
Matteo Salvini, dal palco di Pontida, dà in pasto ai suoi tutti gli argomenti del suo repertorio: tornano Soros, l'Islam e la carne sintetica. Restano i migranti, con tanti "bacioni" a Richard Gere.
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Dal 15esimo al quarto posto della classifica globale dei principali Paesi per la produzione di app e giochi online. È questo lo strabiliante balzo in avanti realizzato dal Vietnam, che in appena quattro anni, dal 2019 al 2023, si è trasformato nel nuovo re del gaming a livello globale. Lo dimostrano i dati, come quelli raccolti nel report delle società di analisi DataAI e AppMagic. Nel 2022, per esempio, l’industria del mobile gaming vietnamita è cresciuta di 2,5 volte rispetto alla media mondiale, mentre i ricavi sono aumentati di oltre il 20 per cento in netta contrapposizione a una riduzione internazionale del 2 per cento. Non stiamo parlando di un affare per bambini, visti i numeri in ballo nell’intero Pianeta, con il mercato del Sud-Est asiatico in prima fila – un mercato in rapida crescita che vale 5 miliardi di dollari e conta 270 milioni di giocatori – e Hanoi a fare la parte del leone.
Il Vietnam, infatti, può attualmente contare su 171 applicazioni, prodotte da 93 società nazionali, che si sono piazzate, almeno una volta, nella top 10 delle app più scaricate su Play Store, il noto servizio di distribuzione digitale targato Google. E ancora: diversi sviluppatori vietnamiti, tra cui Falcon Global, Abi Global, Zego Global e Rocket Studio, risultano comparire tra le prime 50 aziende nella produzione di e-game. Il governo vietnamita, guidato dal Partito comunista del Vietnam, sa di avere di fronte una prateria e intende occuparla nel miglior modo possibile. Si stima che nel 2023 il mercato globale del mobile gaming supererà i 300 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuo che dovrebbe oltrepassare il 7 per cento negli anni successivi.
Alla fine di luglio Google ha tenuto un evento chiamato Google Think Apps 2023 – Creation the Future a Ho Chi Minh City. Si è trattato del più grande evento tenuto da Google nel Sud-Est asiatico negli ultimi 10 anni, a dimostrazione di come l’azienda consideri strategico il settore delle app, in particolare del mobile gaming, e di come, soprattutto, ipotizzi che a trainare questo sviluppo possa essere il Vietnam. Da quando, nel 1986, il governo vietnamita ha attuato una serie di riforme economiche e politiche (Doi Moi), il Paese si è gradualmente aperto al libero mercato integrandosi nell’economia mondiale. A partire dal 2000, Hanoi ha riallacciato le relazioni diplomatiche con gran parte dei Paesi – non più solo partner ideologici – conseguendo un rapido boom socio-economico trainato, per quasi due decenni, da una crescita annua del Pil oscillante tra il 7 e l’8 per cento. La pandemia ha in parte raffreddato la corsa della piccola tigre asiatica, ma ora che il peggio sembrerebbe essere passato il percorso può essere ripreso e implementato. Da un lato approfittando della crisi della Cina e dall’altro sfruttando la gallina dalle uova d’oro dell’industria delle app d’intrattenimento.

Due anni fa, in occasione del 13esimo Congresso nazionale del Partito, le autorità del Vietnam hanno ribadito l’importanza della trasformazione digitale del Paese, considerando il governo, l’economia e la società digitale i tre pilastri principali dello sviluppo nazionale. Secondo il ministero dell’Informazione e della Comunicazione, nel 2022 l’industria della tecnologia digitale vietnamita ha generato entrate stimate in 148 miliardi di dollari, segnando un aumento di oltre il 10 per cento rispetto al 2021. Il settore del mobile gaming potrebbe rappresentare il nuovo carburante della nazione, ben felice di sfornare applicazioni e giochi sempre più apprezzati tanto in patria quanto all’estero. Sebbene il Vietnam sia uno dei cinque Paesi al mondo governati da un Partito comunista, Hanoi ha iniziato a vedere il settore del gaming come una risorsa di esportazione e parte cruciale del suo settore tecnologico emergente.
L’industria locale dei giochi online è guidata da un dinamico gruppo di sviluppatori e startup, tra cui Amanotes e Falcon Squad OneSoft. In generale, il Vietnam ha attirato per la prima volta l’attenzione nel 2013, dopo che lo sviluppatore Dong Nguyen creò Flappy Bird, app presto diventata virale a ogni latitudine. Era così popolare, ha sottolineato Bloomberg, che Dong, sconcertato dall’improvvisa attenzione ricevuta, la tolse dai riflettori, ma non prima di essere arrivato a guadagnare fino a 50 mila dollari al giorno dalle pubblicità pop-up presenti sull’applicazione. L’avvento di Flappy Bird ha dato una scossa agli altri sviluppatori vietnamiti, che hanno constatato quanto successo potevano raggiungere questi semplici giochi per dispositivi mobili. Adesso studi e sviluppatori affollano il Paese e competono nella creazione del prossimo successo planetario (nel 2022 Magic Tiles 3, prodotto da Amanotes, si è classificato tra i 20 giochi per cellulari più scaricati a livello globale ed è sulla buona strada). Il Vietnam è così emerso dal nulla, diventando un hub capace di attirare i migliori sviluppatori e di consolidare la sua reputazione di potenza nel settore dello sviluppo di app e giochi per smartphone.
La galera come pugno duro contro i criminali, spesso sventolata anche in Italia dai politici che giocano a fare i giustizieri dalla voce grossa. Ma quanto funziona davvero il carcere contro la criminalità? Qualche numero innanzitutto è utile a delineare il fenomeno. Gli Stati Uniti, per esempio, rappresentano soltanto il 5 per cento della popolazione mondiale, eppure detengono quasi il 25 per cento dei prigionieri del mondo, con circa 2,3 milioni di detenuti. Al 31 gennaio 2022 negli Stati membri del Consiglio d’Europa erano 981.575 le persone dietro le sbarre. In generale, i Paesi dell’Europa orientale e della regione del Caucaso mostrano tassi di popolazione carceraria notevolmente elevati rispetto alle loro controparti dell’Europa occidentale e settentrionale. I Paesi scandinavi sono spesso citati come esempi di politiche carcerarie efficaci, in particolare la Finlandia viene indicata come un modello per ridurre la popolazione carceraria. Ma quando è iniziato il fenomeno dell’incarcerazione di massa e perché? Ha risolto o migliorato in qualche modo i problemi legati alla violenza? È qualcosa che porta alla penitenza e alla redenzione? E quali sono realmente gli effetti positivi sulla società? Sono interrogativi che si è posta Victoria Law, attivista e giornalista americana, autrice del libro Prisons make us safer and 20 other myths about mass incarceration.

Si può facilmente constatare, osservando la storia delle carceri negli Usa, quanto il sistema di incarcerazione di massa non abbia dei problemi o sia corrotto, piuttosto che funzioni esattamente per come è stato progettato: spazzare via i guai della società e tutti coloro che sono giudicati problematici, nasconderli dietro a cancelli e mura dove saranno visibili a pochi. La reclusione come punizione è iniziata con l’apertura della prigione di Walnut Street a Filadelphia nel 1773. Nel 1790 aggiunse un nuovo blocco di celle, la Penitentiary House. Ecco allora, sottolinea Law, l’inizio di un nuovo modello: l’incarcerazione come penitenza. Il penitenziario fu progettato per ispirare o costringere la penitenza in coloro che avevano infranto la legge, prevalentemente mediante l’isolamento completo. Ancora oggi, le prigioni e le carceri in America, e non solo, ricorrono regolarmente alla pratica dell’isolamento prolungato per punire più severamente le persone detenute.
L’isolamento può avere effetti estremamente dannosi per la salute psichica, somatica e per il benessere sociale delle persone lo subiscono. L’indicatore più significativo è il tasso notevolmente più elevato di suicidi tra i detenuti in isolamento rispetto a quello riscontrato nella popolazione carceraria generale. Una misura deve o dovrebbe essere sempre giustificabile, proporzionata, legittima, necessaria, non discriminatoria. Sebbene l’opinione pubblica e alcune politiche siano un po’ cambiate, l’incarcerazione di massa rimane tuttora un metodo di controllo sociale su base razziale che, nell’analisi di Law, trascina nel vortice coloro che sono già stati emarginati a causa di disuguaglianze sociale, chiudendoli dietro sbarre e mura. Un modo per nascondere i problemi piuttosto che affrontarli. Al punto che le prigioni sembrano essere diventate dei buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo.

Che fare in alternativa? Ovviamente in qualche modo bisogna intervenire quando avviene una forma di violenza, ma le prigioni hanno ripetutamente dimostrato di essere un metodo inefficace. Victoria Law ipotizza l’utilizzo più intensivo della giustizia riparativa. Un processo che coinvolge chi ha subito il danno e chi lo ha commesso, ma anche tutti coloro che sono stati interessati indirettamente, come familiari, vicini e membri della comunità. Bisognerebbe infatti chiedersi, secondo l’autrice, se l’incarcerazione tenga davvero al sicuro da danni e violenze o se, invece, questo non sia solo un mito che distoglie l’attenzione e la politica dalle risorse che realmente mantengono la società al sicuro: alloggio, istruzione, lavoro ben retribuito e appagante, assistenza medica e psichiatrica, prevenzione della violenza, coesione della comunità e meno criminalizzazione.

Nel 2018 a New York la polizia ha effettuato 808 arresti per stupro e oltre 5 mila arresti che aver viaggiato sui mezzi senza biglietto. In che modo questo contribuisce alla sicurezza pubblica? Oltre la metà dei crimini violenti negli Usa non viene denunciata. Di questi, meno della metà si traduce in un arresto e meno della metà di questi arresti si conclude con una condanna. In che modo questo rende giustizia alle vittime?
La seconda strada percorribile per Law è la giustizia trasformativa, laddove questa tenta di integrare sia la responsabilità personale sia i cambiamenti sociali. A differenza della giustizia riparativa qui l’obiettivo non è solo quello di affrontare i bisogni e gli obblighi richiesti per iniziare il processo di guarigione, ma anche quello di trasformare le condizioni che hanno generato o permesso il danno. In che modo mettere qualcuno in carcere per anni, se non per decenni, lo spinge ad assumersi le proprie responsabilità? La società è convinta che la gente che entra in carcere ne esca migliore. Spesso però avviene l’esatto opposto.

Cosa significa dunque riabilitare una persona facendola tornare quella di prima, se essere quella persona vuol dire vivere in uno stato di povertà (educativa oltre che economica), razzismo, disoccupazione, precarietà di alloggio e violenza? Può davvero una persona essere riabilitata se non è mai stata “abilitata” o resa adatta o in grado di vivere in società? Diversi studi hanno dimostrato che la migliore forma di riabilitazione in carcere è l’istruzione. Attraverso l’accesso al diritto allo studio, la persona privata della libertà – al pari di chiunque altro – ha la possibilità di colmare le sue lacune conoscitive, ma l’istruzione incide anche sullo sviluppo della personalità umana e, in questo senso, deve essere indirizzata al suo pieno sviluppo, anche per il rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come ricorda la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. Meno “buttate la chiave”, più libri.









Una bimba di otto mesi è stata lasciata sola all’interno di un’auto parcheggiata dai genitori, impegnati nei festeggiamenti per il matrimonio di un loro amico in un ristorante a Cusago in provincia di Milano. È successo nella serata del 16 settembre. Sul posto, in via Fratelli Cervi, sono intervenuti i carabinieri di Cornaredo.
I militari sono riusciti a risalire rapidamente ai genitori, entrambi milanesi di 41 e 31 anni: madre e padre si sono giustificati affermando che controllavano la piccola da remoto attraverso un cellulare in videochiamata posizionato accanto alla figlioletta e di aver lasciato i finestrini chiusi per evitare che prendesse freddo e si ammalasse. La bimba, in buona salute, è stata riaffidata ai genitori che sono stati denunciati per abbandono di minore.



La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, raccogliendo l’invito di Giorgia Meloni, ha visitato Lampedusa insieme alla commissaria per gli Affari Interni Ue, Ilva Johansson. Arrivate su un aereo di Stato, le tre si sono trattenute sull’isola per un paio di ore, facendo tappa dall’hotspot di contrada Imbriacola, dove dopo i trasferimenti rimangono duemila persone, e al molo Favaloro, prima di tornare in aeroporto per un rapido punto stampa.
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Sull’isola gli animi sono particolarmente agitati, da quando si è sparsa la voce sulla costruzione di una tendopoli destinata a ospitare i migranti. La Croce Rossa ha smentito, ma l’isola resta una polveriera. «Stiamo facendo il possibile. Spero vi abbiano detto che abbiamo fatto uno stanziamento di 50 milioni per l’isola, anche questo può fare la differenza. Come al solito ci metto la faccia sulle cose», ha detto Meloni parlando con alcuni cittadini, che hanno bloccato il corteo delle macchine dirette verso l’hotspot: negli scorsi giorni la presidente del Consiglio ha annunciato misure speciali per fronteggiare l’immigrazione clandestina.

Dopo una breve tappa all’hotspot (una decina di minuti), dove Von der Leyen ha potuto toccare con mano l’emergenza che l’isola sta vivendo in questi giorni, c’è stata la visita al molo Favaloro. Qui la presidente della Commissione Ue e Meloni si sono soffermate a osservare il cimitero di barchini semidistrutti con i quali i migranti continuano ad arrivare a Lampedusa. «È una vera e propria bomba ecologica. Meloni mi ha assicurato che nell’arco di quattro o cinque giorni verranno tutti tolti. I pescatori adesso non riescono neanche ad uscire», ha detto il vicesindaco di Lampedusa, Attilio Lucia. Intanto proseguono gli sbarchi. Altri 144 richiedenti asilo, 69 dei quali arrivati direttamente a Cala Croce, sono approdati a partire dalla mezzanotte sull’isola, dove ieri ci sono stati 23 approdi con oltre mille profughi.
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Prima di tornare in aeroporto, Von der Leyen e Meloni hanno inoltre incontrato una delegazione di volontari della Croce Rossa, ringraziandoli per quanto stanno facendo e ricevendo in regalo due magliette. Nel corso della conferenza stampa per fare il punto sull’emergenza migranti, la presidente del Consiglio ha detto che «i numeri di questo fenomeno travolgeranno prima gli Stati di frontiera e poi tutti gli altri». Il problema, ha detto, «coinvolge tutti e da tutti va affrontato. Qui è in gioco il futuro dell’Europa». La ricetta della premier contro l’immigrazione clandestina prevede «contrasto delle partenze, lotta più incisiva contro i trafficanti di esseri umani, quote di immigrazione legale concordate soprattutto coi Paesi che collaborano al contrasto dell’immigrazione illegale, strumenti più efficaci di rimpatrio messi in campo dall’Ue e non dai singoli Stati».
«Per me è molto importante essere qui oggi, Quella dell’immigrazione illegale è una sfida europea che richiede una risposta europea», ha detto Von der Leyen. «Saremo noi a decidere chi arriva in Europa e non i trafficanti». Secondo Meloni «è necessario anche un coinvolgimento delle Nazioni Unite» per affrontare al meglio l’emergenza. Entrambe la prossima settimana saranno all’Assemblea generale dell’Onu.









