Una breve incursione nei talk & news tv

di Luigi Snichelotto

Questa mattina mi sono attardato, nel fare il solito zapping, come spesso accade, sbirciando nella serie dirette, repliche delle news e talk delle trasmissioni televisive, il tutto estratto sia dai canali nazionali, non sottovalutando affatto quelli regionali. Questi ultimi, confesso, li seguo anche con qualche maggior interesse per l’aggiornamento costante e dettagliato che producono sui fatti più territoriali, amplificando aspetti e risvolti maggiormente dedicati a fatti di cronaca, assunti poi, anche dalla comunicazione di livello nazionale. Peraltro, dobbiamo constatare che queste richiamate emittenti locali, se seguite, ci risultano certamente più vicine e consapevoli delle nostre esigenze di informazione, poiché impattanti sulle nostre quotidianità, di qualsiasi argomenti esse trattino, dagli aspetti logistici, economici, culturali, al meteo, perché queste contribuiscono ad orientarci sui nostri vari programmi ed iniziative, sia lavorative che di tempo libero. Ne consegue una maggiore ricaduta, a volte anche tangibile, per i nostri aspetti sociali e familiari, non ultimi. Insomma, in una parola, questi canali, quali portatori di informazioni più attinenti, non sono da sottovalutare. Una voce diversa, per la nostra conoscenza di attività “di vicinato”, con un minor impatto “ideologico” o come si dice, più “generalista”. Ovviamente, l’informazione nazionale si dipana in mille rivoli alimentati da voci omologhe o contrarie, inoltre, a tal proposito, rilevo che alcuni dei canali nazionali, che amministrano le maggiori share, invece, tendano ad  alimentare scenari e contenuti ripetitivi, anche se provenienti da voci diverse, ma sempre con un comune denominatore, ovvero unidirezionali, sia che la polemica o propaganda sia orientata a “sinistra” o a “destra”, mentre il centro, non pervenuto! A questa mia percezione si aggiunge un’altra considerazione, cioè che tra le variegate voci di opinionisti e redazionali televisivi, vi sia l’orientamento ai prevalenti indicatori politici internazionali e nazionali, accompagnati da un fattore pericoloso ed insinuante, sottoposto a quel tipo di cronaca che molti esperti di comunicazione definirebbero “depressivo” quello che ci vede, purtroppo, alla fine di ogni giornata, sempre più perplessi ed attoniti, per il montante scoramento che ci attanaglia, tutti, con prevalenti notizie, il più delle volte, che scoraggiano e deprimono, poiché fatalmente proiettano nelle nostre coscienze o pensieri intimi, precarietà nelle nostre vite e sul nostro futuro, individuale e collettivo. Qualcuno si è già accorto di quanto questi sentimenti siano prevalenti nel subconscio e quanto inficino potentemente e prevalentemente sulla percezione del futuro delle nuove generazioni che, ahimè, tra covid e guerre, precarietà del lavoro e del futuro, verso il quale naturalmente dovrebbero tendere, vivono nella deriva di una crisi d’identità. Ne deduco, da questa mia ultima, che vi sia una possibile attinenza con un elemento facente capo alla scienza della comunicazione, nella quale il pensiero imperante riflette i grandi temi della filosofia sociale attivando una politica che vuole riverberarsi sulla psicologia di massa. Qualche illustre pensatore ne ha approfondito le radici con degli studi su questo tema. L’argomento è stato particolarmente affrontato, soprattutto in determinate epoche, tant’è che non esiste un singolo autore universalmente riconosciuto sul tema, ma vi sono diversi pensatori che, da prospettive differenti, hanno sostenuto idee vicine o complementari. Ne cito in particolar modo due, uno è Walter Lippmann, un giornalista e politologo del secolo scorso, quasi a ridosso della mia generazione, morto nel 1974, un pioniere nell’analizzare il condizionamento operato dai mass media sull’opinione pubblica a favore della costruzione del consenso, sostenendo che la maggior parte delle persone non conosca la realtà direttamente, ma la percepisce prevalentemente attraverso le “immagini nella propria testa”, così come propinate dai mezzi di comunicazione agenti nel contesto. Nel suo libro Public Opinion (1922) emerge il suo assunto: il pubblico conosce il mondo attraverso rappresentazioni, costruendo pregiudizi culturali e mentali, perché chi controlla il flusso delle informazioni influenza, inevitabilmente, la percezione collettiva; l’opinione pubblica può essere guidata più facilmente di quanto si immagini. Lippmann aveva, a torto o ragione, la sua tesi, preferendo soffermarsi sul potere dell’informazione, non focalizzandosi sullo stato di percezione dell’individuo sottoposto alla pressione del dover affrontare la precarietà dell’esistenza del proprio tempo, quella summa di cerebrali e legittime aspettative umane, oggi disattese, disagi e paure che purtroppo dopo più di circa 50 anni fanno prepotentemente capolino nei nostri vissuti collettivi. L’altro studioso è Edward Bernays, nipote di Freud, che nella sua accezione lessicale si sofferma sulla possibile manipolazione delle masse. Esplicitamente, ebbe a scrivere: «La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse è un elemento importante della società democratica». Lo studioso, in modo più vicino emotivamente all’attuale stato dell’arte, dà un’assist di modernità al suo pensiero, facendo capolino sulle emozioni e paure che finiscono per influenzare gli esseri umani più della logica. I timori collettivi, possono influenzare la comunicazione, possono orientare i comportamenti di massa. Chiunque conosca i meccanismi psicologici e sapientemente quelli della  comunicazione può riuscire ad esercitare un grande potere. Ovviamente, non parlava espressamente del ruolo della comunicazione, in senso lato “depressiva”, o dei mezzi di informazione, ma più in generale, ne riconosceva la valenza in termini di sollecitazione alla paura. Certamente uno degli strumenti più efficaci per l’induzione alla convinzione oppure orientamento delle masse verso un determinato obiettivo. Personalmente credo che per orientare l’audience sia sufficiente parlare solo di alcuni argomenti, escludendone altri in modo da penetrare sistematicamente nella psiche di chi ascolta. D’altronde viviamo in una società liquida e fare breccia nell’essere umano non è cosa facile, i miliardi d’informazioni, che riceviamo dal mondo, sono così labili che l’individuo ne trattiene solo alcune. Appare, quindi, necessario fare continui rinforzi per una sapiente procedura di assimilazione. Se volessimo massimizzare il pensiero sin qui esposto, mi sovviene che la deriva ed il controllo sociale non é solo conseguenza di una forza determinante, ma proviene, su tutto, dalla definizione ed applicazione di “gabbie mentali” attraverso le quali, noi esseri umani, decodifichiamo il mondo che ci circonda, una fonte autorevole e riconosciuta come quella di Antonio Gramsci sosteneva che il vero potere, quello più longevo, non é quello della imposizione violenta ma quello del predominio culturale. Quando un popolo assorba naturalmente e diffusamente un certo modello del mondo, non ha più necessità di essere forzatamente indotto alla sua applicazione, probabilmente sarà spontaneamente allineato. Il quesito cardine, allora, é: siamo tutti insensibili a ciò che accade nel mondo perché troppe ne vediamo e ne sentiamo? O passivamente assorbiamo tutte le negatività che ci circondano frustrando le nostre aspettative anche succubi di una comunicazione depressiva? Sarà il caso di prendere atto che la persona, nella posizione dell’audience, rischia alla fine, una sorta di frustrazione permanente? Molti scienziati del settore hanno avviato varie riflessioni e considerazioni da diversi punti di partenza con logiche conclusioni, ma senza mai riuscire a postulare la condivisa esistenza di un piano univoco e da tutti sottoscritto. Le notizie negative finiscono per attirare più di quelle positive? Si può parlare di “negativity bias?”, in italiano “pregiudizio della negatività?”. Quindi, la paura e l’assenza di certezze ci espongono maggiormente alla voglia di acquisire ulteriori informazioni? Il circo delle news, lo potrebbe percepire e per le varie ragioni di opportunità commerciale ed economica, oltre alla forte quanto spietata concorrenza, potrebbe scivolare nella deriva catastrofista? Potrebbe svilupparsi persino un senso di impotenza? Sfiducia? Disinteresse protettivo? Una sorta di “sindrome di Stoccolma”. Con lo sviluppo di guru acquisiti come tranquillizzanti? Stati d’ansia diffusi? Queste considerazioni saranno, immagino, nell’ordine giornaliero delle cose e persone, ma si potrebbe provare assolutamente, ai nostri giorni, il nesso causale, per poter dichiarare uno stato di depressione permanente collettiva e generalizzata o che sia in atto una strategia conclamata tra gli addetti ai lavori verso l’audience? Non credo, al momento! Troppe concause, endogene ed esogene, concorrono! Infine, possiamo sostenere che il vero problema non sarebbe il definire se esista qualcuno che cercherebbe di deprimere il pubblico ma quale cittadino vorrebbe somministrare un’informazione strutturata quasi esclusivamente su emergenze, conflitti e paure? Ogni giorno finiamo per ricevere notizie su guerre, delitti di tutti i generi, emergenze, scandali, crisi, catastrofi e sviluppiamo il rischio, secondo alcuni psicologi, di subire una sorta di “impotenza appresa” o “Learned helplessness” cioè che quanto si possa fare umanamente, sarà comunque inutile, allontanando, di fatto, le persone dalla volontà e possibilità di contrastare i fenomeni negativi, rinunciando al challenge perché ogni sacrificio personale sarà percepito inutile, di fatto delegando alla politica o alla partecipazione civile. Questo l’obiettivo? Non tanto denunciare complotti, quanto interrogarsi sul rapporto tra informazione, responsabilità, libertà e qualità della democrazia? Cosa ne pensate?

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