Il guaio meridionale di Meloni: una questione di voti, non di legge elettorale

Puoi cambiare la legge elettorale, ma non puoi cambiare gli elettori: il destino di Giorgia Meloni e del suo governo, cioè la riconferma a Palazzo Chigi della premier più longeva della storia repubblicana oppure il suo ritorno all’opposizione, dipendono dal Sud. La questione meridionale 2.0 angoscia il centrodestra: del resto, se nel 2022 Meloni e i suoi alleati hanno vinto le elezioni è stato soltanto perché l’allora segretario del Partito democratico Enrico Letta, su suggerimento di Washington, aveva detto “no” a ogni ipotesi di accordo con il Movimento 5 stelle, considerato inaffidabile sull’Ucraina. Ora l’ascesa di Roberto Vannacci con Futuro Nazionale, che potrebbe essere escluso dal centrodestra per lo stesso motivo, è una specie di nemesi storica.

Il guaio meridionale di Meloni: una questione di voti, non di legge elettorale
Giorgia Meloni ed Enrico Letta (foto Imagoeconomica).

Così, con Pd e M5s divisi, il centrodestra si aggiudicò 121 collegi uninominali su 147 disponibili alla Camera e 59 su 74 al Senato. Il centrosinistra a guida dem ne vinse solo 12 alla Camera, tra Toscana, Emilia-Romagna, Roma e Valle d’Aosta, e cinque al Senato, tra Milano, Firenze, Bologna, Modena e ancora nella Capitale (più altri 2 seggi vinti in coalizione con gli autonomisti in Trentino-Alto Adige). Il M5s da solo prevalse in 10 collegi alla Camera, tra Napoli, Palermo e Foggia, e cinque al Senato: quattro tra Napoli e provincia e uno a Palermo. Se Pd e M5s si fossero presentati uniti (insieme agli altri alleati di sinistra), secondo le simulazioni, nel 2022 il centrodestra non avrebbe avuto la maggioranza: sarebbe sceso a circa 177 seggi (rispetto ai 237 ottenuti alla Camera, dove la maggioranza è a 201), mentre l’attuale centrosinistra unito avrebbe raggiunto quota 174 seggi. Il Terzo Polo avrebbe ottenuto circa 21 seggi.

I collegi uninominali sarebbero stati un problema? Eliminiamoli

Identica situazione al Senato: il centrodestra si sarebbe fermato a 89 seggi, sotto la soglia di maggioranza di 101 seggi, mentre l’alleanza Pd-M5s avrebbe conquistato circa 86 seggi. Naturalmente si tratta di un puro esercizio di politicismo, perché lo scenario sarebbe cambiato. Fatto sta che Meloni, considerato che questa volta i collegi uninominali, col centrosinistra unito, sarebbero stati un problema, si è tolta il pensiero e li ha eliminati, facendoli sparire dalla nuova legge elettorale.

Campania e Puglia, batosta per la destra alle Regionali

Non può però, come detto all’inizio, far sparire gli elettori, che al Sud, in particolare in Campania e Puglia, popolosissime regioni, continuano a regalarle amarezze. È il caso di ricordare che le Regionali di novembre 2025 hanno visto trionfare Roberto Fico in Campania con il 61 per cento e Antonio Decaro in Puglia col 65 per cento.

Il guaio meridionale di Meloni: una questione di voti, non di legge elettorale
Roberto Fico e Antonio Decaro nel 2022 (foto Imagoeconomica).

Anche il referendum sulla riforma della Giustizia ha visto al Sud una netta prevalenza dei no (65 per cento in Campania, 57 per cento in Puglia, ma pure 60 per cento in Sicilia e 57 per cento in Calabria, due regioni guidate dal centrodestra). Come mai al Sud il centrodestra ha tanti problemi? Non aiuta, di certo, la battaglia (tra l’altro persa pure quella, ma per la sentenza della Corte costituzionale) sull’Autonomia differenziata, bandiera leghista che a sud di Roma viene vista come il fumo negli occhi.

Il guaio meridionale di Meloni: una questione di voti, non di legge elettorale
Festeggiamenti a Napoli per la vittoria del no al referendum (foto Ansa).

La questione però è più profonda: nel Meridione, innanzitutto, si sente molto di più la crisi, che morde le caviglie di cittadini e imprese: salari bassi, costi energetici alti, affitti alle stelle e deindustrializzazione fanno più presa delle battaglie mediatiche su Report o sulla famiglia nel bosco, della quale, ci sia consentito, non frega veramente niente a chi ha il problema di comprare i libri per i figli che vanno a scuola.

Fratelli d’Italia ha un problema di classe dirigente

Ma andando più in profondità, al Sud, e in Campania in particolare, che è la terza regione d’Italia per numero di abitanti, la Lega non esiste per ragioni storico-culturali, Forza Italia regge perché può contare su grandi portatori di voti, mentre Fratelli d’Italia non ha una classe dirigente in grado di rispondere alle esigenze degli elettori.

Tanti si stanno arruolando fra le truppe di Vannacci

Tranne rarissimi casi, i big del partito di Giorgia Meloni trascurano quasi scientificamente il rapporto con i famosi “territori”: le sezioni chiudono, i dirigenti cittadini vengono abbandonati al loro destino e spesso e volentieri, per ragioni facilmente comprensibili, fanno i bagagli e se ne vanno. Dove? Qualcuno, pur di avere la possibilità di “fare politica” (ci siamo capiti), se ne va col centrosinistra; tanti altri si stanno arruolando fra le truppe del generale Vannacci.

Il guaio meridionale di Meloni: una questione di voti, non di legge elettorale
Roberto Vannacci e, nell’immagine dietro di lui, Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Poi ci sono le beghe territoriali, i duelli, le gelosie, come accade per esempio in Puglia, con il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, fedelissimo della Meloni, in rotta con il commissario europeo Raffaele Fitto. Per quel che riguarda poi le lotte intestine al centrodestra, la Sicilia è un caso di scuola: tutti contro tutti, e cittadini in attesa che la politica si dedichi ai loro problemi. Ecco perché, Melonellum o Stabilicum, Rosatellum o Italicum, se Meloni vuole tornare a Palazzo Chigi deve necessariamente riallacciare il rapporto con il Sud. Sempre che sia ancora in tempo.

Il guaio meridionale di Meloni: una questione di voti, non di legge elettorale
Raffaele Fitto e Marcello Gemmato (foto Imagoeconomica).