Violenze in carcere: pm ricorda detenuto e si commuove

“Fakhri Marouane non era una santo come non lo sono altri detenuti, ma aveva fiducia nello Stato italiano e aveva per questo intrapreso un percorso di rieducazione, seguendo la scuola e corsi di scrittura. Sapeva di aver sbagliato e più volte me lo aveva confidato, ma è stato tradito proprio da rappresentanti dello Stato”. Sono parole cariche di pathos ed emozione quelle con cui la pm Alessandra Pinto, durante la requisitoria nel maxi-processo (105 gli imputati) per le violenze commesse dai poliziotti penitenziari il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ai danni di circa 300 detenuti del reparto Nilo, ricostruisce la vicenda del 30enne di origine marocchina Fakhri Marouane, vittima dei pestaggi e poi trasferito nel carcere di Pescara, dove nel maggio 2023 si diede fuoco; morì dopo due mesi di agonia al Policlinico di Bari. La sostituta procuratrice quasi piange quando ricorda il percorso di risocializzazione fatto da Marouane, che a Pescara si diplomò, e si rifiutò di presentare istanza di liberazione anticipata per proseguire il percorso in carcere. “Scrisse un testo e mi inviò delle lettere, la sua esperienza è stata molto significativa per il mio percorso di magistrato”, sottolinea Pinto, costretta a fermarsi per qualche minuto per l’emozione dopo aver mostrato i video interni del carcere in cui si vede Fakhri inginocchiato da solo nell’area socialità del Nilo, circondato dagli agenti che si accaniscono contro di lui con i manganelli. La pm ha fatto i nomi degli agenti imputati Oreste Salerno, Gennaro Quisillo, Raffaele Piccolo, classe 1973, da non confondere con l’omonimo imputato del 1964.

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