di Pasquale Scaldaferri
Non è l’Everest: 8848 metri. Più in alto non si può. Ma quattro montagne di dolore e sofferenza superano di gran lunga la soglia della resistenza, rischiando di infrangere sogni e aspettative, gioie esistenziali e colori di vita. Specialmente se il nemico infìdo è scorretto, appiccicoso, nauseabondo. Penetrante nel corpo e nell’anima, senza soluzione di continuità. Immondo e mefistofelico, ignaro stavolta, però, che la vittima è chi ha violato i confini della sana, giocosa esistenza. Schiacciato e triturato dall’indomita voglia di libertà e bellezza, coniugate al presente, con un’ampia, infinita terrazza esposta alla luce. Alla semplicità dei gesti. Alla definitiva, impareggiabile reviviscenza. La feroce e raggiante rivincita della guerriera per la vita è la summa di Quattro volte me -Le mie rinascite dopo il cancro- autobiografia di Monica Oriente. Una carezza al cuore, perentorie lezioni di audacia, soffio verace di vivace gaiezza. L’epilogo trionfante di un percorso frastagliato e tormentato. L’apoteosi del bene sul male, il gusto del bello sul brutto. L’essenza della gioia. L’estasi della libertà. Adesso tu di Eros Ramazzotti cantata davanti allo specchio, con la spazzola come microfono. E il cuore che continua a battere forte. Ché pulsa un inno alla vita. E alla rinascita. Il duro allenamento in cui si cimenta la guerriera, la forza impressa per combattere, sfidare l’avversario subdolo che fa invasione di campo, intervenendo a gamba tesa nel suo universo colorato di spensieratezza, progetti, flessuose melodie. La strada prende una direzione inaspettata e nelle giornate infestate di tristezza, dolore, sgomento, la dolce e inossidabile creatura comprende quanto l’ombra ti sceglie solo quando c’è il sole. TRAPPOLA – A 20 anni il linfoma di Hodgkin: il sistema linfatico intrappolato in un limbo sospeso tra attesa e paura. La malattia non ha età, la speranza sì: “Ha sempre il volto di un bambino, crede che domani andrà meglio”. Il coraggio, sintesi di importanza e pienezza, dà nuova linfa alla quotidianità della donna cilentana. Nelle pagine che trasudano passione ed emozione, affiorano segmenti narrativi di profonda spiritualità, conditi di puro ottimismo e mai ripiegati, neppure sfiorati, a rassegnazione e sconfitta. La geografia della realtà ha il riverbero di un traguardo da tagliare: riscossa è l’obiettivo da inseguire. La piccola, grande donna si piega, ma non si spezza. Sotterrando, viceversa, afflizione e depressione, pessimismo e inquietudine. Riappropriandosi del vento che soffia tra i capelli, con le sinfonie musicali a rendere armonioso e leggero il radioso avvenire, ma conservando nel cuore e nella mente gli incontri e le esperienze condivise nei giorni del dolore. Come con la piccola Elvira, 2 anni, occhi grandi e profondi, in grado di darle forza, pur nella sofferenza della sua condizione. Elvira è luce e fiducia. Un corpicino fragile che sprigiona gioia e armonia. Ma all’improvviso si spegne. Oggi è simbolo di palingenesi. Perché dal dolore si può sempre intravedere uno spiraglio di ottimismo. La gratitudine come modello da portare ovunque, per non sprecare neanche un giorno. RISCATTO – Grazie soprattutto a medici e scienziati capaci di curare prima l’anima, poi il corpo. Un viaggio in cui ogni attimo è un dono prezioso. E qui è il sublime concepimento dell’eroismo di Monica: la dignità mai scalfita nelle lotte contro il male plurimo. Quattro tempi supplementari in cui impara letteralmente sul corpo e negli abissi della sua coscienza “che il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di andare avanti nonostante essa”. Alla terza tappa del calvario il messaggio inaspettato di Eros -cantautore prediletto- precedentemente da lei contattato sotto mentite spoglie della sorella Silvia: “Come è andata? Forza tesoro, sei una roccia”. In un attimo il dolore si trasforma in una coccola inattesa. E la presenza di Giovanni (“benedizione nella mia vita”) le restituisce, pur nel percorso periglioso, l’immancabile e salvifico tocco lieve e avvolgente di amore e tenerezza. L’autrice insegna “che la voce della vita non si spegne mai davvero”. Il dolore può piegarti, ma non riuscirà mai ad annientarti, se contrastato da volontà indistruttibile, inesauribile tenacia, insopprimibile voglia di vivere. Con la fede -testimonianza di ciò che non si vede, dimostrazione di quello in cui si crede- capace di sostenere e irradiare il percorso terreno. Neppure il soffio di malinconia riesce ad aggredire, schiacciare, sfregiare la bellezza come forma di opposizione. Ma c’è una parola che più di ogni altra attraversa la storia di Monica Oriente. Che non rimanda a concetti, espressioni, bensì sentimento, emozione, condivisione. EMPATIA – Le medicine salvano il corpo. Ma è un vocabolo impercettibile, impalpabile -ancorché pregno- che tiene in vita l’anima. La consapevolezza rappresenta il carburante in grado di comprendere che dietro ogni oscurità c’è sempre l’alba di un nuovo giorno. Forza e pace interiore, energie vitali dettate da un ingrediente misterioso e invisibile, ma non per questo meno necessario e fondamentale, capace di alimentare inespugnabili risorse naturali, altrimenti inesistenti se non fosse insito nella persona volitiva e mai prona alla rassegnazione: empatia. Il messaggio di Maria Rita Parsi -celebre e compianta psicoterapeuta- (l’amore può salvarci: accende la vita e arrotonda il male di vivere), incarnato con nitore dal movimento empatico fondato dall’ intellettuale del Mezzogiorno, Menotti Lerro, viene sublimato nell’ illuminante prefazione di Quattro volte me -Le mie rinascite dopo il cancro- da Matteo Bassetti, direttore clinica malattie infettive policlinico San Martino di Genova. La delicatezza della persona coniugata alla competenza medica: il particolare rivelatore che Monica riscontra sin dall’esordio della sua odissea. Auspice l’ampio bagaglio di nozioni e cultura dell’ematologo di fama internazionale, Franco Mandelli, lo straordinario scienziato che sapeva infondere serenità, anteponendo l’essere umano al paziente da curare; Tommaso Pellegrino, medico eccellente e uomo “presente, generoso, rassicurante”. Atti d’amore con cui medici di statura cerebrale e sentimentale, prima che professionale, iniettano ottimismo, anticipando cura dell’animo alla prescrizione di medicinali. Quintessenza del credo etico di altri due professionisti seguaci di Ippocrate, dalla profonda sapienza anche nel condividere il dramma di Monica con spiccata deontologia e affettuosa partecipazione: Michele Ferrante ed Enzo Zicca, attenti a leggere oltre i referti, intuendo ciò che gli altri non coglievano. Un libro dall’insegnamento solenne -nel ricordo di papà Luigi, discreto e onnipresente- scritto con l’inchiostro di una felice liberazione, capace di dare voce a quelle sensazioni troppo a lungo inchiodate al tetro silenzio. Emozioni che si accavallano e coinvolgono il lettore. Momenti irripetibili in cui il viso rigato dalle lacrime lancia inenarrabili segnali di gaudio. Alla bancaria che ha dimestichezza con numeri e cifre, si sostituiscono tortuose strade fatte di conti salati, corsie d’ospedale, analisi rabbrividenti. Una maratona ad ostacoli, costellata di inciampi repentini e improvvise risalite, dolori lancinanti e itinerari eterei. Fino al trionfo della campionessa olimpionica in grado di sopprimere in 4 dure battaglie l’ospite indesiderato. Un’autentica primatista della specialità, con annessa medaglia d’oro al merito. Oggi, speranza e vitalità dettano i tempi di una signora coriacea, modello di robustezza: “Perché la vera guarigione non è la fine del dolore, ma la capacità di danzarvi”. Monica è viva!
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