Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 

Più Uno. Il nuovo partito di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, e Franco Gabrielli, già capo della Polizia, ha un nome che ne suggerisce la consistenza elettorale. Un uno per cento che gli permetterebbe di affiancare nei sondaggi Noi Moderati di Maurizio Lupi, da tempo inchiodato intorno a quella percentuale. Cespugli accomunati dallo stesso destino, con la differenza che Più Uno si colloca nel campo largo, mentre Lupi presidia, da quarta gamba, quello del centrodestra, una sorta di par condicio dell’irrilevanza. 

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 
Franco Gabrielli, Roberto Gualtieri ed Ernesto Maria Ruffini (Ansa).

Ruffini, evocato come papa straniero, ha preferito federare se stesso

Resta da capire che cosa spinga due ex grand commis, dopo carriere ai vertici dello Stato, a mettersi in proprio. Nessuno contesta loro il diritto di fare politica, ma Ruffini, evocato come un novello papa straniero alla guida del centrosinistra, alla fine ha preferito federare sé stesso. Il programma, del resto, somiglia parecchio a quello del Pd. Sanità pubblica, scuola, salari, lotta alle disuguaglianze, sostegno alle imprese. Ruffini insiste sulla crescita e sulla produttività, Elly Schlein sulla redistribuzione. Differenze che meriterebbero una discussione, non necessariamente due segreterie. Né è più facile capire che cosa separi Noi Moderati da Forza Italia, dove Lupi ha militato a lungo prima di scoprire che la moderazione aveva bisogno di una casa tutta sua.

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 
Franco Gabrielli con Ernesto Maria Ruffini (Ansa).

Come insegnano Calenda e Renzi, la visibilità non è proporzionale ai voti

Ruffini promette di recuperare chi ha smesso di votare. Ma non si vede perché il crescente esercito degli astenuti dovrebbe tornare alle urne per scegliere qualcuno che dice più o meno le stesse cose di chi c’è già. D’altra parte, per occupare un posto sulla scena politica non è indispensabile conquistare anche gli elettori. Come insegnano gli onnipresenti Calenda e Renzi, la visibilità su giornali e tivù non è proporzionale ai voti, e un partito, anche minuscolo, garantisce un titolo d’accesso. Ruffini e Gabrielli troveranno certamente più di una trasmissione disposta ad accoglierli, un conduttore pronto a interrogarli sulle sorti del Paese e un sondaggio che ogni settimana ne misurerà le ambizioni. 

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Prima di convincere gli elettori, occorre arrivare sulla scheda

Intanto le coalizioni si allargano non perché crescono i consensi, ma perché si moltiplicano le sigle. Il centrodestra ha appena stretto un accordo elettorale con Sud chiama Nord di Cateno De Luca, che in Sicilia continuerà a fare di testa propria. E c’è chi scommette che, obtorto collo, finirà per dover fare i conti anche con la legione di Vannacci. Sull’altro versante, Ruffini e Gabrielli cercano una sponda in Bruno Tabacci e nel suo Centro democratico per evitare la raccolta delle firme necessarie a presentarsi alle elezioni. In pratica, chiede un passaggio a un partito già esistente. Prima ancora di convincere gli elettori, bisogna trovare il modo di arrivare sulla scheda.

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 
Ernesto Maria Ruffini, Franco Gabrielli e Bruno Tabacci (Imagoeconomica).

I grandi partiti finiscono spesso per diventare ostaggio dei piccoli

Poi verranno le liste. È lì che i decimali smettono di essere motivo d’imbarazzo e diventano argomento di trattativa. Anche un pugno di voti può risultare decisivo, e i grandi partiti finiscono spesso per diventare ostaggio dei piccoli. Che non hanno alcuna necessità di crescere: basta che i grandi abbiano bisogno di loro. Anzi, a ben vedere, crescere potrebbe persino diventare un inconveniente.