Un laicato addomesticato: la servilità assunta a virtù e il tradimento della coscienza laicale Il comunicato della Consulta delle Aggregazioni Laicali di Salerno non è solo un atto di difesa: è il certificato di morte della corresponsabilità laicale. Arroccarsi dietro il paravento della “macchina del fango” per difendere a spada tratta l’operato dell’Arcivescovo, senza dedicare un solo rigo di sostanza ai pesanti interrogativi che gravano su don Alfonso Gentile, don Virgilio D’Angelo e don Antonio Romano, trasforma il laicato organizzato in uno scudo umano del potere clericale. Non si tratta di prudenza pastorale, ma di pura e semplice servilità di palazzo. Perché il laicato tace sui tre sacerdoti? La verità scomoda La scelta di non pretendere un’operazione di chiarezza sulla “verticale” amministrativa ed economica che fa capo a questi tre nomi rivela la natura profonda di certe dinamiche associative: La logica del feudo e della clientela: Pretendere trasparenza sulla gestione del patrimonio, sugli appalti diocesani, sulle dinamiche della carità e sugli incarichi curiali gestiti da Gentile, Romano e D’Angelo significherebbe andare a disturbare il manovratore. Molte aggregazioni laicali vivono di concessioni, patrocini, spazi e finanziamenti concessi proprio da quegli uffici curiali. Mettere in discussione la gestione equivale a tagliare il ramo su cui si è seduti. Vigliaccheria travestita da “Comunione”: Invocare la “comunione ecclesiale” per coprire le opacità amministrative è una bestemmia teologica. La vera comunione si fonda sulla verità e sulla giustizia, non sull’omertà di gruppo. Chiamare “pettegolezzo” quello che è il dovere di rendiconto (l’accountability) significa usare il linguaggio evangelico per coprire interessi terreni. L’ipocrisia dei “professionisti dell’antimafia”: È intollerabile vedere dirigenti laici organizzare convegni sulla legalità, sulla trasparenza nella pubblica amministrazione e sull’etica democratica, per poi spalancare le braccia all’opacità più totale quando le ombre toccano i corridoi della propria Curia. Fuori si esige il rigore, dentro si tollera il cono d’ombra. Il trionfo del clericalismo laicale Chi ha firmato quel comunicato ha scelto di fare il “portaborse” della gerarchia anziché la voce della coscienza del popolo di Dio. Un laicato adulto e libero non avrebbe attaccato la stampa o chi pone domande, ma avrebbe detto al suo Vescovo: “Eccellenza, per il bene e l’onorabilità della Chiesa di Salerno, apriamo le carte, chiariamo i ruoli di don Alfonso Gentile, don Virgilio D’Angelo e don Antonio Romano, ed eliminiamo ogni dubbio.” Invece no. Si è preferito il servilismo cieco, la difesa d’ufficio e la demonizzazione di chi chiede conto dei fatti. Liquidando tutto come gossip, le aggregazioni laicali salernitane si sono rese attivamente conniventi con un sistema che rifiuta di rendere conto del proprio operato, confermando che per molti “laici impegnati” la fedeltà al Vescovo viene molto prima della fedeltà alla Verità.
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