Luigi Snichelotto
Avvio alcune riflessioni sul comparto del turismo, probabilmente uno dei settori economici di cui oggi si parla di più e che, paradossalmente, si conosce meno nella sua reale articolazione e complessità. È diventato terreno di confronto pubblico, di slogan, di narrazioni seducenti, di ricette semplici per problemi complessi. Ogni giorno si moltiplicano convegni, dibattiti, interviste, editoriali e interventi sui social e nella generale quotidianità. Tutti parlano di turismo ma pochi, alla fine, ne sanno, sia detto senza voler personalizzare verso qualcuno il giudizio severo. Molti, tanti propongono soluzioni ma per queste pianificazioni si finisce per poter poco sviluppare dei piani a medio e lungo termine misurati e dotati di dimenzionamenti stabilizzati nella stessa prospettiva. Pochi, tuttavia, sembrano interrogarsi sulla differenza tra l’esprimere un’opinione ed il possedere un’esperienza realmente maturata sul campo, tale da poter garantire, con sufficiente approssimazione, i risultati pianificati e stimati. Queste riflessioni nascono, quindi, da oltre quarant’anni di attività professionale nel settore e nell’opportunità di confrontarci settimanalmente, attraverso dibattiti o rubriche televisive, con amministratori, rappresentanti istituzionali, operatori del settore e non, investitori economici o cittadini. Nessuno, ovviamente, ha pretese di rappresentare le proprie verità, men che meno, assolute. Al contrario, le riflessioni di ciascuno ed in particolare le mie, prendono forma proprio da quella cultura del dubbio che considero il primo dovere di chiunque voglia contribuire seriamente ed intervenire nel dibattito pubblico. Un approccio quindi misurato e di puro “understatement” proprio nel rispetto di uno scenario così complesso e variegato. Il turismo rappresenta, nel contempo, una delle principali risorse economiche e culturali del nostro Paese e particolarmente nei nostri territori meridionali. La ragione risiede nel fatto che abbiamo assistito allo svuotamento progressivo delle risorse umane, per effetto di un’emigrazione continua e costante dopo la costituzione del Regno d’Italia, nel 1861 e per molti decenni, fino ad oggi, perdendo contemporaneamente insediamenti imprenditoriali, che hanno chiuso o sono emigrati nel tempo, ricollocandosi al nord o all’estero, salvo alcuni poli di eccellenza che sono riusciti a restare e sviluppare. Ciò nonostante, il settore continua ad essere affrontato con una sorprendente superficialità. La sua apparente accessibilità induce molti a ritenere che bastino entusiasmo, buona volontà o una conoscenza sommaria del settore per trasformare un’idea in un progetto imprenditoriale di successo. Naturalmente non vi è nulla di censurabile in chi desideri intraprendere una nuova attività. La libertà d’impresa è uno dei pilastri di una società aperta e ogni iniziativa merita rispetto. Il problema nasce quando l’improvvisazione viene presentata come competenza e quando l’esperienza viene sostituita dalla semplice esposizione mediatica. Negli ultimi anni il turismo è diventato una disciplina “di moda”. Si parla con disinvoltura di destination management, marketing territoriale, branding, experience economy, sostenibilità, storytelling, intelligenza artificiale e trasformazione digitale. Tutti temi importanti, certamente. Ma la terminologia, da sola, non costruisce competenza. Esiste infatti una differenza sostanziale tra conoscere un linguaggio e aver vissuto la complessità quotidiana della gestione di un’impresa. Un imprenditore che abbia creato aziende, investito risorse proprie, assunto collaboratori, affrontato crisi economiche, gestito mercati internazionali, pagato stipendi, contributi, imposte e fornitori possiede un patrimonio di esperienza che nessun manuale potrà mai sostituire integralmente. Questo non significa attribuire maggiore dignità a una professione rispetto a un’altra. Ricercatori, docenti, consulenti, funzionari pubblici, amministratori locali e imprenditori rappresentano tutti competenze indispensabili. Tuttavia ciascuno osserva il turismo da un punto di vista diverso e proprio questa differenza dovrebbe essere sempre dichiarata con chiarezza. La vera questione, infatti, non riguarda la libertà di parola. La libertà di esprimersi rappresenta una conquista irrinunciabile di ogni società democratica e non dovrebbe mai essere subordinata a una presunta “patente di competenza”. Sarebbe un terreno pericoloso. Il problema è un altro. Il problema nasce quando il sistema dell’informazione non distingue adeguatamente tra opinione, esperienza e autorevolezza. Chi ascolta è davvero nelle condizioni di comprendere il percorso professionale di chi interviene? Conosce le responsabilità che quella persona ha assunto nella propria vita lavorativa? È in grado di valutare il contesto nel quale quelle opinioni si sono formate? Sono domande tutt’altro che marginali. Non servono a screditare nessuno. Servono piuttosto a contestualizzare il valore di un’esperienza. Viviamo inoltre in un’epoca nella quale la visibilità viene troppo spesso confusa con l’autorevolezza. La frequente presenza sui mezzi di comunicazione o sulle piattaforme digitali tende a trasformare chiunque in un presunto esperto. È un meccanismo psicologico ben noto: la ripetizione genera familiarità e la familiarità viene facilmente scambiata per credibilità. Questa dinamica produce un effetto che considero particolarmente pericoloso. Le persone realmente competenti finiscono talvolta per allontanarsi dal confronto pubblico. Non perché manchino loro gli argomenti, ma perché non desiderano partecipare a un dibattito nel quale ogni opinione viene automaticamente considerata equivalente. Il rischio, soprattutto nei territori che più avrebbero bisogno di capitale umano qualificato, è evidente. Quando le competenze autentiche vengono sommerse dal rumore di fondo, si perdono opportunità di crescita, di innovazione e di sviluppo. Da qui deriva anche una responsabilità che riguarda il sistema dell’informazione. Non quella di censurare, né tantomeno di selezionare chi possa parlare. Piuttosto quella di offrire ai cittadini gli elementi necessari per comprendere chi parla, da quale esperienza provenga e quale percorso professionale legittimi le sue analisi. Forse il vero interrogativo, allora, non riguarda soltanto il turismo. Riguarda il modo in cui una comunità sceglie di riconoscere il valore della competenza. Una democrazia vive della libertà di parola. Ma cresce soltanto quando riesce a distinguere la notorietà dall’autorevolezza, la visibilità dall’esperienza, l’improvvisazione dalla responsabilità. Non servono patenti per parlare. Servono criteri migliori per ascoltare. Perché una società che smette di riconoscere il valore della competenza non diventa più libera. Diventa soltanto più rumorosa. Il Mezzogiorno non soffre soltanto di carenze infrastrutturali, finanziarie o organizzative. Soffre, prima ancora, di una storica difficoltà nel valorizzare pienamente il proprio capitale umano. Troppo spesso i talenti migliori emigrano, mentre chi rimane si trova costretto a confrontarsi con sistemi nei quali il merito non sempre rappresenta il principale criterio di selezione. È un limite che riguarda le istituzioni, le imprese, le professioni e, più in generale, la cultura civile dei territori. Il turismo può diventare l’occasione per invertire questa tendenza. Ma soltanto se verrà considerato non come un rifugio economico o una scorciatoia occupazionale, bensì come una vera industria della conoscenza. Serviranno imprese più solide, amministrazioni più preparate, università sempre più vicine ai bisogni reali del territorio e un sistema della formazione capace di accompagnare l’evoluzione continua delle competenze. Occorrerà favorire reti tra imprese, collaborazione tra pubblico e privato, programmazione di lungo periodo, raccolta e utilizzo intelligente dei dati, innovazione digitale e una nuova capacità di misurare i risultati. La qualità dell’accoglienza non dipenderà soltanto dalla bellezza dei nostri paesaggi. Dipenderà dalla qualità delle persone che li amministreranno, li racconteranno e li renderanno competitivi. Il Mezzogiorno possiede un patrimonio straordinario di storia, cultura, ambiente, enogastronomia e identità. Ma nessuna risorsa naturale è sufficiente se non viene governata da competenze adeguate. Il vero investimento strategico dei prossimi anni non riguarderà soltanto alberghi, aeroporti o infrastrutture ma, su tutto, le persone. Perché il capitale umano rappresenta l’unica risorsa che, se valorizzata, produce sviluppo economico, coesione sociale e credibilità internazionale. In questa prospettiva il turismo potrebbe diventare molto più di un settore economico.
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