Così si assiste a questo paradosso: dopo il tonfo delle elezioni di midterm i democratici fanno il tifo perché Trump resti com’è, mentre i repubblicani non vedono l’ora di toglierselo dai piedi. La cattiveria da lui adottata nella sua propaganda populista è stata fragorosamente sconfitta. La gente comune si eccita facilmente a stare dalla parte del bullo, quando la si istiga alla paura e all’odio, ma altrettanto velocemente si stufa quando si accorge che l’odio e la paura non sono altro che espedienti per distogliere l’attenzione dal resto: negli ultimi sondaggi il 60 per cento degli americani ha detto di non poterne più della corruzione, non del woke o degli immigrati o dei transgender, tutti spauracchi agitati sconsideratamente nella campagna repubblicana.

Chissà se Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani capiranno l’antifona: per ora, ogni giorno che passa, mettono qualcuno nel mirino, proprio come faceva Trump; una volta sono i maranza, un’altra Youssef Siher, poi la magistratura, quindi il mondo universitario, i radical chic, gli immigrati. Mentre cresce, nel Paese, l’ansia di chi fa fatica a fare la spesa, a ottenere cure in un tempo adeguato, a trovare un’abitazione con un affitto accessibile.
