Milano blindata, congresso blindato. Senza soluzione di continuità. Prima di arrivare in City Life, all’Allianz MiCo, per partecipare all’assise straordinaria della Lega che domenica lo confermerà segretario, Matteo Salvini si è concesso un sopralluogo nel centro presidiato dai parà. Un congresso blindato non solo per il leader ma anche per la stampa costretta a seguire gli interventi in streaming su due maxi schermi. Taccuini dunque tenuti a distanza di sicurezza dai delegati riuniti al piano di sopra, inavvicinabili.

Romeo nel mirino
Di «chiacchiericcio», del resto, ce n’è stato fin troppo, almeno secondo il verbo salviniano ripetuto sul palco. Le polemiche finite sui giornali, per il segretario siciliano Nino Germanà, avrebbero danneggiato la Lega quasi più della fuoriuscita di Roberto Vannacci.
Uno storyboard a effetto
Alla fine è questo il peccato originale di Massimiliano Romeo: aver lavato i panni sporchi sui giornali. Ha sbagliato «il metodo e il modo», sottolinea non a caso il vicesegretario Claudio Durigon, «non si va sulla stampa, si va nel partito». Niente di personale, però: «Non è un giudizio contro Romeo», puntualizza, «l’unica cosa che è uscita dal congresso è che il metodo è sbagliato».
Seguendo la maggior parte degli interventi, però, l’impressione è esattamente quella di assistere a un processo al segretario della Lega lombarda. Quando Romeo prende la parola ricordando di non aver mai chiesto un passo indietro a Salvini ma solo una gestione più collegiale del partito, e che «il problema non è dentro la Lega ma è la gente fuori che non ci vota più», la “regia” indugia su chi in platea, come la ministra Alessandra Locatelli, scuote il capo con disappunto. Prima era successo con l’ingresso “epico” in sala di Attilio Fontana, l’altro “villain” di questo western alla padana. Con le foto di Salvini e lo sfidante Massimo Garavaglia. E con Salvini e Giancarlo Giorgetti, seduti uno accanto all’altro, ripresi a parlottare. Quasi a sciogliere visivamente il gelo tra i due di cui si è dato conto negli ultimi giorni.
Zaia in versione democristiana
All’improvviso il colpo di scena. Romeo rompe la quarta parete e senza essere annunciato via chat, si palesa la sala stampa finendo accerchiato da telecamere e microfoni. Pochi minuti e arriva pure Luca Toccalini che, trovandosi di fronte al capannello improvvisato, scambia due parole con l’ufficio stampa per poi dileguarsi rapido dietro le quinte. L’attenzione si riaccende con gli interventi dei “governatori“. Fontana stigmatizza l’inclinazione sull’estrema destra del partito, deriva che «non fa parte del nostro dna» (concetto ribadito anche da Riccardo Molinari). Mentre Maurizio Fugatti, presidente della provincia autonoma di Trento, indica la strada: «Recuperare l’identità leghista per tornare in doppia cifra e riconquistare gli elettori del Nord oggi attratti da Fratelli d’Italia».
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Poi è il momento dell’ex doge, Luca Zaia, che dopo un elogio al «sovranismo liberale» e all’annuncio di una mozione unitaria nordista, conclude alla democristiana: «Per me, il congresso si chiude con una assunzione di nuovi programmi e punti e poi spero che chi avrà perso dirà che anche lui “è il mio segretario”». Amen. Per il presidente del Consiglio regionale del Veneto tra l’altro pare sia in ballo un ruolo nella nuova segreteria politica.
Tutto secondo copione, insomma. E la scelta di utilizzare la colonna sonora di Succession per lanciare ogni intervento era lì a confermarlo. Matteo Salvini come l’inaffondabile Logan Roy, il cui potere assoluto è costantemente insidiato dai figli, combattuti tra amore, affetto, paura, odio e ambizione? L’importante è che resti tutto in famiglia.






