E adesso? Come faranno tutti gli opinionisti ultra-trumpiani a giustificare la valanga anti-Donald venuta giù negli Stati Uniti? Cosa diranno? Cosa scriveranno? Cosa posteranno? Hanno passato gli ultimi due anni (qualcuno anche i precedenti quattro) a ricordarci quanto fosse bravo, intelligente, furbo, lungimirante, stratega e uomo d’azione il presidente americano, mica come quelle mammolette della sinistra woke. Hanno giustificato ogni fibrillazione, ogni sparata, ogni mossa e giravolta umorale, hanno trovato una spiegazione a tutto e il contrario di tutto, spesso arrampicandosi sugli specchi, ma l’hanno fatto. Il colpo di mano in Venezuela, la folle politica sui dazi, le sparate sulla Groenlandia, le violenze contro gli immigrati a opera dell’Ice (che gli hanno fatto perdere il voto degli ispanici), gli attacchi e gli insulti all’Europa e a Bruxelles, il sostegno politico e il rifornimento di armi fino ai denti a Benjamin Netanyahu (che non a caso Trump a urne aperte ha annunciato di voler interrompere), il bullismo contro Volodymyr Zelensky e il ‘flirtare’ con Vladimir Putin, l’attacco sconsiderato all’Iran, che ha fatto esplodere una crisi mondiale sull’energia e sui prezzi. Tutto giusto, tutto perfetto.

La fiducia in Trump ha vacillato solo per difendere Meloni
L’unico momento in cui hanno tentennato, ma solo per un momento, è stato quando Trump ha rotto con Giorgia Meloni. Ma si sono ripresi subito. E dire che a destra ci sono pure quelli che Donald l’hanno considerato una sciagura fin dall’inizio, o quantomeno una figura discutibile. Uno di questi è Italo Bocchino, che da tempo nei talk contesta le politiche anti-occidentali e guerrafondaie del presidente Usa, anche se lo fa soprattutto per difendere la premier, il cui rapporto col tycoon è da tempo congelato, sottozero. Prova ne è il fatto che la presidente del Consiglio e i leader del centrodestra hanno preferito chiudersi in un prudente silenzio sulla disfatta. Sul Giornale di Tommaso Cerno, l’analista Lucio Martino, che ripete da mesi quanto è bravo Donald e quanto è bello Donald, ha dovuto arrendersi. Se a caldo aveva sottolineato che pur battuto Donald sarebbe stato vincente, nel day after ha aggiustato il tiro. «I risultati delle elezioni di Miderm dimostrano come il ribaltamento della mappa politica americana non sia il frutto di un’improvvisa conversione dell’elettorato alle idee progressiste, bensì il risultato della rottura dell’alleanza originale che aveva spalancato a Donald Trump le porte della Casa Bianca». In altre parole, «i democratici hanno beneficiato della defezione di una parte dell’elettorato conservatore, delusa da una presidenza che non avrebbe fatto abbastanza. Insomma, Trump non è stato abbastanza trumpiano».

Ma quale tirannia, per i filo-Donald il risultato dimostra lo stato di salute degli States
La risposta degli orfani di Trump alla débâcle si muove sostanzialmente su due assunti: il risultato dimostra che gli Usa sono una vera democrazia che si è espressa liberamente e non una sorta di democratura come sostiene la sinistra e il crollo è stato causato della guerra all’Iran e del conseguente aumento dei costi di materie prime ed energia. Come se la guerra all’Iran l’avesse fatta Topolino. Un esempio? «Leggendo certi giornali e ascoltando alcuni opinionisti e politici italiani avevo capito che negli Stati Uniti non ci fosse più la democrazia», ha postato su X Francesco Giubilei. «Invece gli americani hanno democraticamente votato contro Trump che paga la guerra in Iran e le sue conseguenze economiche».
Leggendo certi giornali e ascoltando alcuni opinionisti e politici italiani avevo capito che negli Stati Uniti non ci fosse più la democrazia. Invece gli americani hanno democraticamente votato contro Trump che paga la guerra in Iran e le sue conseguenze economiche. #Midterms2026
— Francesco Giubilei (@giubileif) November 4, 2026
«Trump non è il primo presidente che perde le Midterm e non sarà l’ultimo. Anzi, a Obama durante il primo mandato andò anche peggio», ricorda Paola Tommasi, unica italiana nello staff di Trump nella campagna del 2016, in un’intervista sul canale Youtube di Tag24. «Certamente non è un buon risultato», spiega. Il presidente è stato punito per la guerra all’Iran che ha causato l’aumento dei prezzi del petrolio e dell’inflazione. Ma detto questo «è stata una grande festa per gli Stati Uniti e per tutti noi. Al di là dei risultati quando gli elettori si esprimono è un bel momento e smentisce la narrazione che degli Usa e di Trump è stata fatta negli ultimi due anni» e cioè «di un uomo solo comando e di un dittatore. I dittatori le vincono le elezioni perché controllano il voto…». Come volevasi dimostrare.
Il tycoon ha deluso, «ma i dem sono peggio»
Anche Daniele Capezzone, direttore del Tempo, ammette la delusione: «Avevamo sperato in lui in tanti, e non a caso. Intendiamoci: ci ha fatto godere stroncando il woke e contrastando l’immigrazione irregolare che era fuori controllo […]. Ma le buone notizie che attendevamo da Trump sono purtroppo finite lì. Si compiace di un atteggiamento da zio matto, non si sa la mattina cosa farà il pomeriggio, nel tempo libero insulta gli alleati e poi si stupisce se non lo prendono sul serio». Ma, attenzione, perché «i dem sono ancora peggio. Un partito ostaggio di componenti socialiste forsennate e di una infiltrazione islamista che nemmeno si nasconde più, con candidati che parlano di “decolonizzazione”. Se vinceranno parlamentari su questa linea, immaginatevi cosa diventerà il Partito Democratico Usa da qui al 2028. E immaginate i riflessi anche qui in Europa, con le nostre sinistre che correranno a imitare quelle tendenze, come sempre in ritardo di un’ondata e in anticipo di un disastro». Come a dire che alla fine dei conti forse un guerrafondaio affarista è il male minore.
L’America stavolta ci fa disperare Vero, Trump ci ha deluso. Avevamo sperato in lui in tanti, e non a caso. Intendiamoci: ci ha fatto godere stroncando il woke e contrastando l’immigrazione irregolare che era fuori controllo. Immaginate cosa sarebbero stati due anni con Kamala alla Casa Bianca: un delirio politicamente corretto e una poetica dell’immigrazione clandestina che ovviamente sarebbero stati esaltati dai media europei, con tanto di editoriali sull’“umanità” che non conosce confini. Ma le buone notizie che attendevamo da Trump sono purtroppo finite lì. Si compiace di un atteggiamento da zio matto, non si sa la mattina cosa farà il pomeriggio, nel tempo libero insulta gli alleati e poi si stupisce se non lo prendono sul serio. E ormai nessuno sa (in politica interna e in politica estera) quali siano i suoi obiettivi reali, su cosa si possa misurare un successo e un insuccesso. Ogni giorno è un nuovo show, ma la politica non è un reality: ha bisogno di una bussola, non di un copione riscritto a ogni tweet. Si compiace dell’abbraccio dei Maga, fedelissimi ma meno numerosi di quanto lui racconti. Esemplare una battuta che gli è sfuggita in Tennessee davanti al suo pubblico: “Potrei dire le cose più stupide e voi mi applaudireste”. E infatti lo hanno applaudito. Quel momento dice tutto: non è più un outsider che parla al Paese, è diventato il leader di una minoranza che gli fa da eco. La realtà è che lui stesso, purtroppo impegnato in una dimensione affaristica sempre meno difendibile, sembra non aver compreso le ragioni del suo successo nel 2016 e nel 2024: gli americani (e tanti altri in giro per il mondo) non si erano innamorati di lui. Semplicemente non volevano una sinistra orribile. Non volevano il politicamente corretto, i confini aperti a prescindere, l’identità cancellata in nome dell’inclusione. E ora siamo di nuovo lì. Lui è disperante. Ma i dem sono ancora peggio. Un partito ostaggio di componenti socialiste forsennate e di una infiltrazione islamista che nemmeno si nasconde più, con candidati che parlano di “decolonizzazione”. Se vinceranno parlamentari su questa linea, immaginatevi cosa diventerà il Partito Democratico Usa da qui al 2028. E immaginate i riflessi anche qui in Europa, con le nostre sinistre che correranno a imitare quelle tendenze, come sempre in ritardo di un’ondata e in anticipo di un disastro. Prepariamoci a tempi non facili. E restiamo aggrappati ai nostri princìpi conservatori e liberali, amici lettori.
— Daniele Capezzone (@Capezzone) November 3, 2026
Insomma, la sconfitta viene ammessa ovviamente ma con molti “però” e qualche “ma”. «Le cose sono molto diverse da quello che vi dicono. Trump ha perso, ma non per questo hanno vinto le idee giuste», alza il tiro Nicola Porro su X.
Le cose sono molto diverse da quello che vi dicono
— Nicola Porro (@NicolaPorro) November 4, 2026Trump ha perso. Ma non per questo hanno vinto le idee giuste https://t.co/VEwpBSIUf4
Altro post degno di nota sullo stesso social è quello di Mario Sechi, direttore della Dire: «Ecco gli Stati Uniti, con il loro impareggiabile sistema democratico, non la dittatura. Il risultato è doppio: in linea con la tradizione del voto di midterm (sconfitta del partito del presidente) e nello stesso tempo di rottura (i repubblicani perdono il controllo di Camera e Senato). La sconfitta di Trump ha due parole: inflazione e guerra. La vittoria dei democratici ha una parola: Trump».
— Mario Sechi (@masechi) November 4, 2026
Ecco gli Stati Uniti, con il loro impareggiabile sistema democratico, non la dittatura. Il risultato è doppio: in linea con la tradizione del voto di Midterm (sconfitta del partito del presidente) e nello stesso tempo di rottura (i repubblicani hanno perso il controllo di Camera e Senato). La sconfitta di Trump ha due parole: inflazione e guerra. La vittoria dei democratici ha una parola: Trump. Comincia da oggi un’altra partita americana e per l’Europa non sarà migliore, la politica estera – in una chiave tutta da scoprire nel potente messaggio che chiama al disimpegno militare americano – diventerà l’arena del presidente sconfitto in casa. Sono i temi di “Occidente o niente”, lo spirito bruciante dei cicli americani e il sonnambulismo dell’Europa. Viviamo tempi interessanti. Forse troppo. https://t.co/gib71o1AKi

Trump ha perso. Ma non per questo hanno vinto le idee giuste
https://t.co/VEwpBSIUf4
Ecco gli Stati Uniti, con il loro impareggiabile sistema democratico, non la dittatura. Il risultato è doppio: in linea con la tradizione del voto di Midterm (sconfitta del partito del presidente) e nello stesso tempo di rottura (i repubblicani hanno perso il controllo di Camera e Senato). La sconfitta di Trump ha due parole: inflazione e guerra. La vittoria dei democratici ha una parola: Trump. Comincia da oggi un’altra partita americana e per l’Europa non sarà migliore, la politica estera – in una chiave tutta da scoprire nel potente messaggio che chiama al disimpegno militare americano – diventerà l’arena del presidente sconfitto in casa. Sono i temi di “Occidente o niente”, lo spirito bruciante dei cicli americani e il sonnambulismo dell’Europa. Viviamo tempi interessanti. Forse troppo. https://t.co/gib71o1AKi