L’anniversario della scomparsa di Costantino Montesanto

Michelangelo Russo

Esistono i Santi laici? Certo che ci sono! Sono quegli uomini eccezionali che lasciano orfana un’intera comunità, che ne piange la scomparsa quasi fosse la dipartita del Santo Patrono del paese. E’ questa l’aria che si è respira, il 2 giugno, nella sala principale del piccolo Comune di Cetara. Non è stata una commemorazione fatta di ufficialità e di discorsi di diplomatico e scontato rammarico. A un anno dalla morte, l’avvocato Costantino Montesanto ha chiamato a raccolta il suo popolo di amici e di estimatori. Gente comune, avvocati, magistrati, tutti senza insegne del lutto, ma tutti, proprio tutti, convinti ancora di vederlo assiso, sornione, bofonchioso e saggio come un patriarca, sulla sedia al centro del palco. Vivo, confortante con la sua saggezza senza limiti e la sua scienza rinascimentale che aveva risposte a tutte le domande, anche quelle che non pensiamo di formulare perché diamo per scontato che non hanno risposta. Ma Costantino la risposta l’aveva, sempre, e si scopriva dopo che era quella giusta. C’è stato tutto il popolo di Cetara che ha voluto vederlo accanto, per proclamarne l’immortalità. Constantino Santo subito. E San Pietro, Patrono celeste del paese, non se ne avrà a male. Perché se l’è preso subito accanto, per dargli una mano, e un consiglio, per proteggere l’amata Cetara e tutta la Costiera. Qual è la misura del rispetto conquistato in vita? La folla alle esequie, le lacrime di parenti e amici? No, per i Santi laici è la compostezza corale, il bisogno della parola come acqua sotto il sale ardente di un giorno di giugno. Parla per primo un cugino stretto, quasi un fratello per lui che non ebbe fratelli né spose. E poi parlano gli amici, che nel silenzio religioso della sala ne tratteggiano, con pennellate di vita che sembrano concordate per giungere al ritratto finale, la figura gigante di uomo di scienza giuridica, filosofica, storiografica, saggistica, umana. Un uomo del Rinascimento in un territorio del Sud, dove i piccoli orizzonti della politica e delle economie sono portati, per logica di cose, a comprimere i volumi delle personalità eccelse. Ma l’avvocato Costantino Montesanto ha varcato i confini del comodo pensiero provinciale. La sua opera incredibile di scritti e di saggi è l’eredità che lascia alla Costiera, Patrimonio dell’Umanità. Presto la Pro Loco, di cui fu animatore, pubblicherà l’opera omnia dei suoi scritti, vergati in oltre quaranta anni. Ma stamane c’è anche la nota dolente. C’è il rammarico che il Comune non abbia ancora dedicato al maestro la piccola stradina che porta alla sua casa. Si chiama via Grotta. Tutti vogliono che si chiami Via Costantino Montesanto. Ma il Comune nicchia. Si cerca in sala il Sindaco, ma il Sindaco non c’è. Alla commemorazione dell’uomo più illustre di Cetara degli ultimi decenni il Sindaco del piccolo Comune non c’è. Né ha mandato un biglietto di adesione. Sorrisi in sala. E poi c’è la voce di Padre Nicola Di Bianco. E’ un sacerdote e un teologo. E’ stato l’amico di una vita di Costantino. La controvoce cattolica di dialoghi infiniti e socratici con il pensiero laico di Costantino, che Padre Nicola definisce un uomo alla ricerca di Dio. Incredibile a vedersi. Nelle tiepide serate d’estate, questi due uomini, nella piazzetta del microscopico paese di Cetara, per decenni hanno parlato, tra discepoli occasionali quali Apostoli apprendisti, della storia e dell’uomo. Non come chiacchiera da osteria, ma come appassionata difesa e tutela del pensiero alto. La cerimonia si avvia alla fine. La Presidente della Corte d’Appello Ornella Crespi si commuove sul palco ricordando l’amico Costantino. Quando apprese della sua morte, non volle crederci, e gli telefonò convinta che avrebbe sentito la sua voce rassicurarla che lui era ancora tra noi. Ma è così, conclude, lui è ancora tra noi. L’ultimo intervento è stato di un magistrato in pensione, amico di Costantino dai tempi del liceo. Dice che se il 2 giugno fosse venuto a Cetara a trovarlo, lui vivo, lo avrebbe accompagnato sulla leggendaria terrazza della sua casa affacciata sulla spiaggia, dove la sua famiglia ha abitato, generazione dopo generazione, da prima della Rivoluzione francese. Costantino, indicando l’osceno cumulo di sabbia non di mare, ma di pietrisco di cava terrestre, pronto per essere sversato sulla spiaggia per imitare la moda salernitana dei ripascimenti fasulli avrebbe detto: “Ma che cosa è questo?” con una smorfia di condanna. La conservazione della natura, della storia e dell’identità del Meridione, conclude il Magistrato, il tempio laico in cui venerare quel Dio che Costantino Montesanto cercava nel suo cammino verso di lui. E’ questa l’ultima lezione che ci ha lasciato un uomo modesto nell’aspetto e immenso, straordinario, nella sua sapienza e saggezza.

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