Tuttora privo di un vero avversario, il centrosinistra milanese litiga con se stesso sul caldissimo dossier San Siro. Il sindaco uscente Beppe Sala giudica «bizzarro» il fatto che Mario Calabresi «metta dei dubbi su decisioni prese recentemente dalla parte politica che dovrà appoggiarlo». Per la verità, a mettere in dubbio le scelte adottate sono davvero tutti gli aspiranti candidati di questa fazione, con l’ovvia eccezione di Anna Scavuzzo, vicesindaca che ha messo la faccia sulla discussa operazione della dismissione di una significativa fetta della città. È lei l’unica che tiene il punto con ostinata coerenza, mentre gli altri sostenitori del progetto (i consiglieri in cerca di conferma) si mimetizzano con la tappezzeria, piuttosto che sostenere le ragioni del loro voto favorevole.

Un coro di “no” (tardivi) all’operazione San Siro
Il casus belli è l’intervista a Telenova nella quale Calabresi auspica che San Siro non venga demolito, operazione che peraltro costerebbe 127 milioni di euro, oltre al terrificante impatto ambientale derivante dalle polveri sottili e dal transito dei mezzi per rimuovere le macerie.
L’ex direttore di Stampa e Repubblica parte dal presupposto di trovarsi di fronte a una decisione già presa da altri («sarebbe ingeneroso dire cosa avrei fatto io»), ma a sconfessare l’operazione è anche chi in qualche modo ha avuto a che fare con l’amministrazione in carica. Il quasi contemporaneo dibattito sul tema tra gli altri candidati ha visto una contrarietà al progetto unanime da parte di tutti: Pierfrancesco Majorino (capogruppo del Partito democratico in Regione Lombardia e per sette anni assessore comunale), Lorenzo Pacini (assessore del Municipio 1), Tommaso Goisis (già collaboratore di due assessorati) e Carlotta Cossutta, unica – con Calabresi – ad aver assistito alla vicenda da semplice cittadina. Piuttosto perplessi sull’iter sono anche i Municipi competenti per territorio, il 7 e l’8, che si sono appellati agli esiti della Vas (Valutazione ambientale strategica), iniziata a marzo 2026 e non ancora giunta a conclusione.

La partita decisiva si gioca sul tavolo dei giudici
La Vas potenzialmente può rimettere in discussione i progetti riguardanti la Gfu (Grande funzione urbana), che comprende anche il nuovo stadio e le costruzioni circostanti. Il suo verdetto potrebbe imporre varianti significative rispetto ai piani di Inter e Milan, che però non paiono granché preoccupate, visto che hanno già presentato in pompa magna il render del futuro Generali Stadium. Chi sperava che il Tar bloccasse tutto è rimasto deluso, perché i giudici amministrativi hanno respinto i ricorsi contro la vendita (e ora si attende il Consiglio di Stato, a maggio 2027), così come la Soprintendenza non può apporre il vincolo sull’attuale impianto, oggi centenario, perché diventato di proprietà privata in tempi utili per sfuggire alle sue grinfie.
Resta però pendente l’inchiesta penale che ipotizza i reati di turbativa d’asta e rivelazione di segreti d’ufficio: secondo l’ipotesi accusatoria, alcuni dirigenti comunali avrebbero favorito Inter e Milan nella costruzione della procedura di vendita, anche attraverso la trasmissione anticipata di documenti riservati. Va da sé che, se queste gravi fattispecie fossero confermate, gli ambientalisti segnerebbero un gol forse decisivo, ma al prezzo di uno tsunami che travolgerebbe la città, non solo l’amministrazione.
Ha senso salvare il vecchio Meazza?
Scavuzzo rimprovera a Calabresi di pensarla come Ignazio La Russa, proponendo anche lui che San Siro resti in piedi accanto al nuovo stadio. Non che convergere con la destra su un punto sia automaticamente un peccato mortale, il vero problema semmai è cosa fare del vecchio impianto, nel caso se ne scongiuri l’abbattimento. L’ipotesi è certamente poco gradita agli enormi affari immobiliari che caratterizzano questa operazione, ma anche ragionando solo in termini di interesse pubblico resterebbe comunque il tema della funzione alternativa. Ci sono cinque anni di tempo per pensarci, ma trovare una soluzione è tutt’altro che facile.

Sarebbe umiliante (e inutilmente costoso) lasciare San Siro vuoto, come un monumento ai bei tempi che furono, ma nessuna delle fantasiose ipotesi alternative fin qui discusse ha solide basi, dalla parete di arrampicata al calcio femminile.
Un’idea innovativa per scongiurare nuovi palazzoni
L’unica suggestione veramente intrigante è quella a cui si comincia ad accennare timidamente nei corridoi del Pd milanese: spostare le funzioni accessorie di tipo commerciale all’interno del Meazza, che così potrebbe rimanere in piedi (quantomeno in parte), salvaguardando tanto i diritti volumetrici quanto quelli dei residenti preoccupati dall’avvicinarsi della cantierizzazione.
Un’operazione non scontata, che richiederebbe un concorso di architettura per verificarne la fattibilità e certamente poco gradita a chi già si frega le mani pensando alla fioritura di palazzoni, come nel vicino quartiere di CityLife. D’altra parte, la sua ratio non è nemmeno troppo distante da quella del progetto di ristrutturazione presentato a suo tempo da Webuild.

A voler essere ancora più ambiziosi, si potrebbe chiedere al futuro sindaco di impegnarsi a condividere i piani attuativi, determinanti per i lavori finali, con il Consiglio comunale e i Municipi interessati, aprendo anche alla partecipazione dei cittadini. Benché la giunta abbia facoltà di decidere da sola sugli interventi conformi al Piano di governo del territorio (Pgt), aprire a un dibattito pubblico nel quale far presente vantaggi e costi di ogni opzione sarebbe una prova di trasparenza capace di superare qualsiasi pregiudizio. Certo, è una strada decisamente impervia, perché i nuovi proprietari dell’area hanno ben altri progetti. Ma il ruolo di regia dell’amministrazione rimane. Ed è ormai chiaro che le scelte di quella uscente non soddisfino nemmeno chi ne ha fatto parte.













