E se qualcuno dei miei figli tornasse a casa da una manifestazione con una bicicletta da 3 mila euro, sneakers ultimo modello e giubbotti firmati? Gli direi: «Accidenti, qualcosina per la mamma, no?». E mentre lo scrivo, mi chiedo se la battuta è solo un attacco scanzonato per questo pezzo o se, sotto sotto, lo penserei veramente, mentre copro il figlio o la figlia di improperi e tremo all’idea che la polizia venga a prenderlo. Proprio io, che restavo impietrita quando, alla fine del giro in centro il sabato pomeriggio, qualche mia amica esibiva il lucidalabbra sgraffignato nel giro al supermercato dove io mi ero limitata a guardare sospirando.
L’unico diritto ancora sacro è quello di proprietà
Così, prima di domandarmi cos’hanno in testa i ragazzi che hanno devastato il centro di Milano saccheggiando i negozi in sprezzo all’unico diritto considerato ancora sacro, quello di proprietà, mi interrogo su cosa passa per la testa a me, adulto e genitore. E a quelli – non pochi, credetemi, anche italianissimi e non diseredati – che pur fra lo sdegno, la rabbia, i timori e il dispiacere, non schiumano di rancore contro i ragazzini e non invocanomanganelli e prigione. Magari vanno a riprenderseli e li riportano a casa per un orecchio, come hanno fatto alcuni genitori a Milano, ma sentono che, al di là dei metodi, i pargoli hanno maledettamente ragione. Le stesse forze sovrastanti che hanno stritolato il nostro potere, non solo d’acquisto, hanno distrutto le loro opportunità di costruirsi un avvenire. Non migliore di quello dei loro padri, semplicemente un futuro. Finiti i tempi in cui «anche l’operaio vuole il figlio dottore», come lamentava la Contessa di Paolo Pietrangeli, l’operaio di oggi è in cassa integrazione perché l’industria di Aldo vuole delocalizzare, e spera che il figlio si tenga stretto il lavoro precario da rider.
Dall’esproprio proletario all’esproprio giovanile
Quando apocalisse climatica e fine del mondo a causa dell’IA sono diventati argomenti di conversazione quotidiana, c’è da stupirsi che alcuni giovanissimi, derubati del futuro, cerchino di sgraffignare almeno qualche spicciolo di presente, sotto forma di oggetti costosi che non potrebbero permettersi né ora né mai? Negli Anni 70 rubare nei supermercati (e mica pane e stracchino, ma caviale e champagne) era chiamato esproprio proletario; oggi impossessarsi di bici e scarpe di lusso potrebbe definirsi esproprio giovanile, perché la classe che si sente oppressa, sfruttata, condannata più di altre dalle ineguaglianze provocate da decenni di non-redistribuzione della ricchezza è quella degli under-20.
Scontri tra polizia e casseur a Milano (Ansa).
Un movimento tutto social e challenge ma senza strutture
Poi, certo, il web, le challenge, i video sui social, dove a darti diritto di cittadinanza basta uno smartphone, e non il “sangue” o una burocrazia insensata e più aderente all’agenda sovranista che alla realtà. La tragica ironia è che il traffico generato sui social dalle proteste dei giovani consolida il potere dei tecnomiliardariglobali che hanno ridotto i governi in stato di vassallaggio. Anche perché le chiamate via social che in poche ore radunano in piazza migliaia di ragazzi creano sì masse imponenti in grado di paralizzare e devastare le città, ma politicamente inconsistenti. I giovani pagano facilità e rapidità nel riempire le piazze con la difficoltà di dare al loro movimento una struttura durevole e dei portavoce in grado di sostenere un dialogo con la politica, se questa avesse davvero voglia di ascoltarli.
Scontri a Milano (Ansa).
Alla politica interessa solo l’effetto della rivolta sul voto
Disgraziatamente, siamo alla vigilia di un anno elettorale (non solo in Italia), e ciò che interessa ai partiti è l’effetto delle proteste sulle intenzioni di voto. Dialogare con quella che i media generalisti presentano invariabilmente come un’orda di «maranza» e «teppisti» fa perdere consensi, e non solo nell‘elettorato di destra, che vorrebbe una gioventù irreggimentata, umile e disposta a dare presto figli (bianchi) alla patria. Nemmeno la sinistra vuole inorridire le sue contesse della Ztl, appoggiando quelli che gli incendiano la macchina sotto casa. Ma i giovani aspettano che qualcuno dal campo largo risponda alla domanda: «State dalla parte di chi ruba nei supermercati, o di chi li ha costruiti rubando?». Sono versi di una vecchia canzone di De Gregori, ma starebbero bene anche nel brano di un trapper contemporaneo.
Dopo le scene di guerriglia urbana e i saccheggi del fine settimana, diversi negozi del centro di Milano – soprattutto del lusso – oggi hanno tenuto le serrande abbassate per il timore di nuovi disordini. Anche alcuni supermercati non hanno riaperto. Intanto si sono intensificati i controlli nella zona di piazza del Duomo da parte di poliziotti in borghese e carabinieri. Oggi inoltre a Roma si è tenuto un vertice sull’ordine pubblico, convocato dalla premier Giorgia Meloni.
Il bilancio degli scontri del 18 ottobre
Sono state 271 le persone accompagnate in questura a Milano per i disordini del 18 ottobre, di cui 60 stranieri e 220 minori. In totale sono 32 gli arrestati, di cui 13 stranieri e 23 minori. La Procura di Milano ha chiesto il carcere nei confronti di cinque maggiorenni arrestati per devastazione e saccheggio e resistenza pluriaggravata, che «hanno dato prova di una assoluta disinvoltura ad improvvisare azioni distruttive di rara violenza». Deciderà il gip sulla convalida. Le persone denunciate sono state 28, di cui 15 stranieri e 23 minori. Dei 271 accompagnati in questura per 174 è scattato il fermo di prevenzione di polizia introdotto dall’ultimo decreto sicurezza. Negli scontri sono rimasti feriti 14 operatori delle forze dell’ordine.
La stretta del governo contro i violenti
Per quanto riguarda il vertice sull’ordine pubblico, il governo è al lavoro per una stretta: alcune misure sono già previste nel ddl sicurezza all’esame del Senato. Ma si ragiona anche a eventuali blocchi stradali i vista della manifestazioni già annunciate per i prossimi sabati dal “Movimento 17 ottobre“. Inoltre, spiegano fonti di Palazzo Chigi, c’è la concreta possibilità che in tempi brevi – forse già domani – venga varato un decreto legge da esaminare in Consiglio dei ministri. Gli uffici legislativi, inoltre, stanno approfondendo anche misure proposte delle forze di polizia per individuare altri interventi per rendere più efficaci le attività di prevenzione e contrasto.
A otto giorni dalle elezioni in programma il 27 ottobre in Israele l’ex capo dell’IDF ed ex ministro della Difesa Benny Gantz, leader del partito Blu e Bianco, ha annunciato il ritiro della sua candidatura. La notizia arriva dopo mesi di sondaggi secondo cui la formazione politica nata nel 2019 (che attualmente ha otto seggi alla Knesset) non sarebbe riuscita a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Nonostante la decisione di Gantz di non candidarsi alle elezioni, il suo partito (in israeliano Kahol Lavan) rimarrà sulla scheda elettorale. Verrà tuttavia rimosso qualora tutti i candidati decidessero di non partecipare alla competizione.
Gantz: «Continuerò a lottare per l’unità»
«Non mi candiderò alle prossime elezioni, ma continuerò a lottare per l’unità», ha dichiarato Gantz, che si è fatto da parte a seguito delle pressioni dei principali partiti di opposizione, i quali temevano la dispersione di voti preziosi. L’ex ministro della Difesa ha definito il passo indietro «l’unica soluzione in grado di prevenire un altro disastro e proteggere Israele da tutte le sfide, sia interne che esterne». Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, ha ringraziato Gantz per essersi ritirato dalla competizione elettorale, scrivendo su X che si è trattato di una decisione «corretta e responsabile». Anche il leader dei Democratici, Yair Golan, che quello dell’opposizione, Yair Lapid, hanno lodato la scelta di Gantz.
Il governo italiano ha accolto la proposta del presidente Antonio Costa di tenere a Roma il Consiglio europeo di marzo 2027 in occasione del 70esimo anniversario dei Trattati di Roma, iniziativa che consentirebbe di riportare i leader per un vertice europeo nel luogo dove nel 1957 fa vennero firmati i Trattati istitutivi. Si tratterebbe della prima volta dal 2003 di un Consiglio Ue fuori dall’usuale sede di Bruxelles, come stabilito dal Trattato di Nizza. La decisione dovrebbe essere adottata formalmente a Bruxelles nelle prossime settimane.
I giudici della terza sezione di Appello di Roma hanno sostanzialmente ribaltato la sentenza di primo grado nel procedimento legato allo stadio della Roma che doveva sorgere a Tor di Valle (il nuovo impianto del club giallorosso verrà costruito a Pietralata): assolti l’ex presidente del consiglio comunale Marcello De Vito (era stato condannato a 8 anni e 8 mesi), ex presidente del consiglio comunale di Roma, l’avvocato Camillo Mezzacapo (9 anni) e Luca Lanzalone (3 anni), ex presidente dell’azienda pubblica Acea. Assolti anche Gianluca Bardelli e Giuseppe Statuto. Per Giulio Centemero – ex tesoriere della Lega – e Andrea Manzoni è stata riconosciuta l’intervenuta prescrizione. Rideterminata a 8 mesi la pena per Andriano Palozzi, che era stato condannato a 1 anno e 10 mesi. Nei confronti dell’imprenditore Luca Parnasi, proprietario dei terreni su cui avrebbe dovuto essere costruito lo stadio, la condanna è scesa a 3 mesi dai 2 anni inflitti in primo grado.
De Vito: «Finalmente è stata fatta giustizia»
«Finalmente è stata fatta giustizia. Sono stati sette anni durissimi che hanno distrutto la vita politica e professionale, dopo otto mesi di detenzione mentre facevo il presidente dell’assemblea capitolina a Roma come cittadino più votato», ha dichiarato l’ex M5s De Vito. In primo grado erano stati assolti, Francesco Bonifazi, ex tesoriere del Pd, Gianluca Talone, Domenico Petrolo, Fortunato Pititto, Fabio Serini, Claudio Santini, Francesco Prosperetti, Davide Bordoni e l’ex assessore regionale Michele Civita. Il progetto dello stadio a Tor di Valle, risalente al periodo in cui a Roma governa il Movimento 5 stelle, era stato al centro di indagini che avevano portato l’accusa – secondo cui 400 mila euro erano finiti nelle casse di fondazioni vicine ad alcuni partiti – a chiedere complessivamente 22 condanne per i reati di corruzione, traffico di influenze e finanziamento illecito a carico di professionisti e politici di vari schieramenti.
È morta a 57 anni Christiana Ruggeri, giornalista del Tg2. Nata a Roma e laureata in Lettere moderne all’Università La Sapienza, aveva iniziato l’attività professionale negli Anni 90 collaborando con diverse emittenti radiofoniche e televisive della Capitale. Nel 2000 era approdata al Tg2, dove ha svolto gran parte della sua carriera. Nel corso degli anni è stata impegnata nella redazione Esteri, seguendo temi internazionali e realizzando numerosi reportage. Oltre all’attività giornalistica, Ruggeri si era dedicata alla scrittura e alla fotografia, senza mai far mancare una costante attenzione al sociale e all’ambiente. Per 20 anni aveva presieduto, dopo averla fondata, la onlus Il rifugio delle code felici, impegnata nella lotta al randagismo, ed era vicepresidente di Greenaccord, associazione di giornalisti attiva sui temi ambientali.
Il cordoglio della Rai
La Rai ha espresso profondo cordoglio per la sua scomparsa, elencando i suoi molteplici impegni – caporedattrice della redazione Scienze del Tg2, giornalista, scrittrice e autrice di reportage e approfondimenti che hanno saputo raccontare con sensibilità e competenza temi di grande rilevanza. «Nel corso della sua lunga attività professionale, prima nella redazione Esteri e poi alla guida della redazione Scienze, ha contribuito con passione e professionalità al lavoro del Tg2, distinguendosi anche per l’attenzione ai temi sociali, alla tutela degli animali e alla valorizzazione dei territori», si legge in una nota. «La Rai si stringe con commossa partecipazione alla redazione del Tg2, ai colleghi che hanno condiviso con lei il percorso professionale e ai suoi familiari, ai quali rivolge le più sentite condoglianze, con un pensiero particolare alla figlia».
Ma la vera domanda è: adesso cosa farà Piantedosi? Pare che, al termine di una lunga riflessione, abbia deciso di non prendere nessuno al posto di Kamel: fino al termine del mandato (a seconda di quando ci saranno le elezioni, si parla di sei mesi o al massimo un anno) il ministro resterà da solo a gestire la comunicazione. Secondo le indiscrezioni che girano, significa che tutto finirà sotto il controllo della regia mediatica di Fratelli d’Italia, dato che Piantedosi viene indicato ormai da tutti come candidato alle Politiche 2027 proprio con il partito di Giorgia Meloni.
Matteo Piantedosi (Ansa).
Certo, bisognerà tenere a bada qualche esuberanza comunicativa di Piantedosi. Dalle supercazzole sullo scudo penale per i poliziotti fino all’ultima uscita contro Beppe Sala a proposito degli scontri in piazza, e cioè questa: «Il sindaco di Milano ha puntato il dito proprio contro le forze di polizia che, secondo lui, sarebbero state in numero inadeguato per fronteggiare i tanti violenti in piazza Duomo. È il solito riflesso naturale e istintivo di una certa sinistra radical chic che non riesce proprio a condannare i violenti senza qualche distinguo, sempre preferendo guardare a presunte responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti». Se è riuscito a fare certe dichiarazioni quando ancora era seguito da un portavoce, figuriamoci senza…
Il Ponte sullo Stretto non c’è ancora, e forse mai ci sarà, ma tra Roma e la Sicilia la distanza pare essersi azzerata, almeno dal punto di vista politico.
La tregua armata tra Schifani e Tajani
Iniziamo da un dato di fatto: l’avventura di Renato Schifani alla presidenza della Regione è finita. Alle prossime Regionali, non sarà ricandidato. Il governatore forzista lo aveva annusato e così aveva chiesto ad Antonio Tajani un posto al Consiglio superiore della magistratura. Ma anche in questo caso picche: pochi giorni fa i due si sono incontrati a Roma, e il vicepremier gli ha ribadito che non ci sono le condizioni nemmeno per una sua candidatura all’organo di autogoverno delle toghe. Ma gli ha chiesto anche, considerate le minacce di dimissioni di Schifani giunte dopo le critiche del commissario di Forza Italia in Sicilia Nino Minardo, di non lasciare anzitempo l’incarico a Palazzo d’Orleans (Minardo, pensate, era presente all’incontro, ma è stato allontanato su richiesta di Schifani). Ma perché Tajani si oppone in maniera così ferma alle dimissioni di Schifani?
Renato Schifani (Ansa).
I piani di Meloni per un Election day
Semplice: Giorgia Meloni vuole a tutti i costi che, come nel 2022, stavolta le Regionali siciliane si svolgano insieme alle Politiche, per sfruttare l’effetto-trascinamento per il centrodestra. La premier intenderebbe quindi andare al voto (Sergio Mattarella permettendo) a maggio 2027 con un Election day. Si voterebbe insieme alle Amministrative nelle principali città italiane (Milano, Napoli, Roma, Torino, Bologna) e Meloni, è il ragionamento, tenterebbe di usare la Sicilia per bilanciare il probabile vantaggio che un voto in contemporanea con le grandi città guidate dal centrosinistra potrebbe apportare al campo largo. Se Schifani si dimettesse ora, il giochino salterebbe: in Sicilia si voterebbe al massimo a gennaio. Il governatore quindi si trova nella paradossale condizione di non essere più ritenuto affidabile dal centrodestra per la Presidenza della Sicilia, ma di dover restare al suo posto per fare un favore allo stesso centrodestra. Il tutto senza la contropartita del Csm. Un’altra ipotesi di ricompensa politica poteva essere la candidatura in parlamento di uno dei figli di Schifani, ma niente da fare: Tajani non ha garantito un bel niente. Così il governatore è tornato a Palermo letteralmente inviperito, ma il suo stile felpato non ammette scenate. Detto ciò, nessuno può escludere che da un momento all’altro si dimetta e faccia crollare il cronoprogramma di Meloni.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
I papabili alla successione
Ma chi sono i papabili per la sua successione? Forza Italia ha in campo tre nomi: Giorgio Mulè, lo stesso Nino Minardo e l’eurodeputato Marco Falcone. Anche Fratelli d’Italia ha le sue carte da giocare: Carolina Varchi, deputata vicinissima a Giorgia Meloni, e Nello Musumeci, che ha già guidato la Sicilia prima di Schifani ed è poi diventato ministro per la Protezione civile. Varchi, in queste settimane, è in ballo come candidata a sindaco di Palermo, dove pure si vota in primavera, ma i nostri interlocutori siciliani ci dicono che si tratta di un depistaggio. Se toccherà a FdI, si profila dunque un duello tra la palermitana Varchi e il catanese Musumeci.
La variabile Cateno De Luca
Intanto Cateno De Luca, neoalleato nazionale della Meloni, con il suo Sud chiama Nord smentisce di aspirare alla presidenza della Regione Siciliana, ma non gli credono neanche i cannoli. Tra l’altro, a quanto risulta a Lettera43, il suo nome, con tutte le beghe che attanagliano la coalizione siciliana, sembra sempre più gradito ai vertici nazionali del centrodestra. Dall’altro lato, il fondatore di Controcorrente e presidente di Progetto Civico Italia, Ismaele La Vardera, sembra avere buone chance di ottenere la candidatura del centrosinistra, anche se il M5s regionale si oppone. Staremo a vedere…
La Commissione europea ha informato Kkr in merito alla sua valutazione preliminare secondo cui la società avrebbe fornito informazioni inesatte e/o fuorvianti durante l’indagine condotta nel 2024 dalla Commissione stessa sull’acquisizione di NetCo. Il 19 aprile 2024, Kkr aveva notificato all’ente europeo un’operazione che prevedeva l’acquisizione del controllo esclusivo sulla società, che comprende le attività relative alla rete fissa primaria e dorsale di Tim – ovvero l’infrastruttura a banda larga che collega la centrale agli armadi stradali – nonché FiberCop. Prima dell’operazione, FiberCop era una joint venture tra Tim e Kkr che includeva la rete fissa secondaria di Tim, ossia l’infrastruttura a banda larga che collega gli armadi stradali alle sedi degli utenti finali. L’operazione ha riunito le reti primaria e secondaria di Tim all’interno di FiberCop, conferendo a KKR il controllo esclusivo su quest’ultima.
I dubbi di operatori terzi e della stessa Commissione
Nel corso dell’indagine, la Commissione ha approfondito i timori espressi da diversi operatori terzi secondo i quali, in seguito all’operazione, FiberCop avrebbe potuto limitare l’accesso ai servizi passivi (ovvero all’infrastruttura). Alla luce di tali rischi, la Commissione ha sollevato seri dubbi in merito all’operazione e chiesto informazioni a Kkr. Il fondo americano ha spiegato che gli accordi a lungo termine già in essere – attraverso i quali FiberCop forniva servizi all’ingrosso a operatori terzi – sarebbero rimasti in vigore, garantendo che Kkr non potesse né peggiorare le condizioni di accesso all’ingrosso né porre fine a tale accesso. Il 30 maggio 2024, la Commissione ha autorizzato l’operazione senza condizioni.
La contestazione di aver fornito informazioni inesatte e/o fuorvianti
Nella comunicazione degli addebiti del 19 ottobre 2026, la Commissione esprime l’avviso preliminare che Kkr, quantomeno per negligenza, abbia fornito informazioni inesatte e/o fuorvianti in merito alle condizioni dei suoi accordi a lungo termine già in essere per l’accesso all’ingrosso. Tra queste, l’indicazione che le condizioni esistenti avrebbero continuato a trovare applicazione, dato che avrebbero potuto essere modificate solo previo accordo reciproco con gli operatori terzi. Tali informazioni, fondamentali ai fini della valutazione dell’operazione da parte della Commissione, sono state fornite in risposta a richieste di informazioni avanzate dalla Commissione stessa.
Il deputato di FdI Gianluca Vinci, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte David Rossi, ha affermato che «in base agli elementi acquisiti» nel corso delle indagini, nel presunto omicidio del capo della comunicazione della Banca Monte dei Paschi di Siena, avvenuto il 6 marzo 2013, «sarebbero coinvolti, con ruoli diversi, Giuseppe Mussari, quale mandante di un’azione di intimidazione» che inizialmente non avrebbe dovuto portare all’uccisione, «e Gabriele Ceccherelli, quale soggetto che avrebbe organizzato e scelto le persone», al momento non ancora individuate, «da coinvolgere nella fase esecutiva pur rimanendo egli stesso all’esterno di Palazzo Salimbeni». L’Ufficio di presidenza, ha spiegato Vinci, «ha avuto modo di valutare elementi informativi acquisiti dai consulenti della Commissione nell’ambito di alcuni colloqui con detenuti», in particolare con Saverio Giampà, già incarcerato per altri motivi. Mussari e Ceccherelli non sono indagati da nessuna Procura.
Giuseppe Mussari (Ansa).
Chi sono Mussari e Ceccherelli
Mussari è stato presidente della Fondazione del Monte dei Paschi dal 2001 al 2006: ieri Massimo Giletti aveva anticipato via social le conclusioni della Commissione d’inchiesta, indicandolo come presunto mandante: il banchiere ha annunciato una querela nei confronti del giornalista: «Quanto affermato dal signor Giletti è una follia prima ancora che una calunnia gravissima e senza uguali». Ceccherelli, detto Lo Zena, è invece un calciante del calcio storico fiorentino.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, durante una telefonata con Donald Trump avvenuta il 9 ottobre, Vladimir Putin ha proposto al presidente statunitense un vertice trilaterale con l’omologo cinese Xi Jinping per discutere della fine della guerra in Ucraina senza Volodymyr Zelensky, in modo da negoziare a condizioni favorevoli per Mosca.
Vladimir Putin e Xi Jinping (Imagoeconomica).
Il Cremlino avrebbe proposto di tenere l’incontro trilaterale a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec) che si svolgerà il 18 e 19 novembre a Shenzhen, in Cina. L’idea sarebbe stata comunicata attraverso i canali diplomatici a Pechino, che avrebbe dato disponibilità in caso di semaforo verde da parte di Washington. Secondo il Wsj, che cita un funzionario vicino alla Casa Bianca, Trump non avrebbe ancora dato il suo consenso, ma potrebbe essere «favorevolmente propenso» all’idea, dato il suo desiderio di mantenere la promessa elettorale di risolvere il conflitto in Ucraina.
È di 14 operatori delle forze dell’ordine feriti e di 271 persone accompagnate in questura il bilancio degli scontri di domenica 18 ottobre 2025 a Milano, secondo fonti di polizia. Di questi, 220 sono minori, 60 stranieri, 32 sono stati arrestati (13 stranieri, 23 minori) e 28 denunciati (15 stranieri, 23 minori). In 174 sono stati trattenuti ai sensi del fermo di prevenzione. Intanto la procura di Milano ha chiesto la convalida dell’arresto e la custodia cautelare in carcere per i cinque maggiorenni, ragazzi tra i 18 e i 20 anni, arrestati sabato per la guerriglia urbana in centro. Sono accusati, a vario titolo, di resistenza pluriaggravata e devastazione e saccheggio. La richiesta, firmata dalla pm Giovanna Cavalleri, che segue le indagini della Polizia con il procuratore Marcello Viola, è salita all’ufficio gip e il giudice dovrà fissare gli interrogatori.
Il “Movimento 17 ottobre” annuncia una mobilitazione permanente
Sui social il neonato Movimento 17 ottobre, dando appuntamento ogni sabato alle 15 in varie piazze italiane, a partire da Milano, ha annunciato una «mobilitazione permanente, fino alla caduta di questo governo ladro», diffondendo inoltre una «guida tascabile alle manifestazioni di piazza per principianti», sorte di vademecum con «consigli pratici e informazioni utili su repressione e reazione collettiva». Nella descrizione della pagina appena nata su Instagram, che invita a unirsi a un gruppo Telegram, si legge: «Siamo quelli delle piazze. Quelli che vedono l’unica violenza nel manganello degli sbirri. I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo. Rigettiamo tutte le accuse al mittente. Violento è questo sistema che ci uccide».
Il World Food Programme (Wfp) delle Nazioni Unite ha annunciato che, a causa della carenza di fondi, è stato costretto a ridurre di circa un terzo l’assistenza alimentare nella Striscia di Gaza: mezzo milione di persone perderà dunque l’accesso a un sostegno fondamentale, peraltro all’avvicinarsi dell’inverno.
Funding shortages are forcing WFP to reduce life-saving assistance in Gaza as winter approaches.
Urgent support is needed to keep reaching the most vulnerable.
https://t.co/ZQaftBBLKX https://t.co/HlSA6draP2
Negli ultimi tre anni, l’assistenza alimentare del Wfp ha rappresentato un’ancora di salvezza per una quota che arriva fino al 90 per cento delle famiglie a Gaza. Dall’annuncio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025, l’agenzia dell’Onu ha raggiunto circa 1,6 milioni di gazawi ogni mese, fornendo pacchi alimentari, farina di frumento, pane, pasti caldi, supporto nutrizionale, spuntini scolastici e assistenza in denaro. Il Programma alimentare mondiale, adesso, non dispone però più di fondi sufficienti per mantenere tale livello di sostegno, che resterà appannaggio di 1,1 milioni di persone. A causa di «carenze di finanziamenti, mezzo milione di persone perderà l’accesso agli aiuti», ha dichiarato con rammarico l’agenzia dell’Onu in un comunicato firmato da Shaun Hughes, direttore del Programma alimentare mondiale nei territori palestinesi: «Queste sono le scelte che dobbiamo compiere per garantire che le nostre risorse durino il più a lungo possibile». Nella nota, il Wfp ha inoltre esortato la comunità internazionale a «non distogliere lo sguardo da ciò che sta accadendo a Gaza».
I lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano hanno occupato la zona imbarchi dell’aeroporto Colombo di Genova. Una protesta decisa dopo la notizia della richiesta di una nuova cassa integrazione da parte dell’azienda. «Ci mettono nelle condizioni di forzare e forzeremo, tanto per essere molto chiari. Perché in questo Paese, se le questioni non esplodono, non si arriva a capo di nulla», ha detto Armando Palombo della Fiom denunciando lo strappo dei commissari. «Mercoledì hanno firmato a Roma e inviato al prefetto una lettera che garantiva la continuità produttiva. Venerdì, a mezzanotte, hanno inviato una Pec prendendo in giro tutta la città. Chi firma mercoledì una carta bianca e venerdì una nera è uno scellerato. Genova non può aspettare 10 anni per il green mentre il mercato tira. I rotoli devono arrivare subito», ha aggiunto. La cassa integrazione, ha evidenziato Nicola Appice di Fim Cisl, rischia di bloccare interi reparti, compresi quelli impiegatizi. «Se si fermano quelli, rischia di bloccarsi tutta la lavorazione rimasta. Serve garantire gli approvvigionamenti subito, siamo pronti a qualsiasi cosa per salvare il lavoro».
L'#aeroporto di #Genova occupato dai lavoratori ex #Ilva di Cornigliano. Il presidio si è fermato nella zona imbarchi lasciando un corridoio aperto per i passeggeri. "Resteremo qui finché questo governo non ci darà una risposta" sulle reali prospettive future. pic.twitter.com/U03fSp1Nmr
Dopo quanto accaduto nel fine settimana non solo a Milano, ma anche in diverse altre città come Torino e Bologna, Giorgia Meloni ha convocato un vertice sull’ordine pubblico per fare il punto sui cortei di protesta e sugli incidenti e prendere subito misure urgenti. Oltre ai leader dei partiti di governo e al responsabile dell’Interno Matteo Piantedosi, dovrebbero essere presenti anche i vertici dell’Intelligence e delle Forze dell’ordine: ecco le proposte sul tavolo.
«Ho convocato a Palazzo Chigi una riunione sull’ordine pubblico, per fare il punto sulla situazione e valutare ulteriori strumenti contro chi sfrutta manifestazioni legittime per seminare violenza e caos. Difendere i cittadini, chi vive onestamente e chi garantisce la sicurezza di tutti viene prima di ogni indulgenza verso i violenti», ha scritto Meloni sui social.
Kaotiska scener från Milano när upploppen och plundrandet nu spridit sig till Italien. https://t.co/HHdK21fSjH
L’opzione più accreditata è quella di agire attraverso emendamenti al dl giustizia alla Camera (i termini scadono oggi alle 12:30). Meno percorribile quella che prevederebbe modifiche al ddl sulla sicurezza in discussione al Senato. In alternativa, dal vertice potrebbe uscire un provvedimento ad hoc da portare in Consiglio dei ministri. In ogni caso, l’intenzione nel governo è quella di procedere con immediatezza come reazione agli incidenti di questo weekend, a partire dal rafforzamento dell’operazione Strade sicure, con una maggiore presenza dell’esercito e delle Forze dell’ordine.
La Lega, da parte sua, sta spingendo per trasformare in decreto legge alcune delle norme contenute nel disegno di legge in discussione al Senato: tra le proposte il fermo preventivo anche per i minorenni, il divieto di aggregazione per chi si rende responsabile di violenze di gruppo, l’introduzione del reato di danneggiamento di gruppo, con possibilità di ricorrere all’arresto differito. Ma a chiedere una stretta sui minorenni è anche Forza Italia, che ha proposto di «dotare le forze dell’ordine degli strumenti regolamentari e normativi per procedere all’arresto dei minorenni, specie nei casi di devastazione e saccheggio, e accelerare l’iter legislativo delle norme che rendono più facilmente imputabili i minori tra 14 e 17 anni».
Il ministro dell’Interno francese Laurent Nunez ha presentato le proprie dimissioni dopo aver ammesso che la polizia ha «perso il controllo» in alcune città durante le violente proteste scoppiate nel fine settimana, parlando di una «mancanza di previsione» nei preparativi e ammettendo di sentirsi «responsabile di tutto ciò che è accaduto». Il presidente Emmanuel Macron, pur criticando duramente le carenze, le ha però respinte per «garantire la continuità nella guida delle forze dell’ordine». Ha dunque chiesto a Nunez di «adottare tutte le misure necessarie per assicurare trasparenza riguardo alle lacune nella pianificazione e nell’intelligence che hanno condotto alle violenze» e di «introdurre nuovi metodi operativi per le forze di sicurezza al fine di gestire la crisi». Durante le manifestazioni sono stati disposti 2.331 fermi di polizia, di cui 350 solo a Parigi. Il 70 per cento riguarda persone maggiorenni, molto spesso già note alle forze dell’ordine. Ci sono già decine di casi di custodia cautelare, tra cui 13 a Marsiglia.
C’è una parola che andrebbe bandita dal vocabolario economico, ma che la politica maneggia con troppa disinvoltura: extraprofitti. Un’invenzione lessicale che serve a rendere presentabile ciò che altrimenti apparirebbe per quello che è, un prelievo arbitrario sui guadagni di qualcuno. Perché i profitti esistono, gli extra no: servono soltanto a giustificare lo Stato quando decide di mettere le mani nelle tasche dei privati.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La favola del guadagno eccessivo e la “confisca morale”
Il governo Meloni vuole cinque miliardi da banche e assicurazioni per far quadrare la manovra. Ormai è un rito d’autunno. Nel 2023 la tassa annunciata a sorpresa in pieno agosto, con la Borsa in picchiata, fu poi annacquata fino a fruttare quasi nulla. L’anno scorso fu la volta del contributo «concordato», con Forza Italia a escludere gli extraprofitti come roba da Unione Sovietica. Quest’anno il bis. Cambiano le etichette, resta la favola dei guadagni eccessivi, quasi esistesse una misura giusta del profitto oltre la quale scatta una sorta di confisca morale. Un po’ come il calmiere che il gran cancelliere Antonio Ferrer impose al pane nella Milano dei Promessi sposi: il giusto prezzo stabilito per decreto, con i risultati che Manzoni ci ha raccontato. Ma chi decide quanto un’impresa abbia diritto di guadagnare, il mercato o il Consiglio dei ministri?
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
La discrezionalità dello Stato nei salvataggi
Le banche hanno beneficiato di una congiuntura favorevole, soprattutto grazie all’aumento dei tassi d’interesse. Come in altre stagioni è andata bene alle aziende farmaceutiche, alle maison del lusso, ai produttori di semiconduttori e via discorrendo. Quando il Covid fece sparire l’Amuchina dagli scaffali, spingendone il prezzo alle stelle, a qualcuno venne forse in mente di chiedere un obolo al suo produttore? Del resto, il mercato non garantisce a nessuno una rendita perpetua. Talvolta premia, altre volte punisce. E quando le cose vanno male lo Stato non si precipita a ripianare le perdite di nessuno. O meglio, di quasi nessuno: qualcuno ha avuto la fortuna di vedersi togliere le castagne dal fuoco a spese dei contribuenti, e chi ha contato le resurrezioni di Alitalia o i prestiti ponte all’ex Ilva sa bene di che cosa si parla. Anche lì, evidentemente, la discrezionalità non manca. Con una costante: a decidere chi merita di essere salvato e chi invece deve pagare è sempre la politica.
Uno stabilimento Angelini (Imagoeconomica).
Se i profitti altrui sono considerati una risorsa pubblica
La questione non è difendere i banchieri, esercizio peraltro assai poco remunerativo in termini di consenso, ma il principio che in un sistema liberale le tasse si pagano secondo regole generali, fondate sulla capacità contributiva e sulla progressività dell’imposta. Non sulla base delle simpatie del governo o della sua valutazione su quanto una categoria abbia guadagnato. Una volta introdotto questo criterio, il confine diventa mobile e si entra in una terra di nessuno nella quale il successo economico, anziché essere premiato, diventa un’aggravante. C’è poi un aspetto che i fautori di queste operazioni fingono di ignorare. Le imprese non sono enti di beneficenza: se aumentano i loro costi, cercano di trasferirli sui clienti. Le banche possono farlo attraverso commissioni e condizioni meno favorevoli, le assicurazioni aumentando i premi. Non sempre e non integralmente, perché esiste la concorrenza, ma abbastanza da rendere probabile che una parte del conto finisca sulle spalle proprio di chi dovrebbe beneficiare dell’operazione. Il paradosso è che tutto questo venga da un governo che si proclama liberale, amico degli imprenditori e del mercato, salvo poi considerare i profitti altrui una risorsa pubblica alla quale attingere quando i conti non tornano. Un metodo certamente più comodo che tagliare la spesa improduttiva o mettere mano alle inefficienze dello Stato. Anche perché le banche non votano, e i loro clienti se ne accorgono solo spulciando l’estratto conto.
Giorgia Meloni con Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Il fisco dovrebbe avere regole, non bersagli
Un profitto può essere grande o piccolo, ma non eccessivo per definizione. A meno di voler stabilire per legge quanto sia lecito guadagnare. Nel qual caso, più che di economia di mercato, converrebbe cominciare a parlare d’altro. Insomma, il problema non è che le banche abbiano realizzato extraprofitti. È che il governo, non sapendo dove trovare i soldi, abbia deciso di inventarseli. E se proprio vogliamo usare il prefisso extra, riserviamolo all’operazione che Palazzo Chigi ha in animo. Forse non extra legem, di sicuro extra rationem, perché il fisco dovrebbe avere regole, non bersagli.
Brent Spiner, attore di Star Trek, torna a parlare del progetto che lo vedeva nei panni di sceneggiatore insieme a John Logan
Tra i molti progetti cinematografici abbandonati lungo i sessant'anni di storia di Star Trek, un peculiare mash-up di capitani della USS Enterprise è riemerso recentemente durante un'intervista rilasciata da Brent Spiner (storico interprete dell'androide Data) a TrekMovie in occasione dell'arrivo nei cinema statunitensi del documentario The Sixty-Year Mission: How Star Trek Changed Television and the World. Il film, precedentemente descritto dal suo sceneggiatore John Logan (Alien Covenant) come La Justice League di Star Trek sarebbe dovuto essere un crossover sullo stile... - Leggi l'articolo
CINEMA - Star Trek - 19 ottobre 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Parlare del film L’estranea, regia del trentenne Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Romana Maggiora Vergano e Valeria Bruni Tedeschi, significa riflettere sulla situazione del cinema italiano oggi. La questione è sufficientemente nota. Poiché negli ultimi festival importanti (Berlino, Cannes…) nessun film tricolore è stato selezionato in concorso, alla Mostra del cinema di Venezia abbiamo assistito al prevedibile reclutamento delle opere precedentemente ignorate. Il direttore Alberto Barbera, però, fa anche dell’altro: viola il copione, includendo in concorso il film di un giovane regista alle prime armi, per di più di genere, per di più una sorta di psico-horror. Apriti cielo! Illustri e attempati critici cinematografici hanno immediatamente gridato allo scempio, rimproverando a Barbera l’incauta decisione. La rinascita del cinema italiano, strepitano, non può passare per i divertimenti sballati del primo ragazzetto, pur sveglio e talentuoso. La verità è che i critici laureati, i pochi rimasti, non hanno mai avuto gli strumenti per giudicare il cinema di genere, se non nella modalità, otto-novecentesca, della dissacrazione: grazie alla dissacrazione, infatti, Sergio Leone per il western, e Dario Argento, per il giallo, sono stati recuperati e inseriti nel pantheon d’autore.
Il successo al festival di Toronto e lo sguardo agli Oscar
Al di là della critica ufficiale, che in fondo conta sempre meno, è accaduto che Paolo Strippoli, il regista del film, senza dissacrare niente e nessuno, dopo Venezia, abbia partecipato al festival di Toronto, ovvero la porta aperta sulle succose praterie del mercato americano, manifestazione in cui L’estranea ha riscosso un enorme successo. Importanti attori di Hollywood, dopo aver visto il film, hanno manifestato vivamente il desiderio di lavorare con Strippoli, il quale sta trattando con case di produzione statunitensi la realizzazione del prossimo progetto. Forse non è un caso, allora, che L’estranea sia stato selezionato a rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar. Il film era atteso al varco dell’uscita in sala sul territorio nazionale, in data 8 ottobre. Ebbene, curiosità del pubblico e passa parola degli spettatori sembrano funzionare, perché L’estranea oscilla tra il secondo e il terzo miglior incasso di giornata. A questo punto, non resta che chiedersi se il cinema italiano sappia, o intenda, approfittare del caso, per ora isolato, di un film che si fa apprezzare all’estero (già venduto anche in Francia e Belgio), e incontra un certo favore del pubblico.
La comfort zone della commedia
La storia è nota: il cinema italiano è da tempo recluso nella comfort zone di film che la produzione ritiene riconoscibili e appetibili: la commedia, il dramma a sfondo sociale, qualche documentario, il crime. Il fatto è che, pur riconoscendoli, o forse proprio per questo, il pubblico ormai diserta le sale dove tali film si proiettano. La commedia non ha più gli sceneggiatori né gli attori capaci di assicurare agli spettatori ciò di cui la commedia italiana ha sempre vissuto: la capacità di proporre temi e argomenti che senza interpreti e scrittori di richiamo e di talento il pubblico non avrebbe mai accettato. Un esempio per tutti: Una vita difficile, 1961, odissea amara di un intellettuale prima partigiano poi giornalista nell’Italia del Dopoguerra, senza Alberto Sordi protagonista, Rodolfo Sonego sceneggiatore, e Dino Risi regista, non sarebbe andato a vederlo nessuno. Veniamo al documentario. Il recente caso di Naza, incentrato sulle nefandezze dei reparti dell’esercito israeliano a Gaza, alle soglie in Italia dei 5 milioni di euro di incredibile incasso, dovrebbe far riflettere. Il documentario ha senso solo se è in grado di abbracciare tematiche di portata globale (globale, oggi, sostituisce il vecchio “universale”), che infondono al pubblico la certezza, ripeto la certezza, che ciò che andranno a vedere e sentire sia qualcosa di unico, fondamentale e decisivo, che solo quel documentario specifico è in grado sul serio di mostrare e descrivere. Per il dramma a sfondo sociale e il genere crime, infine, vale il vecchio adagio: i filoni risultano ormai inflazionati, anche perché gli innumerevoli programmi tv d’inchiesta «al di là di ogni ragionevole dubbio» soddisfano pienamente la domanda di mercato.
Il segnale è chiaro: rilanciamo il cinema di genere
Di fronte al dato inequivocabile di un cinema italiano piegato sterilmente su sé stesso, agganciato a schemi spettacolari fin troppo collaudati, fermo a temi, motivi e moduli narrativi stantii, si è pensato stavolta di gettare un sasso nello stagno. Da Venezia, Alberto Barbera, inserendo L’estranea nel concorso maggiore, aveva mandato un segnale: rilanciamo il cinema di genere, affidandolo a rappresentanti delle giovani generazioni, i quali siano in grado, come fu per Leone e Argento, di «autorializzare» il genere stesso, senza tuttavia snaturarlo, svuotarlo, o piegarlo a logiche che non gli competono. Questa, in fondo, è la formula. Attori capaci e intelligenti, pur abituati al cinema d’autore, hanno accettato di mettersi al servizio dell’impresa: Jasmine Trinca regge tutto il film sulle proprie spalle, interpretando un personaggio che richiede almeno tre approcci di interpretazione diversi e distinti, a volte co-presenti nella stessa scena, riuscendo magnificamente nell’impresa. Valeria Bruni Tedeschi accetta di fare il verso a sé stessa, entrando e uscendo dal personaggio senza mai far pesare il passaggio di ritmo e di tono. Adriano Giannini si mette al servizio del film elevando un personaggio non protagonista a carattere pieno e compiuto. Non a caso, con esibita civetteria, Bruni Tedeschi, in un’intervista, ha dichiarato di «essere infine pronta per Hollywood».
Paolo Strippoli, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Romana Maggiora Vergano e Jasmine Trinca a Venezia (Ansa).
Quell’artigianato italiano che tocca gli estremi dell’arte
È evidente il tentativo, innumerevoli volte tentato, di sprovincializzare il cinema, attraverso ciò per cui lo spirito italiano è generalmente conosciuto nel mondo, ossia un artigianato così minuzioso e accurato da toccare gli estremi dell’arte. Il cosiddetto made in Italy. Per il cinema, come accennato, esempi furono già Argento e Leone, artisti e artigiani di lusso. Per L’estranea si tenta la medesima operazione, ossia l’artigianato elevato al cubo. Ciò risulta evidente, esaminando i reparti tecnici del film. Il montaggio di Federico Palmerini conferisce al film un ritmo fortissimo, e cadenza immagini e musiche come si trattasse di un melodramma dark, coniugato con un divertimento spudorato di ispirazione goliardica: cosa che L’estranea, oltre i richiami all’horror, effettivamente è. Attraverso il gioco di luci del direttore della fotografia Cristiano Di Nicola, un altro trentenne come Palmerini e Strippoli, il melodramma si asciuga e si bagna alternativamente in tinte calde e fredde, a seconda dell’ottovolante di impulsi visivi e sonori in cui è proiettato il pubblico.
Paolo Strippoli (Ansa).
Una certa critica resta appiccicata alle memorie del neorealismo
A tale proposito, non dimentichiamo che proprio così ci vedono gli americani. In una recente masterclass italiana, il regista Walter Hill (I guerrieri della notte, Driver l’imprendibile, 48 ore…) ha ammesso che i film di Sergio Leone sono tutto fuorché western: grazie all’apporto decisivo di Ennio Morricone, Per un pugno di dollari, per il gusto yankee, è innanzitutto un pulsante melodramma, ossia un racconto colorato e violento messo prepotentemente in musica. E L’estranea è proprio così: un melodramma dark di suoni, musiche, luci e colori. Il film si inserisce dunque in questo percorso: un prodotto “americano” fatto con il gusto tipicamente italiano. Questo fa imbestialire la critica laureata, appiccicata alle memorie del neorealismo. E anche qualche cultore del genere a tutti i costi, amante della sciatteria elevata a poesia. L’estranea sembra un horror, ma in realtà è un’opera buffa, talmente buffa che il riso si deforma in ghigno, e il divertimento slitta sul fuoristrada della tragedia.
Ennio Morricone (Ansa).
La forza del melodramma dark
Di cosa parla infatti il film? La protagonista, Anna Colonna, colonna della famiglia, madre e moglie, come i secoli dei secoli insegnano, incontra la personificazione del destino, che la mette a confronto con la propria hybris. Di quale colpa si tratta? Quella di aver generato altri esseri viventi, i figli, senza aver generato sé stessa, la propria coscienza e identità. Di aver prodotto degli oggetti, la prole, senza aver prima tessuto a dovere il proprio Io, ossia il soggetto. Oggetti senza soggetto, i figli saranno sballottati di qua e di là dai giochi del destino, che obbliga Anna a selezionare disperatamente i traumi senza assumere coscienza delle colpe. Questo paradosso, ironico e tragico, è il tema centrale del film, talmente paradossale, così spudorato e terribile, da risultare buffo, caloroso e misterioso. Un melodramma dark, che assume i modi dell’horror, come Sergio Leone, assieme a Morricone, faceva opere in musica assumendo le vestigia del western. L’artigianato creativo, il made in Italy, che all’estero fa sbalordire e per cui tutti in fondo ci ammirano.
Fai una lista di nomi. Dentro ci metti quelli dei leader dell’industria dell’intelligenza artificiale. Tipo Sam Altman, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Dario Amodei e via dicendo. Poi aggiungine due di fantasia: facciamo Susan Millner e Craig Dalton. Secondo un sondaggio condotto nel luglio 2026 su 5.403 adulti dalla Harvard Kennedy School, più della metà degli uomini ti dirà di conoscere anche loro. Tra le donne, quattro su 10. Il bluff funziona perché nessuno vuole essere il solo o la sola a non sapere. Come quelli che a cena dicono di aver letto il libro di cui parlano tutti. L’importante è dimostrare di essere sul pezzo. D’altronde, il vero capolavoro del falso è spingere le persone a vantarsi di averlo capito.
In quello che al momento è il settore più potente del Pianeta, il bluff è una competenza trasversale. Un ingegnere di OpenAI è stato arrestato con l’accusa di aver nascosto una microspia in una sala riunioni dell’azienda. Davanti ai parlamentari britannici, Anthropic dice che le regole dovrebbero essere vincolanti, mentre OpenAI assicura di non correre al ribasso sulla sicurezza.
Zuckerberg ha rifiutato un rallentamento concordato dell’industria
Zuckerberg spiega al Financial Times che Meta è arrivata alla frontiera e che l’IA si costruisce con «normali guardrail», senza essere una macchina che fa di testa sua. Ha già respinto un rallentamento concordato dell’industria, sostenendo che la responsabilità spetta ai singoli laboratori. Insomma, in pochi giorni l’industria riesce a sostenere tutto e il contrario di tutto.
Il logo di Meta presso la sede di Menlo Park (Ansa).
Liam Byrne, presidente della commissione parlamentare che ha convocato le aziende, voleva proprio mettere in luce quanto divergano le loro posizioni. La contraddizione, tuttavia, è solo apparente. Chiedere regole può servire a presentarsi come responsabili, contestarle a evitare rallentamenti. In entrambi i casi il risultato non cambia. Si vende meglio.
I ricercatori di criptovalute temono i progressi dell’IA
Forse non bluffa il capo dei servizi di sicurezza britannici, che sostiene che l’intelligenza artificiale potrebbe essere usata per sviluppare nuove armi biologiche. Forse non bluffano alcuni ricercatori di criptovalute che temono che i progressi dell’IA possano un giorno compromettere la crittografia su cui si regge la blockchain, consentendo furti difficili da prevenire.
Le principali criptovalute (Imagoeconomica).
Qualcuno arriva addirittura a suggerire di cominciare, con calma, a pensare alla modalità bunker. Sono timori, non certezze. Ma l’ironia è difficile da ignorare. La blockchain era nata per sostituire la fiducia con la matematica, per non dover credere a nessuno, e se anche le ipotesi matematiche vacillano resta in piedi l’unica cosa che si voleva eliminare, cioè fidarsi di qualcuno.
La sfiducia stessa può diventare un mercato
Zuckerberg, però, ha un asso nella manica. La sfiducia stessa può diventare un mercato. «La maggior parte dei motivi per cui le persone potrebbero non fidarsi dell’azienda può portare a innovazioni tecnologiche molto produttive», ha detto al Financial Times. Per convincerci, promette l’arrivo di Muse Confidential VM, una versione futura del suo assistente in cui dati e conversazioni sarebbero del tutto inaccessibili all’azienda.
Mark Zuckerberg (Ansa).
L’impegno arriva mentre alcuni utenti accusano già la versione attuale di Muse di accedere o condividere informazioni private senza permesso. C’è però un altro guaio. Zuckerberg stesso ammette che i modelli sono già capaci di affrontare problemi matematici avanzati, ma non hanno ancora abbastanza buon senso per essere assistenti personali affidabili. Un’intelligenza che dimostra teoremi eppure non sa rispondere a un reclamo è la fotografia più onesta di dove siamo.
L’intelligenza artificiale sta iniziando a divorare se stessa
Infine un paradosso squisitamente tecnico, perché l’IA sta iniziando a divorare se stessa. Con il web inondato di slop, cioè i contenuti spazzatura generati automaticamente per fare clic, i nuovi modelli rischiano di produrre risposte via via più povere e degenerate. Per non parlare delle implicazioni reali di tutto questo.
IA (Igor Omilaev via Unsplash).
Per esempio, nei tribunali americani alcuni avvocati sono stati sanzionati per aver presentato memorie infarcite di sentenze inesistenti. In materia di salute, uno studio pubblicato ad aprile 2026 su Nature Medicine, condotto su 1.298 persone dall’Università di Oxford e da altri ricercatori, ha mostrato che, in 10 scenari clinici sperimentali, chi utilizzava chatbot arrivava a una diagnosi corretta in meno del 34,5 per cento dei casi, senza ottenere risultati migliori di chi cercava informazioni con altri mezzi. Eppure, nonostante gli scandali recenti e passati, da Cambridge Analytica alle vicende che coinvolgono gli agenti autonomi di OpenAI, a tutti noi viene chiesta sempre la stessa cosa. La formula non cambia. Stavolta è diverso. Fidatevi.
Film che promuovono la grandezza nazionale. Notizie dal mondo filtrate attraverso le lenti della propaganda ufficiale. E soprattutto incessanti resoconti sulle attività quotidiane di Kim Jong-un. Cosa trasmette in Corea del Nord la televisione? Una programmazione che ruota attorno all’agenda politica del suo leader e all’ideologia socialista. Il controllo dello Stato è totale, i criteri della censura sono rigidissimi. Negli ultimi anni tuttavia si sono intravisti timidi segnali di cambiamento. Nei palinsesti hanno fatto la loro apparizione alcune novità sorprendenti: cartoni animati Disney–Pixar, film stranieri e persino partite di Champions League.
Una parata sulla televisione norcoreana (foto Ansa).
Kctv, il più importante canale nordcoreano
Il principale canale della tivù nordcoreana si chiama Korean Central Television (Kctv): copre le attività della leadership, diffonde gli annunci e le decisioni del Partito dei lavoratori che governa, fornisce aggiornamenti sulle iniziative economiche e manda in onda documentari storici, programmi culturali ed educativi. Fino a 10 anni fa la Kctv trasmetteva dalle 17 alle 22, mentre oggi va in onda, anche via satellite e visibile all’estero, dalle 9 del mattino. «Ogni fiction televisiva e radiofonica deve essere ratificata dalle massime autorità, fin dalla fase iniziale di pianificazione», ha raccontato qualche anno fa all’Istituto sudcoreano per l’educazione all’unificazione Jang Hae-sung, ex sceneggiatore della Kctv.
Un telegiornale della propaganda nordcoreana.
In Corea del Nord esistono quattro canali. Oltre alla Kctv esistono Mansudae Television, Ryongnamsan Television e Sports Television. La prima propone film e notizie internazionali e trasmette il venerdì e il sabato dalle 19 alle 22, mentre la domenica va in onda dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 22. Ryongnamsan Tv, lanciata nel 2012, è invece dedicata all’istruzione e alla cultura con programmi trasmessi nelle sere dei giorni feriali dalle 18 alle 22. Sports Television, inaugurata nel 2015, è infine l’emittente più recente: va in onda nei fine settimana, dalle 18 alle 22, ed è interamente dedicata alla programmazione sportiva, con un focus sugli eventi nazionali.
Kim a cavallo in televisione.
Il palinsesto di Kim: documentari e film patriottici
Ma quindi cosa c’è da vedere sulla più importante televisione della Corea del Nord? I titoli dei programmi offerti dalla Kctv spaziano dallo «Spettacolo celebrativo per l’81esimo anniversario della fondazione del Partito del lavoro di Corea, alla presenza di Kim Jong-un» a uno speciale sul «generale Kim Jong-il patriota senza pari». Ci sono documentari sugli animali e film patriottici. Tra i più recenti spiccano Days and Nights of Confrontation, un thriller prodotto dal Korean April 25 Film Studio che parla di un complotto per assassinare il leader nordcoreano.
Una scena del film sul complotto per assassinare il leader nordcoreano.
E anche 72 Hours, un kolossal locale sulla prima fase della Guerra di Corea degli Anni 50. Tra le serie più apprezzate c’è A New Spring in the Paekhak Plain, una fiction incentrata sui progetti di sviluppo rurale promossi da Kim Jong-un.
Una scena del film sulla Guerra di Corea.
Trasmessi pure Ratatouille e Buzz Lightyear
Mansudae, a differenza della Kctv, è specializzata nel diffondere contenuti internazionali. Trasmette film stranieri, come il russo The Pilot: A Battle for Survival e l’indiano Pulimurugan, e manda saltuariamente in onda anche pellicole Disney-Pixar. Alcuni esempi? Ratatouille e Buzz Lightyear, entrambi doppiati in coreano. Non risultano in ogni caso conferme ufficiali sul fatto che Pyongyang detenga i diritti per diffondere questi contenuti.
Buzz Lightyear trasmesso in Corea.
Tra Champions League e propaganda moderna
Kim ha modernizzato la propaganda per renderla più coinvolgente e accattivante senza discostarsi dalla linea del Partito. Il rinnovamento ha interessato anche la televisione che adesso propone una programmazione più articolata. Sempre più numerose, per esempio, sono le partite di calcio internazionale trasmesse dalla Kctv, con evidenti violazioni del copyright: si va dalle gare di Premier League, spesso mandate in onda con mesi di ritardo, a casuali incontri di Champions. In occasione del Mondiale 2026 sono stati addirittura fatti vedere spezzoni pirata dei match. «Come faccia la Kctv a ottenere le partite è un mistero», si legge in un paper sul tema pubblicato dal think tank 38 North.
Corea del Norte está pirateando la señal oficial y retransmitiendo el Mundial de Fútbol 2026 por su televisión estatal, incluso muestran sin censura los anuncios de Coca-Cola y McDonald’s. https://t.co/iU4lNU0DnL
“Trasformare” è forse uno dei verbi chiave della modernità. Pur se con grandi differenze, trasformare il mondo attraverso la scienza e la tecnologia, messe al servizio del miglioramento morale e sociale, è lo scenario comune di molte filosofie moderne, dall’illuminismo al positivismo, passando per il marxismo. La volontà di cambiamento e la fiducia nel progresso sono stati i due pilastri ideali di tali visioni. Di quei due pilastri, oggi, soltanto il primo sembra essere rimasto saldamente in piedi.
La conseguenza è un paradosso che attraversa la nostra cultura: conserviamo l’ambizione di trasformare tutto, pur essendo diventati assai meno sicuri che dalle trasformazioni possa nascere qualcosa di meglio, anzi.
Naturalmente, la fiducia nel progresso non è mai stata universalmente condivisa, né il Novecento ha dovuto attendere la propria conclusione per scoprire quanto potessero essere devastanti gli effetti della ragione messa al servizio della potenza. Eppure, anche dopo le tragedie delle guerre mondiali, la promessa di un futuro migliore continuò a orientare le grandi iniziative collettive.
Se il desiderio di cambiamento non conosce un punto di soddisfazione
Lungo gli anni, però, abbiamo via via scoperto che la capacità di intervenire sulla realtà non coincide con quella di governare le conseguenze dei nostri interventi. Il cambiamento climatico ne offre forse la dimostrazione più eloquente. La natura, che per secoli abbiamo immaginato come un insieme di ostacoli da superare e di risorse da utilizzare, ci ricorda che l’aumento della nostra potenza non comporta necessariamente una maggiore capacità di governarne gli effetti. La difficoltà investe ovviamente il rapporto con le istituzioni e con le conquiste sociali. Le società occidentali hanno raggiunto livelli di benessere, libertà e sicurezza che sarebbero apparsi straordinari a molte generazioni precedenti. Proprio la loro acquisizione, tuttavia, modifica la percezione di ciò che ancora manca. Le conquiste diventano rapidamente condizioni ordinarie dell’esistenza, quasi scontate, mentre le aspettative continuano a crescere.
Un miglioramento reale può apparire insignificante se misurato con un desiderio di cambiamento che non conosce un punto di soddisfazione. Così, una civiltà che ha educato gli individui a considerare il mondo sempre trasformabile per il meglio incontra crescenti difficoltà quando deve spiegare loro che esistono limiti e contraddizioni di quella crescita, di cui tenere conto.
La “fortuna” dei partiti antisistema
La politica sembra così intrappolata in una singolare spirale: per alimentare la speranza di una svolta, occorre promettere sempre di più. Quando però le promesse si scontrano con la realtà, la delusione può essere raccolta da chi promette una rottura ancora più radicale, e così via. In altre parole, la bolla delle aspettative si gonfia proprio attraverso le delusioni che dovrebbe cancellare. L’esperienza di partiti populisti in Italia offre un esempio perfetto di tale dinamica. Il Movimento cinque stelle prima maniera si presentò agli elettori con un “vaffa” antisistema, la promessa di aprire il Parlamento «come una scatoletta di tonno», l’uscita dall’euro (o comunque una revoca in dubbio degli impegni europei dell’Italia) e la ormai celebre «abolizione della povertà».
Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna nel 2010 (Ansa).
La resistenza del reale (nonché il contatto con la comodità dell’essere élite) ha ridimensionato quelle promesse. Ma agli elettori è venuta ancora più fame. Attraverso vari passaggi, si è arrivati oggi al movimento politico guidato da Roberto Vannacci, che promette, tra le altre cose, una rapida fine delle guerre, il ritorno alla società etnicamente omogenea di qualche decennio fa, una decisa interruzione al processo di integrazione europea. È significativo che un partito chiamato Futuro Nazionale prometta, in sostanza, di riportare indietro le lancette dell’orologio. Non che all’estero vada meglio: tra radicalismo di destra e radicalismo di sinistra, l’annuncio di un cambiamento senza però idea di dove andare, se non al massimo nel passato, va molto forte.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
L’impulso alla demolizione diventa l’inconfessabile ragion d’essere
Per chi è all’opposizione e per chi governa la promessa di cambiamento diventa così una risorsa che occorre rinnovare senza sosta, indipendentemente dalla capacità effettiva di produrre i risultati annunciati. Il punto non è che ogni promessa ambiziosa sia ingannevole, né che, ovviamente, ogni rottura sia ingiustificata. Questo sarebbe solo rigido conservatorismo, se non una vera e propria prospettiva reazionaria.
Il problema è che quando viene meno un’idea riconoscibile di progresso, la promessa può finire per alimentare sé stessa: non si cambia più per conseguire un bene, ma si continua a promettere di cambiare perché soltanto così si riesce a mantenere viva l’aspettativa. In tal modo, l’intensità del rifiuto del presente divora del tutto l’attrattiva per un futuro diverso, e la politica trova nell’impulso alla demolizione la propria inconfessabile ragion d’essere.
Insomma: la rottura, nata come strumento per liberare possibilità nuove, rischia di diventare un fine in sé. Quando non si sa più quale ordine costruire, abbattere quello esistente può sembrare l’unica prova della propria capacità di agire. Smanioso di trasformare, ma a corto di idee sul domani che non siano soprattutto richieste di protezione da pericoli, l’odierno spirito rivoluzionario può così forse essere più vicino al cupio dissolvi che alla fede in un’utopia possibile. Più disperato che speranzoso.
A Nicoletta Vallorani il premio per il miglior romanzo di fantascienza, a Veronica De Simone per il romanzo fantasy. Due premi a Carmine Treanni (curatore e saggio) e due a Maico Morellini (racconto pro e articolo fan).
Nella splendida cornice della nuova sede di Stranimondi sono stati assegnati i Premi Italia 2026 per il fantastico e la fantascienza. 451 i voti per la seconda fase, secondo miglior risultato dal 2020 in poi. Tra le novità quest'anno una nuova categoria, quella per il miglior fancast,
Artista
Vincitore
Franco Brambilla
Sul podio
2° classificato: Giuseppe Festino
3° classificato: Luca Oleastri
Finalisti (in ordine alfabetico)
Claudia Corso Marcucci
Lucrezia Viperina
Curatore
Vincitore
Carmine Treanni
Sul podio
2° classificato: Franco... - Leggi l'articolo
Le famiglie investono i risparmi nella preparazione di un concorso, gli studenti dubitano degli esami, le ragazze chiedono di poter tornare a casa senza paura, gli elettori cercano il proprio nome in una lista. A 12 anni dall’arrivo di Narendra Modi al governo, la promessa di un’India più ricca, forte e rispettata si scontra con una popolazione sempre più insoddisfatta. Soprattutto quella più giovane. I nuovi impianti industriali, le ambizioni tecnologiche e il nazionalismo indù celebrato nei templi raccontano un’ascesa che in molti non ritrovano nella propria vita.
Meno male che Meloni ha definito Modi «il leader più amato al mondo»
Da mesi, questa insoddisfazione è salita in superficie, sporcando l’immagine che colui che Giorgia Meloni ha definito «il leader più amato al mondo» prova a presentare all’esterno. La patina del racconto di Modi è offuscata dagli Scarafaggi, il movimento che da mesi sfida l’esecutivo del premier giunto ormai a metà del suo terzo mandato. Ma la protesta è più ampia e si intreccia con le rimostranze di altre categorie sociali, in uno scenario nel quale sembra per la prima volta incrinarsi il sistema Modi.
Narendra Modi con Giorgia Meloni. Dietro di loro, Donald Trump (foto Ansa).
La reazione delle autorità, come spesso accaduto, è forte. In un fine settimana, a Nuova Delhi, sono stati dispiegati circa 41 mila agenti in una capitale blindata per provare a stoppare le manifestazioni: stazioni della metropolitana chiuse, posti di blocco e strade sbarrate. Oltre 7 mila persone sono state fermate. Due leader degli Scarafaggi, Ashutosh Ranka e Saurav Das, sono stati in seguito trasferiti nel carcere di Tihar per cinque giorni di custodia giudiziaria.
La presunta violazione degli impegni a mantenere la «pace sociale»
Liberati e tornati a manifestare, avevano scavalcato le barricate di Jantar Mantar, l’osservatorio astronomico settecentesco diventato uno dei principali luoghi del dissenso nella capitale. Lì avevano sventolato il tricolore, dopo che la polizia aveva cancellato il sito dall’elenco degli spazi autorizzati alle proteste. Per le autorità hanno violato gli impegni a mantenere la «pace sociale».
Manifestanti in India (foto Ansa).
La Corte suprema ha convocato un’udienza urgente, ordinando di ripristinare trasporti e comunicazioni e riesaminare le limitazioni alla circolazione: chi manifesta pacificamente può essere privato della libertà soltanto secondo le procedure previste dalla legge. Quasi 150 giornalisti si sono riuniti al Press Club contro i fermi dei colleghi. La città sta moltiplicando i luoghi della ribellione.
Polizia in India schierata per tenere a bada i manifestanti (foto Ansa).
Musulmani e minoranze penalizzati elettoralmente
Il bersaglio principale è Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale. La revisione delle liste ha cancellato oltre 130 milioni di nominativi, più di due volte la popolazione dell’Italia. L’opposizione denuncia un impatto sproporzionato su musulmani e minoranze, accusando Kumar di preparare un vantaggio duraturo per il Bharatiya Janata Party di Modi.
I manifestanti chiedono le dimissioni del capo della Commissione elettorale Gyanesh Kumar (foto Ansa).
In gioco la possibilità stessa di scegliere chi governa
La Commissione respinge le accuse: la pulizia delle liste elimina duplicazioni e iscrizioni irregolari, chi è stato escluso erroneamente può registrarsi di nuovo. Ma essere costretti a dimostrare di esistere, dopo essere scomparsi da un registro, pesa diversamente su chi ha documenti, tempo e denaro e su chi vive ai margini. Per il BJP i manifestanti vogliono minare la democrazia mettendo in discussione operazioni legittime. Per gli Scarafaggi, però, è in gioco la possibilità stessa di scegliere chi governa.
Donne protestano in strada (foto Ansa).
Chieste e ottenute le dimissioni del ministro dell’Istruzione
Nei mesi precedenti erano scesi in piazza contro le fughe delle tracce degli esami di ammissione universitari e dei concorsi pubblici, fino a ottenere a luglio le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan. Dietro quella mobilitazione c’erano anni di studio, risparmi familiari spesi nei corsi di preparazione e opportunità di lavoro troppo scarse: il sospetto che anche la selezione fosse manipolata aveva trasformato la frustrazione individuale in una contestazione collettiva.
Un cartello bruciato con la faccia del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan (foto Ansa).
Il concorso pubblico e l’università restano strumenti di mobilità in un’economia incapace di offrire abbastanza impieghi sicuri a una popolazione giovane enorme. Le fabbriche di iPhone e i progetti sui semiconduttori alimentano le ambizioni industriali del governo, mentre milioni di candidati continuano a contendersi un posto pubblico.
Il governo però non vuole cedere sull’arbitro del voto
Ora il movimento chiama questa nuova fase “Season 2″: dalla possibilità di conquistare un posto a quella di contare attraverso il voto. Due meccanismi di selezione, due promesse di uguaglianza che una parte dei giovani considera compromesse. Cedere su un ministro è una cosa, farlo sull’arbitro del voto espone il governo a una contestazione della propria legittimità.
I manifestanti salgono su una camionetta della polizia (foto Ansa).
D’altronde, attorno alla battaglia sul voto si addensano frustrazioni accumulate nelle università, nel mercato del lavoro, negli spazi pubblici. Il governo può spostare una protesta sulla mappa. Più difficile cancellare le ragioni per cui continua a ricomparire: la mancanza di fiducia nelle istituzioni.
Il principale rivale di Modi è Rahul Gandhi
Rahul Gandhi sta provando a portare questa energia dentro una battaglia comune delle opposizioni. Il leader del Congresso, principale rivale di Modi, è stato fermato temporaneamente più volte, assieme ad altri parlamentari. Su tivù e social tutti lo hanno visto caricato su un mezzo dagli agenti, mentre anche la sorella Priyanka veniva arrestata.
Rahul Gandhi, sulla destra con le mani giunte (foto Ansa).
Tornato in libertà, Rahul ha subito guidato la marcia verso la Corte suprema, mostrando una copia della Costituzione indiana da un autobus scoperto. Con lui migliaia di sostenitori e i vertici della coalizione d’opposizione “India“, dal Congresso ai partiti regionali. Per Gandhi, che nelle lunghe marce attraverso il Paese ha cercato un rapporto meno mediato con gli elettori, si apre uno spazio politico. Riempirlo richiede però di convincere una generazione diffidente anche verso le vecchie dinastie.
Priyanka Gandhi (foto Ansa).
Lo stupro di una 17enne e le richieste delle studentesse
Nei campus di Delhi, intanto, le studentesse chiedono di poter attraversare quelle porte e tornare a casa senza paura. La denuncia dello stupro di una 17enne nel parco di Aastha Kunj, nella seconda metà di settembre, ha riacceso le proteste assieme ad altri gravi casi di violenza contro minorenni.
La polizia cerca di fermare i manifestanti (foto Ansa).
Centinaia di studenti di Lady Shri Ram, Miranda House, Gargi e altri college si sono mobilitati contro le molestie quotidiane, l’illuminazione insufficiente e l’assenza di controlli negli spazi attorno alle università. Chiedono trasporti sicuri e strumenti di denuncia che funzionino, contestano i consigli a evitare luoghi e orari, le restrizioni che scaricano sulle donne il compito di prevenire le aggressioni. Nel parco dell’aggressione non c’erano telecamere interne e alcune di quelle agli ingressi non funzionavano.
Un manifestante arrestato dalla polizia in India (foto Ansa).
In India oltre 80 violenze sessuali al giorno secondo le statistiche
Secondo i dati del National crime records bureau riportati, nel 2024 la polizia ha registrato in India 29.536 casi di stupro, oltre 80 al giorno. A Delhi 1.058, il numero più alto tra le grandi città censite. Sono soltanto le violenze denunciate, perché stigma, pressioni familiari e timore delle conseguenze ne lasciano molte altre fuori dalle statistiche. Quattordici anni dopo Nirbhaya, la giovane violentata su un autobus nel 2012, la Corte suprema è tornata a chiedere verifiche sulle falle della sicurezza. Le manifestanti vogliono sapere chi risponde quando illuminazione, sorveglianza e sistemi di protezione promessi dopo ogni aggressione non funzionano.
Un manifestante indiano colpito dalla polizia (foto Ansa).
Anche nelle campagne la promessa di modernizzazione incontra chi teme di pagarne il prezzo. A luglio migliaia di agricoltori del Punjab hanno marciato verso Nuova Delhi contro quello che descrivono come un accordo commerciale «segreto» con Washington: l’apertura alle importazioni americane di olio di soia, cereali per mangimi e latticini minaccerebbe i redditi di milioni di famiglie. È una mobilitazione che ha riportato nella capitale una delle opposizioni più tenaci a Modi. Tra il 2020 e il 2021 i contadini avevano presidiato per mesi gli accessi alla città, costringendo il premier a ritirare tre leggi di liberalizzazione agricola. Dietro la difesa dei prezzi e delle protezioni del mercato c’è la stessa domanda che attraversa i campus: quale spazio riserva l’India che cresce a chi dispone di pochi margini per assorbire un’altra perdita?
Un manifestante con la bandiera dell’India (foto Ansa).
Il nazionalismo ha spostato l’identità indiana verso quella indù
Non vanno poi dimenticate le inquietudini delle minoranze delle enormi “periferie” territoriali dell’India, soprattutto musulmane. Le accuse di esclusione dalle liste elettorali si innestano su anni di politiche e mobilitazioni nazionaliste che hanno spostato l’identità indiana verso quella della maggioranza indù.
Attivisti arrestati (foto Ansa).
La legge sulla cittadinanza approvata nel 2019 agevola l’accesso per migranti di sei religioni provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, lasciando fuori i musulmani. Nello stesso anno, la revoca dello status speciale del Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana, è stata accompagnata da arresti e blocchi delle comunicazioni. Nel gennaio 2024 Modi ha presieduto la consacrazione del tempio di Ram ad Ayodhya, sul sito della moschea demolita da estremisti indù nel 1992. Un trionfo per il suo elettorato, un altro segnale di estraneità per molti cittadini musulmani.
Attivisti portati via a forza (foto Ansa).
Queste tensioni non confluiscono automaticamente in un fronte comune con contadini, studentesse e Scarafaggi. Il nazionalismo indù conserva un consenso profondo, le opposizioni restano attraversate da rivalità e interessi diversi. Ma nelle mobilitazioni ricorre la richiesta di poter accedere alle opportunità e alle garanzie che il governo promette: un lavoro, la libertà di attraversare la città, istituzioni imparziali, il riconoscimento di un’appartenenza che non dipenda dalla religione. Modi, dopo aver già perso la maggioranza assoluta alle elezioni del 2024, è chiamato a dare risposte. Altrimenti il rischio è vedere incrinarsi un sistema nel quale si è sentito a lungo invincibile.
In questi giorni è tornato al cinema Avengers: Endgame, l’ultimo film della saga Marvel che ha dominato i botteghini degli anni Dieci. Oltre a renderlo il titolo con più incassi di sempre, la seconda vita di Endgame serve a lanciare la volata al nuovo ciclo di film con cui Marvel mira a riportare il brand ai fasti del passato. La nuova edizione di Endgame contiene perciò alcune scene extra che hanno lo scopo di preparare il terreno per il primo film del ciclo: Avengers – Doomsday (uscita prevista: 18 dicembre). Ovviamente i fan più incalliti le hanno già dissezionate in ogni dettaglio, riempiendo la rete di teorie. A catalizzare l’attenzione è stato soprattutto una scena che richiama il primo film diIron Man: Tony Stark (l’identità in borghese di Iron Man) forgia la celebre armatura rossa e dorata ma, al posto della maschera d’ordinanza, appare quella del super-cattivo della nuova saga, Doctor Doom, che oltretutto avrà il volto di Robert Downey Jr., lo stesso attore che aveva interpretato Tony Stark/Iron Man.
La sovrapposizione tra eroe e super-cattivo
Per gli appassionati, la scelta dello stesso attore pone soprattutto una questione di trama: quale rapporto esisterà tra i due personaggi? È possibile che, in virtù di qualche paradosso temporale di cui l’universo Marvel è pieno, i due personaggi siano in realtà una cosa sola? È una teoria affascinante ma, dato che quando parliamo di supereroi parliamo di uno dei massimi prodotti della cultura pop americana, è forse più interessante domandarsi cosa ci racconti, in termini politici e di psicologia collettiva, questa strana inversione di polarità dei personaggi interpretati da Robert Downey Jr. E perché il volto con cui la Marvel aveva reso pop l’immagine del miliardario tecnologico (Tony Stark/Iron Man) viene oggi utilizzato per rappresentare la figura, estremamente minacciosa, di un despota tecnocrate come Dottor Doom. Si tratta evidentemente di un ribaltamento che ci aiuta a leggere quanto sia cambiato, nel corso di due decenni, il sentiment del pubblico per i detentori del potere tecnologico.
Robert Downey Jr (Ansa).
L’era Obama e la rappresentazione del capitalismo virtuoso
Il primo Iron Man uscì nel 2008. Era l’inizio dell’era Obama e Tony Stark offriva una sintesi particolarmente efficace tra due forme di capitalismo americano. Aveva ereditato un’impresa dell’industria militare, ma possedeva il talento e la creatività associati all’imprenditore della Silicon Valley. Poteva quindi rappresentare contemporaneamente la potenza industriale e bellica degli Stati Uniti e la promessa di rinnovarla, dopo gli errori dell’Iraq, attraverso lo spirito di iniziativa e l’eccezionale capacità di singoli inventori. Da subito la figura di Stark/Iron Man era stata per questo associata ad alcuni degli imprenditori più in vista della Silicon Valley, all’epoca particolarmente popolari perché sembravano rappresentare una forma di capitalismo “virtuoso”, rispetto ai disastri combinati dai banker di Wall Street nel 2008.
Iron Man (Ansa).
Il paragone Stark/Musk
Nessuno rispondeva a questo identikit meglio di Elon Musk. Musk sembrava perfetto per il ruolo di Tony Stark non solo perché era un personaggio un po’ eccentrico, ma anche perché, a differenza di altre figure, le sue società non si limitavano a sviluppare software ma avevano a che fare con l’hardware, proprio come quelle di Tony Stark. Lo stesso Musk aveva accolto l’investitura tanto da accettare di comparire in un cameo in Iron Man 2. Il paragone Stark/Musk funzionava anche perché attribuiva un significato pubblico a un successo privato. L’imprenditore capace di costruire automobili elettriche e razzi poteva essere considerato in grado di affrontare problemi che eccedevano il perimetro delle sue aziende: Tesla e il clima, SpaceX e il futuro della specie, Starlink e la connettività dei Paesi poveri. Dal canto suo Musk coltivava, all’epoca, una immagine se non da salvatore quantomeno da filantropo. E proprio come i supereroi, sembrava vivere secondo un ethos per cui «da grandi poteri derivano grandi responsabilità». Poi qualcosa, come ben sappiamo, è andato storto.
Elon Musk (Ansa).
Il crescente disprezzo per i tecnocrati
L’accumulazione di potere tecnologico, economico e politico nelle mani di pochissime persone ha reso sempre più impopolari le aziende della Silicon Valley. Molte delle figure che, negli anni Dieci, venivano venerate sono oggi guardate con preoccupazione se non con disprezzo. Il che non ha solo cambiato la percezione delle loro attività ma ha trasformato anche il modo in cui i cosiddetti broligarchi si approcciano al pubblico. Dall’Elon Musk supereroe siamo passati al Musk che fa saluti nazisti su un palco e ammette di considerare l’empatia per i più deboli una qualità sopravvalutata. Il trumpismo e l’IA hanno fatto il resto e oggi gran parte dell’opinione pubblicastatunitense mette la tecnologia in cima alla lista delle proprie preoccupazioni il futuro.
Donald Trump (Ansa).
Marvel intercetta lo spirito dei tempi
Sempre molto abili a intercettare lo spirito dei tempi, gli sceneggiatori di Marvel hanno evidentemente deciso di utilizzare lo sdoppiamento di Robert Downey Jr., da Iron Man a Dottor Doom, anche per commentare questa trasformazione. Come Tony Stark, anche Dottor Doom indossa un’armatura ed è uno scienziato geniale. Tuttavia anziché usare il proprio potere a fin di bene, lo utilizza per costruire una specie di totalitarismo tecnologico globale, che ricorda da vicino le tesi del cosiddetto dark enlightment, un movimento che sta raccogliendo sempre più sostenitori nella Silicon Valley. Che dire a questo punto? Verrebbe quasi da invidiare i cittadini dell’universo Marvel. È vero che ogni due film, le loro città vengono rase al suolo ma almeno loro possono contare su Thor.
C’è stato un tempo in cui vendere oggetti usati significava soprattutto liberare cantine e armadi, provando a recuperare qualche soldo extra. Oggi, invece, l’economia di seconda mano diventa sempre più una risposta strutturale al caro-vita, sulla quale le piattaforme digitali stanno costruendo attività miliardarie. A misurare più di recente il cambiamento è stato il Recommerce Report 2026 di eBay, realizzato su oltre 10 mila consumatori di 10 Paesi: in Italia il 77 per cento degli intervistati considera il second hand importante per le proprie finanze, 7,6 punti in più rispetto alla media globale; il 43 per cento ha venduto online almeno un oggetto usato nell’ultimo anno contro il 38 per cento a livello internazionale, percentuale che nella fascia d’età tra i 30 e i 40 anni sale al 51 per cento.
L’app di eBay (via Unsplash).
Liberare spazio, meno sprechi e guadagni extra
Ma il fenomeno non si esaurisce qui: tra le motivazioni di chi vende, al primo posto resta la necessità di «fare ordine e liberare spazio» (63 per cento degli intervistati), seguita dalla «volontà di ridurre gli sprechi» (51 per cento) e dalla «ricerca di un guadagno aggiuntivo» (43 per cento). La combinazione di questi impulsi distingue il recommerce dal vecchio mercato dell’usato: lo stesso utente può infatti (ri)vendere per integrare il proprio reddito e comprare per spendere meno, alimentando un circuito nel quale ogni oggetto diventa allo stesso tempo risparmio, liquidità e merce.
Un boom trainato dal digitale
Non è un fenomeno passeggero: nei prossimi 12 mesi l’87 per cento degli acquirenti italiani prevede di comprare usato almeno quanto oggi e il 37 per cento pensa di aumentare gli acquisti (il 43 per cento è rappresentato dalla Generazione Z). L’abbigliamento rimane un po’ ovunque la categoria principale, ma ci sono anche libri, vinili, videogiochi, elettronica, prodotti per la casa, scarpe e oggetti da collezione. Va da sé che nulla di tutto questo sarebbe potuto avvenire senza la spinta del digitale: il 41 per cento degli italiani coinvolti nella ricerca eBay acquista prodotti di seconda mano primariamente online, contro una media globale del 28 per cento (tra i più giovani si arriva addirittura al 58). Le piattaforme, del resto, hanno eliminato molti degli ostacoli che un tempo frenavano l’usato, e app create ad hoc hanno semplificato ulteriormente il sistema: permettono di pubblicare un annuncio in pochi secondi, suggeriscono il prezzo, gestiscono spedizione e pagamento. Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno, su Vinted, società di recommerce nata nel 2008 a Vilnius, in Lituania, nel 2025 sono stati scambiati prodotti per 10,8 miliardi di euro, il 47 per cento in più rispetto all’anno precedente. I ricavi hanno raggiunto 1,1 miliardi, con un utile netto di 62 milioni.
L’app di Vinted (via Unsplash).
Quando la ricerca dell’offerta diventa impresa
È un mercato che fa bene, e piace, anche ai consumatori. Sempre secondo Vinted, nel 2025 gli utenti europei avrebbero risparmiato 21,6 miliardi di euro acquistando moda per adulti sulla piattaforma anziché ai prezzi originari del nuovo, con uno sconto medio del 72 per cento. E non c’è solo il mero risparmio. Accanto a chi vende i vestiti che non indossa più sono comparsi anche utenti che acquistano espressamente per rivendere e guadagnare, cercando prodotti sottoprezzati e organizzando la propria presenza online come una piccola impresa. Tant’è che, in alcuni casi, può scattare l’obbligo di aprire la partita Iva. A fare la differenza è il carattere dell’attività: vendere occasionalmente oggetti personali, anche ricavandone somme consistenti, non equivale a esercitare un’impresa; acquistare per rivendere, pubblicare inserzioni con continuità e organizzarsi con finalità di guadagno potrebbe esserlo. Esiste poi una soglia legata alla DAC7, la direttiva europea che riguarda sia Vinted sia eBay: se in un anno solare un utente conclude almeno 30 vendite oppure incassa più di 2 mila euro, la piattaforma deve raccoglierne i dati e comunicarli alle autorità fiscali. Ciò non significa automaticamente dover pagare imposte o aprire la partita Iva: Vinted precisa che, in linea generale, la vendita di beni personali non è tassata, e anche eBay chiarisce che la comunicazione non modifica gli obblighi fiscali già esistenti. Le informazioni, però, possono consentire al Fisco di distinguere più facilmente chi svuota saltuariamente l’armadio da chi vende in modo abituale e organizzato.
Un mercato dell’usato (via Unsplash).
Il second hand rischia di riprodurre la logica del consumo veloce
Per una parte dei consumatori, insomma, il second hand è un modo per recuperare un extra e continuare ad acquistare a dispetto dell’inflazione e dei redditi sotto pressione; sempre più spesso, poi, il possibile valore di rivendita entra nel calcolo già in fase di acquisto, e vestiti, accessori o smartphone vengono valutati anche in base alla rapidità con cui potranno tornare sul mercato. Tutto questo, però, contiene anche una contraddizione: comprare usato può ridurre la spesa per ogni singolo prodotto, ma non necessariamente la spesa complessiva. Prezzi bassi, notifiche, offerte e possibilità di rivendere ciò che non serve più possono incoraggiare acquisti più frequenti, riproducendo nel second hand la stessa logica del consumo veloce che dovrebbe contrastare. Anche il beneficio ambientale dipende dal fatto che l’usato sostituisca davvero un prodotto nuovo, anziché aggiungersi a ciò che non avremmo comprato. L’economia di seconda mano vive dunque su un doppio binario: da una parte risponde al bisogno di spendere meno, recuperare denaro e prolungare la vita degli oggetti; dall’altra genera un nuovo mercato, governato da aziende che guadagnano su servizi, pagamenti e logistica di milioni di transazioni tra privati. La vera novità è che, con stipendi che faticano a tenere il passo con i prezzi e piattaforme sempre più efficienti, comprare e rivendere usato sta diventando una componente ordinaria dell’economia familiare.
Si è aperto ad Amburgo il processo per il sabotaggio di Nord Stream, il gasdotto russo-tedesco sotto il Mar Baltico fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, il cui presunto regista, l’ex 007 di Kyiv Serhii Kuznetsov, è per ora l’unico imputato. L’uomo è accusato di crimini di guerra, per aver distrutto un’infrastruttura civile in quello che è stato il più grande attacco di questo genere nella storia della Germania. Al di là del procedimento in sé, che durerà mesi e su cui pesa l’ombra dei mandanti, che la procura tedesca ha identificato in apparati statali ucraini, il caso Nord Stream è anche una delle tante vicende in cui il Bnd (Bundesnachrichtendienst), i servizi segreti tedeschi, non hanno certo brillato per efficienza. E arriva proprio in un momento in cui l’intelligence di Berlino deve affrontare forse il più grande scandalo dalla sua fondazione, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.
La polizia federale con l’imputato per il sabotaggio del Nord Stream (Ansa).
I servizi tedeschi sarebbero stati avvisati dagli alleati
Secondo le ricostruzioni più accreditate, sia il governo tedesco sia il Bnd erano stati formalmente avvertiti di un imminente piano di sabotaggio ucraino già tre mesi prima che Nord Stream fosse colpito, il 26 settembre 2022. Nel giugno di quell’anno, il servizio segreto militare olandese Mivd avrebbe intercettato un piano dettagliato proveniente da fonti interne ucraine, girato immediatamente agli alleati, cioè alla Cia, che a sua volta avrebbe allertato il Bnd: l’informativa arrivata a Berlino descriveva uno scenario che si è poi rivelato coincidere con quello reale. L’operazione descritta avrebbe coinvolto anche il generale Valery Zaluzhny, allora numero 1 delle Forze armate che fanno capo, in ultima istanza, al presidente Volodymyr Zelensky. L’allarme iniziale poi sarebbe rientrato dopo che, è l’ipotesi, gli statunitensi riuscirono a far congelare il piano trattando direttamente con Kyiv. Il Bundesnachrichtendienst, sempre secondo questa ricostruzione, valutò l’informazione, ma la ritenne ormai superata o comunque non del tutto verificabile. Così abbandonò la pista. Com’è andata a finire è noto. Se questa ipotesi fosse confermata, per il Bnd si tratterebbe di un fallimento colossale. L’intera vicenda è poi uscita dai radar sia per la sua delicatezza sia perché l’attacco all’infrastruttura è stato compiuto da un alleato della Germania nella guerra per procura tra Russia e Occidente.
La sede dei servizi segreti tedeschi a Berlino (Ansa).
L’arresto dell’ex presidente del Bnd August Hanning
Che per l’intelligence tedesca i tempi siano pessimi lo dimostra anche la recentissima vicenda di August Hanning, presidente del Bnd tra il 1998 e il 2005 e sottosegretario di Stato al ministero dell’Interno fino al 2009, finito in carcere la scorsa settimana con l’accusa di spionaggio. All’80enne la procura generale federale ha contestato lo spionaggio finalizzato al tradimento, la rivelazione di segreti di Stato, il tentato alto tradimento e l’attività di agente segreto. Anche se a oggi non è ancora chiaro per conto di chi spiasse. Le speculazioni vanno dalla Cina alla Russia, passando per l’Azerbaigian, non escludendo neppure la Cia, visto che il Bnd è nato nel 1956 dall’Organizzazione Gehlen, la struttura di spionaggio costruita dagli americani nella Germania Ovest: Reinhard Gehlen era un ex nazista, ufficiale della Wehrmacht hitleriana, ottimo conoscitore dell’Unione Sovietica. Insieme a Hanning è stato arrestato il suo ex capo ufficio e stretto collaboratore all’interno del Bnd, Manfred D., rimasto in servizio attivo fino al suo pensionamento nella primavera di quest’anno. Secondo le indagini, i due avrebbero stretto un accordo finanziario già nella primavera del 2010 e almeno sino al 2022 Manfred D. avrebbe sottratto e consegnato a Hanning circa 2 mila documenti interni e riservati del Bnd, incambio di denaro. Non è chiaro invece, non essendo almeno per ora oggetto di inchiesta, se l’ex capo dei servizi abbia svolto questa doppia attività anche mentre era in carica, tra la fine degli Anni 90 e i primi Duemila. Non è escluso perciò che possano giungere altre brutte sorprese per il presidente Martin Jäger, che ha dichiarato come la sicurezza interna tedesca non debba ammettere compromessi, mai.
August Hanning (Ansa).
L’intelligence tedesca col vizio del doppio gioco
In realtà la storia, vecchia e recente del Bnd, è piena di scandali, a cominciare da quello di Heinz Felfe, anche lui ex nazista, ufficiale della SS diventato il capo del reparto Controspionaggio dell’Unione Sovietica, con il vizio del doppiogioco a favore di Mosca e arrestato nel 1961, dopo aver trafugato circa 15 mila documenti interni, bruciando le coperture di centinaia di agenti occidentali dietro la cortina di ferro. Negli ultimi 20 anni nell’intelligence tedesca sono stati pizzicati spioni al soldo della Russia, ma anche degli Usa, come Markus R., che tra il 2008 e il 2014 ha venduto agli americani oltre 200 documenti riservati in cambio di un compenso di circa 80 mila euro. Nel 2016 fu condannato a otto anni di reclusione per alto tradimento. Per non contare il grande scandalo dell’Nsa del 2013 quando le rivelazioni di Edward Snowden mostrarono che il Bnd non era soltanto una possibile vittima dello spionaggio americano — come nel caso del telefono di Angela Merkel — ma collaborava anche con la National Security Agency.
È il giorno! Dalle 10 oggi a Gadames 57 la nuova edizione 2026 della grande fiera dell'editoria del fantastico indipendente. Quest'anno anche Italcon, con la cerimonia dei Premi Italia.
Ebbene ci siamo, inizia oggi la prima edizione di Stranimondi nella nuova sede. Dopo tanti anni nella leggendaria Casa dei Giochi, dove ormai si stava molto stretti, Stranimondi riparte da una sede bellissima e futuristica.
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Le tensioni geopolitiche internazionali mettono sotto pressione i prezzi dei carburanti, mentre il settore elettrico si dimostra molto più stabile. Enel, in questo contesto, arriva in soccorso dei consumatori: per i clienti partono nuovi sconti sulle ricariche elettriche pubbliche e sull’acquisto delle Waybox (colonnine domestiche per la ricarica da casa), ma anche un aiuto concreto sul fronte delle spese per gasolio e benzina. Per chi ancora non è passato all’elettrico c’è un buono carburante da 40 euro. La nuova offerta abbraccia la mobilità privata nel suo insieme, guardando sia ai possessori di auto elettriche, sia a chi ancora si muove con un veicolo endotermico.
Sconti per la ricarica pubblica e Waybox scontate del 50 per cento
Nel settore della mobilità, l’auto elettrica permette di dimezzare le spese di rifornimento. Si può calcolare che per percorrere 100 km si spendono circa 7,8 euro in elettrico (che scendono a 6,3 ricaricando a casa), contro i 15,5 euro della benzina e i 12,9 euro del diesel. Considerato un tragitto di 500 km, il risparmio può arrivare a 38 euro a viaggio. Su una percorrenza annua di 10 mila km, una famiglia può così risparmiare tra i 750 e gli 800 euro all’anno, quota che sale a ben 920 euro se si ricarica esclusivamente tra le mura domestiche. La convenienza, inoltre, non riguarda solo il carburante. I prezzi d’acquisto dei modelli elettrici sono ormai vicini a quelli tradizionali (-4 per cento per le auto grandi) e i costi di manutenzione risultano inferiori di circa il 10 per cento nell’arco di otto anni. In questo contesto si inserisce l’offerta di Enel. Dal 16 ottobre all’11 novembre il Gruppo ridurrà fino al 20 per cento il costo della ricarica pubblica elettrica e offrirà la Waybox (colonnina domestica per la ricarica da casa) al prezzo promozionale di 199 euro, con una riduzione dal valore iniziale del 50 per cento.
Buoni benzina per i nuovi clienti
Alle iniziative dedicate alla e-mobility si aggiunge un’offerta che coinvolge anche chi ha una macchina a motore termico e sceglie Enel per la propria fornitura energetica a casa. Dal 16 ottobre al 4 novembre, tutti i nuovi clienti luce e gas che aderiranno alle offerte dedicate potranno ricevere un buono da 40 euro (corrisponde a 57 KWh calcolato sul costo medio della ricarica pubblica) da utilizzare per ricarica pubblica dei veicoli elettrici tramite l’app Enel on your way oppure, in alternativa, per il rifornimento di benzina o diesel presso le stazioni Q8.
TeleMeloni fa anche cose buone? Dipende. Sicuramente sì, se la guardi con gli occhi disincantati di chi ha capito che la tivù di Stato non è più un servizio pubblico, ma un affare di famiglia regolato a colpi di Lego e scatole di cartone. La risposta definitiva è nel blitz domenicale di Rosario Fiorello su Rai1, il 18 ottobre, un capolavoro di manovra politica che riporta a casa il figliol prodigo. Non chiamatelo scontro fratricida, ma staffetta d’oro: da una parte c’è lo scugnizzo dell’89 Stefano De Martino, svezzato a latte e Auditel nell’access prime time per rifilare a suon di pacchi un paio di sberle alle “vecchie” glorie del Biscione; dall’altra il fuoriclasse assoluto, l’ex codino d’Italia, che si riprende le chiavi nella stessa ora dopo 15 anni di finta pensione notturna. Sarà un nuovo show o solo uno spot della prossima stagione de La Pennicanza?
Rosario Fiorello (foto Imagoeconomica).
Un pezzo da novanta come scudo spaziale contro le accuse di censura
La strategia dei piani alti segue una logica precisa: per ogni testa eccellente che rotola nei corridoi serve un pezzo da novanta da esibire come risarcimento danni e scudo spaziale contro le accuse di censura. Quando passi intere stagioni a far fuggire i pesi massimi sul Nove e a silenziare i monologhi sul fascismo degli scrittori scomodi, hai un disperato bisogno di un paio di miracoli generalisti. Quindi, prima si rischia il tutto per tutto con l’ex ballerino e prossimo monarca di Sanremo, trasformando le accuse di raccomandazione in un trionfo di numeri. Poi si punta dritto a poppa, direzione “arancini e cassatine”.
Fiorello e Fabrizio Biggio nello studio di Rai Radio2 della trasmissione La pennicanza.
Ce la farà a rianimare il varietà, un genere considerato clinicamente morto?
Da tempo la dirigenza corteggiava il reuccio del risveglio per riaverlo in prima serata. Sebbene il varietà sia un genere considerato clinicamente morto, l’ex animatore ha già ampiamente dimostrato di saper compiere miracoli aziendali capaci di far resuscitare persino le fasce orarie più desertiche, portando l’alba a share da capogiro. E allora chi meglio dell’ex re del karaoke per riportare in vita il cadavere eccellente? Lui che è l’unico rimasto sulla piazza che può permettersi il lusso di prendere per i fondelli l’esecutivo senza rischiare il posto fisso.
Una 18enne militante della Garbatella era la babysitter della figlia…
Il motivo? Sembra uscito da una sceneggiatura di B-movie Anni 90: la capa del governo, quando era solo una 18enne militante della Garbatella, sbarcava il lunario facendo la babysitter a domicilio per Olivia, la figlia maggiore dello showman. Un “aneddoto di Stato” raccontato con orgoglio nei salotti televisivi e cavalcato nelle conferenze stampa di inizio anno, dove la stessa Giorgia Meloni ironizzava sulla voglia di essere pagata per lavorare al fianco di Fiorello. Oggi quel passato si trasforma in una polizza assicurativa sulla vita catodica.
Oltre a Biggio arriva l’aiuto del vecchio sodale Amadeus?
Il “patto della tata” garantisce al mattatore siculo l’immunità totale dal bavaglio. Ma per fare il grande miracolo ed evitare il flop del genere, Fiorello potrebbe usare come Cavallo di Troia, in surplus alla spalla Fabrizio Biggio, il vecchio sodale di Sanremo. Parliamo di Amadeus, reduce dal disastro d’ascolti sulle frequenze di Discovery e rifugiato a fare il commissario tecnico alla corte di Maria De Filippi. I vertici Rai probabilmente storceranno il naso davanti a un fuggiasco che aveva osato tradire la patria. Ma un Fiorello blindato su Rai1 vale bene una tazza di brodo caldo per l’amico pentito.