Negoziare o non negoziare: questo è il dilemma. Perché come si è capito in questi giorni è proprio sul concetto di negoziabile che molto probabilmente si decideranno le prossime elezioni.
I niet di Conte
Il primo a tirare fuori la parolina magica è stato Giuseppe Conte, che ha definito appunto «non negoziabili» il no al riarmo dei singoli Stati, il no al sostegno militare all’Ucraina e all’economia di guerra. Immediata la batteria dei riformisti del Pd per cui non negoziabile è invece il sostegno a Kyiv. Apriti cielo. A calmare di poco le acque si è dovuto organizzare in fretta e furia un pranzo (peraltro non risolutivo) tra Elly Schlein e lo stesso Conte.
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Il senso del centrodestra per la governabilità (o per le poltrone)
Nelle stesse ore nel centrodestra cadevano come birilli diversi punti fermi, dal no alle preferenze di Lega e Forza Italia al no del partito di Salvini alla clausola di salvaguardia per la difesa militare invece che per la sicurezza nazionale, come in questi quattro anni era stato per l’aumento dell’età pensionabile, mentre Fratelli d’Italia ha rinunciato via via alle madri di tutte le riforme, il presidenzialismo e il premierato. Insomma, la coalizione guidata da Giorgia Meloni ha finora interpretato alla massima potenza la risposta di Giulio Andreotti a Ciriaco De Mita che lo accusava di tirare a campare: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Fuor di battuta, i partiti di centrodestra hanno dimostrato di essere pronti a trattare anche sui punti più qualificanti del loro programma pur di continuare a governare. La lettura positiva è che la governabilità è un valore in sé, quella delle malelingue è che le poltrone piacciono assai. Molto probabilmente sono vere entrambe e di certo caratterizzano la coalizione, anche se l’incognita Vannacci getta un’ombra anche su questa fotografia.

Il centrosinistra e la specialità di tiro al governo
Nel centrosinistra invece Pd, AvS e Italia Viva hanno abituato gli elettori a precipitose cadute dei propri governi, dall’Ulivo all’Unione di Prodi, fino al Conte 2. E gli elettori, soprattutto i più moderati, non apprezzano più di tanto chi fin da ora annuncia che non intende trattare con gli alleati fino a far pensare che è pronto a far saltare l’alleanza o magari il futuribile esecutivo Pd-M5s-Avs. Non esattamente un bello scenario.

E se quello del M5s fosse un bluff?
La posizione di Conte sui punti non negoziabili del suo programma molto probabilmente è invece in realtà trattabilissima. Così la legge chi ha memoria dei suoi cambi di linea politica, così come del suo passare da essere premier di un governo giallo-verde a esserlo di uno giallo-rosso, fino al sostegno all’esecutivo Draghi. Ma il ritorno di Beppe Grillo potrebbe aver condizionato le ultime uscite del presidente M5s, così come l’ambizione di vincere le primarie e tornare a palazzo Chigi nella speranza di una spinta dei giovani Propal. Il rischio è che invece la sua intransigenza venga considerata credibile, insomma vera, da parte di molti elettori, moderati o incerti, che potrebbero disertare le urne temendo di votare una coalizione litigiosa fino al suicidio. Al netto di ogni valutazione di merito su questo o quel punto di programma (di cui ancora nel campo largo non v’è traccia), il passato fa ancora paura, nel centrosinistra, e allora la parolina ‘negoziabile’ potrebbe fare la differenza tra vincere e perdere le prossime elezioni.
