di Pasquale Califano*
C’è una strana idea di maturità che rischiamo di costruire: un ragazzo può essere considerato troppo giovane per scegliere, ma improvvisamente abbastanza grande quando arriva il momento di essere punito. Riconoscere un minore come adulto soltanto quando commette un reato introduce una contraddizione profonda nel modo in cui concepiamo la responsabilità. Se la maturità è il presupposto per esercitare diritti e assumere doveri, com’è possibile pretenderla soltanto nel momento in cui si deve infliggere una pena? È questa la questione che emerge dal dibattito sulle proposte di riforma dell’imputabilità tra i 14 e i 18 anni: eliminare la valutazione della maturità caso per caso — oggi prevista dal D.P.R. 448/1988 — e trasferire l’onere della prova sulla difesa. Al di là degli aspetti tecnici, il messaggio culturale rischia di essere chiaro: il minore smette di essere considerato anzitutto una persona in formazione e diventa un adulto ogni volta che c’è da attribuirgli una colpa. Naturalmente una società giusta non può ignorare il dolore delle vittime né minimizzare la gravità dei reati commessi dai ragazzi. Ogni violenza produce conseguenze reali e richiede risposte adeguate. Ma proprio perché quei reati sono gravi, la domanda non può essere soltanto come punire chi ha sbagliato. Deve essere anche perché un adolescente sia arrivato a quel punto e cosa sia mancato prima. Di fronte al disordine, infatti, le comunità cercano spesso risposte semplici a problemi complessi. Lo psicoanalista Franco Fornari spiegava come le società, per contenere l’angoscia, tendano talvolta a proiettare all’esterno le proprie responsabilità, individuando un bersaglio su cui concentrare il bisogno di controllo. Il ragazzo che sbaglia rischia così di diventare il capro espiatorio ideale: punirlo severamente può diventare un modo per evitare di interrogarsi sui fallimenti educativi, familiari e sociali che lo hanno preceduto. Del resto, la “giovane età” non è mai stata un confine immutabile. Come ha mostrato Philippe Ariès, il modo in cui una società definisce infanzia e adolescenza cambia nel tempo. Quando serviva forza lavoro, si diventava grandi molto presto; quando serviva carne da cannone, a diciassette anni si era considerati abbastanza maturi per imbracciare un fucile. Nel secondo Novecento l’adolescenza si è progressivamente allungata; oggi assistiamo al fenomeno opposto: un’adultizzazione selettiva. È quella dinamica che il sociologo Stanley Cohen definiva “panico morale”: un gruppo sociale viene trasformato nel simbolo delle paure collettive, diventando il luogo su cui concentrare ansie e insicurezze. Questo non significa negare il problema della criminalità minorile, ma chiedersi se una risposta esclusivamente punitiva sia davvero efficace o se rappresenti soltanto una soluzione immediata e rassicurante. Il cortocircuito resta evidente. A quattordici anni un ragazzo non può votare, stipulare autonomamente un contratto o assumere la maggior parte delle responsabilità civili riconosciute agli adulti. Ma se commette un reato, quella stessa maturità viene improvvisamente data per acquisita, riducendo proprio quella valutazione individuale pensata dal nostro ordinamento per comprendere la complessità dello sviluppo adolescenziale. La maturità diventa così una categoria a geometria variabile: negata quando si tratta di riconoscere autonomia e diritti, invocata quando si tratta di attribuire responsabilità e infliggere una pena.La questione, allora, non è scegliere tra impunità e repressione. Una società adulta deve saper tenere insieme entrambe le esigenze: riconoscere la gravità degli errori commessi e, allo stesso tempo, non rinunciare alla responsabilità educativa. Perché una società che riconosce i propri giovani solo nel momento in cui deve punirli ha già perso la sua sfida più importante: quella di formarli prima che sia troppo tardi.
*Psicologo Clinico e di Comunità – Psicoterapeuta – Psicoanalista Infantile – Specialista nelle dinamiche di gruppo
L'articolo Quando la maturità serve solo a punire proviene da Le Cronache.
