Cercasi accompagnatore. Pare un annuncio per gigolò. Invece è soltanto la condizione terminale della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), che continua a dimenarsi in cerca di un presidente, sette mesi dopo la terza mancata qualificazione consecutiva alla fase finale del Mondiale 2026. A contendersela sono due soggetti che di ritirarsi a vita privata non vogliono proprio saperne: il dottore in giurisprudenza Giovanni Malagò, 67 anni, e il geometra Adriano Galliani, 82 anni. Entrambi alle prese con un problema di tesseramento: ciò che risulta incredibile, se si pensa alla vastità del loro curriculum dirigenziale. Ma tant’è. Per questo entrambi hanno dovuto trovare l’escamotage per sanare la propria posizione: farsi tesserare come dirigenti accompagnatori, appunto.

I taxi del Calcio a 5 dell’Aniene e dell’interista (sic!) Enotria
Nel caso di Malagò, il ruolo gli è stato concesso dalla squadra di calcio a 5 del Circolo Aniene, istituzione di cui è presidente onorario. Quanto a Galliani, si è rivolto all’Enotria. Che sarebbe un club milanese specializzato in formazione di giovani calciatori nonché affiliato all’Inter. Fatto che, per l’uomo che ha rappresentato un trentennio di milanismo, stride parecchio. Ma che volete farci? Siamo nell’epoca delle società liquide e del calcio gassoso. Sicché può starci pure che l’ex plenipotenziario rossonero compia il primo passo verso la candidatura presidenziale foderandosi di nerazzurro. Conta solo che i due, proponendosi nel ruolo di attempati accompagnatori, si siano messi nelle condizioni di rispettare le regole. Che solo dirlo fa sganasciare dalle risate. A proposito: ma non è che, per caso, sarebbe disponibile anche il buon vecchio Tonino Matarrese, che alla fine di anni ne ha solo 86?

Figc, un crescendo di pasticci
Non serve che chiediate al calcio di dimostrare la sua impossibilità di essere normale: lo fa benissimo da sé, senza necessità di sollecitazioni. E per scongiurare il rischio che ve ne dimentichiate, ne dà mostra ogni volta in modo peggiore. Basta guardare freddamente la situazione, senza soffermarsi sui singoli episodi e sul loro carattere pirotecnico, che pare fatto apposta per calamitare l’attenzione sul dettaglio, deviandola dall’insieme. L’insieme dice che, da quel 31 marzo a Zenica che vide la Nazionale azzurra eliminata dalla Bosnia-Erzegovina, la Figc ha perso qualsiasi parvenza di stabilità.
C’è stato dapprima il “trimestre bianco” di Gabriele Gravina, dimissionario ma rimasto in carica per l’ordinaria amministrazione nell’attesa del nuovo presidente: che in realtà non è stato un presidente, ma un circo. Il Circo Malagò. Fatto di finta innovazione della governance e reale personalismo nella gestione delle cose federali. Il primo intoppo, quello di cui è stata vittima la triade Maldini-Leonardo-Pirlo, sarebbe già stato prova sufficiente per rimandarlo a casa. Ma poi c’è stato anche il resto: l’anienizzazione della Nazionale e dei ruoli federali, la nomina di Diana Bianchedi palesemente incompatibile con la carica di vicepresidente Coni, e infine la scoperta che lo stesso Malagò fosse ineleggibile perché non tesserato dalla Figc. Risultato: federazione commissariata, con Malagò nominato commissario di se stesso e al lavoro per preparare l’elezione di se medesimo.
Galliani, orfano di Silvio, adesso prova a fare da sé
In un Paese normale sarebbe intervenuto non già il ministero competente, ma l’ambulanza dotata di camicie di forza. Ma siamo in Italia e questo basta per spiegare anche l’altra candidatura: Galliani Adriano da Monza, che si concede una nuova sfida nel calcio. Ne era uscito una prima volta dopo la fine dell’era berlusconiana al Milan; vi era rientrato durante la breve parentesi in cui Silvio ha voluto regalarsi il Monza come balocco calcistico della vecchiaia, ma dopo la morte del capo anche per il geometra è arrivata la fine di quella traiettoria. Adesso Galliani prova a fare da sé, senza l’ombra di Sua emittenza a tutelarlo.

Può spendere un passato dirigenziale che lo ha visto impegnato anche nel ruolo di presidente della Lega Serie A. Un ruolo che ha lasciato il segno al punto tale che, come ci è stato raccontato da una voce confidenziale in Lega, ai tempi in cui era amministratore delegato del Monza il geometra, durante le assemblee, sedeva accanto ai dirigenti dei grandi club anziché nelle poltrone di retrovia della sala. Anche dove piazzi le natiche dice chi sei. Tornando al discorso del Paese normale, uno che nel 1991 ritirò dal campo la squadra durante una partita dell’allora Coppa dei Campioni contro il Marsiglia, in Francia, per il blackout di uno dei riflettori, non avrebbe più dovuto avere cittadinanza nel mondo dello sport. Ma, ancora una volta, siamo in Italia: sicché, 35 anni dopo quella prodezza, Galliani può serenamente correre per la presidenza Figc.
La partita decisiva si gioca in Lega Serie A
La candidatura di Galliani è un sasso nello stagno. Il balletto di Malagò che commissaria se stesso e poi si avvicenda era dato come naturalmente destinato verso l’esito di Malagò Giovanni che succede a Giovanni Malagò. E invece adesso l’esito è tutt’altro che scontato: perché se scende in campo un soggetto che ha alle spalle un passato (remoto) come quello di Galliani, non si può certo parlare di una candidatura di testimonianza: c’è alle spalle un sommovimento serio. A dimostrarlo è il fatto che due delle componenti di voto (l’Aic che rappresenta i calciatori e l’Aiac che rappresenta gli allenatori) si sono già schierate dalla sua parte. Ma la partita decisiva si gioca, ancora una volta, in Lega Serie A. La cosiddetta Confindustria del calcio era stata la componente che con maggiore decisione si era schierata dalla parte di Malagò in estate (19 società su 20) e grazie a questo endorsement la candidatura dell’ex presidente Coni aveva preso quota.

La logica della scelta è quella del meno peggio
Ma poi sono cominciati i mal di pancia, a partire dalla nomina del commissario tecnico: la Lega pressava per Antonio Conte, Malagò voleva Roberto Mancini (socio Aniene e suo compagno di squadra nel calcio a 5), tanto da far fuori la triade Maldini-Leonardo-Pirlo e rimpiazzarla con Claudio Ranieri (Aniene pure illo) accanto al ct. E poi c’è stato tutto il balletto delle decisioni prese in totale autonomia, senza consultare le altre componenti. Era troppo sicuro del suo potere, Giovannino. Ma adesso che sente sul collo il fiato di Galliani, si preoccupa sul serio. Potrebbe essere ricordato come il presidente che non lo è mai stato, e che per nemmeno un anno ha governato da abusivo. Degna chiusura della carriera da dirigente sportivo. Per questo adesso rivendica risultati improbabili come prova del suo buon governo: tipo le vittorie della Nazionale sotto il suo mandato (due partite contro una scassatissima Turchia, capirai). Dal canto suo, Galliani non sa ancora su chi potrà contare come base elettorale. In Lega Serie A il consenso non è così scontato: persino i suoi due ex club, Milan e Monza, non sembrano schierati in partenza con lui. Ma potrebbe far leva sulla vasta delusione provocata da Malagò nelle stanze di via Rosellini. In fondo, la logica della scelta sarà quella del meno peggio. Di modo che il calcio italiano continui a galleggiare nella melma che è il suo habitat più recente.






