Il Fatto piange, Lmdv non c’entra: il vero problema sono i conti

Non c’era bisogno dell’Opa provocatoria e bislacca lanciata dal giovine miliardario (virtuale e illiquido) Leonardo Maria Del Vecchio per sapere che Seif, la società che edita Il Fatto quotidiano, vive, e non da ieri, una fase di grave difficoltà finanziaria. Assalto abortito in partenza dato che Seif non è scalabile, con i soci fondatori che ne blindano il controllo con il 60 per cento del capitale. Ovvio che lo scopo aveva il sapore della banale ripicca: tu mi fai le pulci e io metto in luce le tue fragilità. Ora tutto è rientrato e il titolo tornerà a scendere, ma in realtà Leonardino ha offerto un assist straordinario per ricompattare la comunità dei lettori del giornale con l’iniziativa di una nuova campagna abbonamenti in risposta alle provocazioni dell’erede di casa Delfin.

Il Fatto piange, Lmdv non c’entra: il vero problema sono i conti
Il taglio alto della prima pagina del Fatto Quotidiano il 28 ottobre.

La situazione debitoria di Seif

Al di là delle schermaglie un dato è certo. La casa editrice corre sul filo del rasoio ormai dal lontano 2022, avendo inanellato perdite a livello consolidato per 11 milioni di euro. Perdite che hanno eroso il patrimonio netto che a giugno di quest’anno era negativo per 6,6 milioni. Capitale bruciato nel tempo con in più una pesante situazione debitoria. I debiti finanziari netti ammontano a 4,9 milioni e quelli totali raggiungono i 19 milioni di euro. Il tutto su un attivo di bilancio di soli 21 milioni e con cassa a fine giugno di soli 114 mila euro. Di fatto l’attività del gruppo che edita Il Fatto, i libri, il sito, il periodico Millenium e possiede al 100 per cento la Loft produzioni srl, il braccio televisivo, sta in piedi grazie al sostegno delle banche (UniCredit e Intesa) esposte per 5 milioni. Ma anche dei fornitori che hanno debiti per 8 milioni e dell’Erario con i debiti tributari saliti da 1 a 2,2 milioni. Sono loro che finanziano Seif che brucia cassa con ricavi annui che viaggiano sui 40 milioni.

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Marco Travaglio (Imagoeconomica).

Le copie digitali in aumento non compensano le perdite del cartaceo

Certo la crisi dei giornali con il calo costante delle copie è il vulnus che investe l’intero settore. E che alla fine non ha risparmiato nel tempo anche un giornale fortemente identitario come Il Fatto, con una comunità di lettori fidelizzata che rappresenta il nocciolo duro del giornale. Tra l’altro è ammirevole che il quotidiano si regga senza contributi pubblici (erano stati chiesti di recente, ma poi si è deciso di non ricorrervi) come invece gran parte, se non tutta, la stampa italiana, in particolare i giornali dell’area di centrodestra. E potrebbe sorprendere la crisi finanziaria de Il Fatto alla luce dei dati di diffusione. Il giornale di Travaglio & C. infatti è forse l’unico tra i media che ogni mese presenta dati positivi di crescita nelle rilevazioni Ads, al contrario della lunga striscia di rosso di quasi tutta la stampa quotidiana. Se le vendite salgono allora si dovrebbe vedere un aumento dei ricavi del braccio editoriale, cosa che non avviene dato che i ricavi sono tendenzialmente stabili nel tempo. Quel che può apparire un paradosso ha una spiegazione molto semplice: anche per Il Fatto sono in forte calo le copie cartacee, scese nell’ultima rilevazione Ads a 16 mila copie, mentre a dare il segno più forte è l’incremento delle copie digitali salite oltre le 50 mila mensili. Ma ben 41 mila di quelle copie sono vendute a un prezzo tra il 10 e il 30 per cento della copia cartacea. E quindi servono almeno tre copie digitali per compensare i ricavi persi da una copia cartacea. Da qui, nonostante la crescita del venduto, i ricavi tendenzialmente fermi.

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Il logo di Seif (dal profilo Fb).

Il ruolo di Loft

Le difficoltà più che nel conto economico sono proprio nella struttura finanziaria. La campagna di espansione dal solo giornale alla tv con le produzioni di Loft è costata molto. Serviva a contrastare già anni fa il previsto calo delle vendite del braccio editoriale grazie a una comunità forte cui veicolare nuove offerte oltre al quotidiano. Ma se è vero che Loft, conferita come vedremo a una società controllata al 100 per cento dalla stessa Seif nel dicembre 2022, portava nuova linfa nei ricavi non ha portato finora margini di guadagno. Anzi. Nel 2025 il bilancio di Loft produzioni ha apportato al consolidato ricavi per 5,3 milioni ma ha chiuso in perdita per 85 mila euro. Gli utili arriveranno, ma per ora le perdite cumulate solo dal 2023 sono state di oltre 3 milioni. Pesano i forti ammortamenti dei contenuti che si mangiano del tutto il fatturato. Tra l’altro l’operazione di spostare Loft in una società controllata al 100 per cento, giustificata come maggior autonomia operativa, ha avuto come collaterale anche un beneficio immediato ai conti di Seif. Loft, iscritta a bilancio al costo di meno di 6 milioni, è stata valutata da una perizia giurata a fine del 2022 ben 12,6 milioni a fronte di ricavi per 1,3 milioni, consentendo a Seif, già in crisi, di iscrivere tra i ricavi una plusvalenza di 6,7 milioni. Ricavi sulla carta e aggiuntivi che hanno permesso di tamponare la caduta dei ricavi scesi da 32 milioni del 2021 ai 28 milioni del 2022. Senza quella plusvalenza i conti di Seif avrebbero avuto una forte perdita. Quel valore di perizia per una società che ha cumulato perdite per 3 milioni e che anche nel 2025 ha perso 85 mila euro, pare – con gli occhi di poi – forse sopravvalutato e non è mai stato svalutato negli anni. Produrrà con ogni probabilità utili quest’anno, ma all’epoca è servita per rimpolpare i bilanci di Seif.

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Il logo di tv Loft.

Il mancato aumento di capitale

La strategia messa a punto dai vertici negli ultimi anni, con i revisori che dal 2023 anno dopo anno segnalano incertezze sulla continuità aziendale, sembra quella di prendere tempo. Servirebbe – con un patrimonio negativo salito a 6,6 milioni, poco più di 100 mila euro in cassa e debiti totali per 19 milioni, di cui 5 con le banche – riequilibrare la struttura finanziaria. Immettere capitale per ricostituire il patrimonio e portare la leva debitoria a livelli fisiologici. Vorrebbe dire per i soci fondatori che hanno il 60 per cento delle quote mettere mano al portafoglio. E la crisi finanziaria verrebbe risolta. Invece si è preferito finora farsi finanziare da altri. Con i debiti lasciati correre e saliti da 12,7 milioni del 2023 ai 19 attuali. Con le banche passate da 3,6 milioni a oltre 5. I fornitori che hanno visto i loro debiti salire da 5,8 milioni a oltre 8 negli ultimi anni. E dulcis in fundo lo Stato con i debiti tributari saliti da un milione a 2,2 milioni e con l’Inps esposto per 1,3 milioni.

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La campagna abbonamenti sul Fatto.

Il piano per risalire la china

Non c’è dubbio che il management di Seif onorerà i propri debiti, ma non era meglio percorrere la strada del mettere mano al portafoglio, evitando le tensioni finanziarie? Ora è in corso un piano liquidità che punta a risalire la china con i tagli dei costi (la foliazione è scesa a 16 pagine) un’eventuale stretta sugli investimenti e soprattutto l’incremento dei margini. Che pare sortire i primi effetti. Nei primi sei mesi del 2026 la situazione sta migliorando: il margine operativo lordo è salito a oltre 2 milioni raddoppiando sui 12 mesi prima, consentendo di chiudere in perdita per soli 280 mila euro da 1,6 milioni di rosso del giugno 2025. Ma pesano sempre gli ammortamenti per i forti investimenti, soprattutto sulla tv, e avere 5 milioni di esposizione bancaria vuol dire pagare interessi per oltre 300 mila euro. Forse la strada di fare un aumento di capitale che Seif non ha percorso sarebbe stata un’opzione più ragionevole. In fondo la comunità stretta intorno al giornale avrebbe compreso.