La stagione del pomodoro

Lucia Serino

Il San Marzano non è un pomodoro nostalgico. È un pomodoro che si lavora, che si esporta, che cresce nei numeri mentre noi ci distraiamo a fotografarlo. Prima di ogni tentazione elegiaca, andrebbe detto che nel 2024 la produzione certificata DOP ha raggiunto 22.284,84 tonnellate, quasi il doppio delle 12.669,80 tonnellate dell’anno precedente, per un valore alla produzione di circa 14,9 milioni di euro (Ismea Mercati). Non è proprio la fotografia di un reperto in via d’estinzione. È la fotografia di un prodotto che sta vincendo la sua partita, e la sta vincendo altrove: l’80% di quella quantità certificata ha già preso la via dell’estero. Il San Marzano non manca. Semplicemente, viaggia. Manca però a noi, manca a me che sono nata lì dove si produce. Il rosso oggi non basta più. Il pomodoro, che per secoli aveva un solo colore possibile, ha vissuto una sua piccola rivoluzione degli spettri, prima il giallo, poi il verde, infine il nero, addirittura, sì. Dal rosso al giallo, dal verde al nero: manca solo un simbolo elettorale, e il banco del fruttivendolo comincia ad assomigliare a un’aula parlamentare. In questo affollamento di bandiere, il rosso del San Marzano rischia paradossalmente di somigliare al colore più difficile da trovare, non perché sia scomparso insieme alle lotte contadine, ma perché nel chiasso cromatico che lo circonda fatica a farsi notare nella sua sobrietà. Può scattare così il meccanismo più insidioso. Quando qualcosa è difficile da incontrare, la mente corre subito all’indietro. Non trovando il San Marzano fresco al banco quanto vorremmo, siamo tentati di rifugiarci nell’immaginazione di un’epoca in cui bastava affacciarsi in campagna per trovarlo ovunque. Dove sei, insomma, Gennaro Corvino, con i tuoi articoli, aggiornati di anno in anno sullo stesso canovaccio, sulla campagna di raccolta? È una nostalgia legittima, quasi automatica. La scarsità genera memoria, e la memoria genera mito. Ma è un mito che i numeri, letti con attenzione, smentiscono. Perché il San Marzano non è affatto un pomodoro del passato che resiste per inerzia. E’ un pomodoro del presente che cresce a doppia cifra, che allarga i propri mercati, che rispetta un disciplinare più severo di qualunque narrazione romantica potrebbe inventare, raccolta dal 30 luglio al 30 settembre, esclusivamente a mano, in più passaggi, con una resa massima fissata per legge a 80 tonnellate per ettaro (Consorzio del Pomodoro San Marzano DOP). Il vero problema, allora, non è la scarsità del prodotto, è l’assedio della sua immagine. Guardate la comunicazione delle aziende del settore. Non basta più il campo, ci vuole la storia del campo. Non basta il contadino, ci vuole il contadino in controluce, fotografato all’alba come un eroe di un’epica che nessuno ha vissuto per davvero. Non basta la cassetta, ci vuole la cassetta ripresa dall’alto con un drone, come se il pomodoro avesse bisogno di un montaggio cinematografico per giustificare la propria esistenza. Pablo Neruda scrisse un’intera ode al pomodoro, e alla sua forza che stava proprio nella semplicità quasi violenta con cui restituiva l’oggetto, un frutto che si spacca sul tavolo, senza troppe cerimonie. È esattamente il contrario di quello che l’industria della narrazione sta facendo oggi con il San Marzano, lo carica di scenografia. C’è un’azienda dell’Agro molto in ascesa che ha scelto addirittura il blu come colore guida della propria comunicazione, blu, nel paese dell’oro rosso, come se anche il colore identitario andasse rinnegato pur di distinguersi, e c’è, l’avete mai visto, un monumento enorme, all’ingresso di San Marzano sul Sarno, un pomodoro gigante in pietra. È un modello. Quando un prodotto funziona davvero, la tentazione è sempre quella di sovraccaricarlo di racconto, come se il valore reale non bastasse a giustificarne il prezzo, ce in verità è molto più basso dei pomodorini gialli che l’altro ieri ho trovato a 4 euro a cinquanta al chilo. Ma un pomodoro che ha già dalla sua un disciplinare severo, una crescita produttiva a doppia cifra e un mercato estero che lo cerca, non ha bisogno di essere vestito da mito. Lo è già, per fatti, non per narrazione. Il punto, allora, è riconoscere che il San Marzano, in mezzo a questa rivoluzione cromatica fatta di gialli rivoluzionari e neri identitari, resta l’unico colore che non ha bisogno di rappresentare nulla se non se stesso. Non è un reduce da compiangere, è un prodotto che cresce nei volumi, che conquista mercati fuori dai confini regionali, che rispetta una disciplina agricola più rigida di molte industrie contemporanee. Rosso, allungato, un po’ storto, agrodolce per disciplinare e non per posa. Il San Marzano è vivo, e lotta insieme a noi.

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