Fandom e politica: i fan possono diventare una macchina elettorale?

Fin dai tempi di Aristotele, la politica conosce molto bene l’utilità delle passioni. Suscitarle, indirizzarle, trasformarle in azione collettiva è una parte essenziale del mestiere. Ogni epoca ha avuto luoghi e strumenti per farlo: le piazze, i giornali, le sezioni di partito, la televisione, i social. Oggi una parte di questo lavoro si svolge dentro comunità apparentemente lontane dalla politica, dove si discute di dischi e concerti, canzoni e classifiche. Comunità che hanno imparato a organizzarsi intorno a una passione – l’essere “fan” di qualcuno, soprattutto cantanti – e possono decidere di mettere quell’organizzazione, e il suo enorme potenziale di mobilitazione, al servizio di qualcosa d’altro.

Fandom e politica: i fan possono diventare una macchina elettorale?
Un concerto (foto di Nainoa Shiruzu via Unsplash).

La mobilitazione dei fandom in Brasile

È successo nelle ultime settimane in Brasile, dove, come ha raccontato il Guardian, oltre 600 gruppi di fan –  da quelli per Billie Eilish, a Lady Gaga, da Demi Lovato a Harry Styles, Katy Perry, Selena Gomez, ma anche star locali come Anitta, Marina Sena e Ludmillasi – sono mobilitati a sostegno di Lula. Pagine nate per seguire le attività di cantanti e gruppi musicali hanno offerto i propri canali alla campagna elettorale del presidente rieletto. In diversi casi senza che gli artisti avessero chiesto, o indicato, alla loro ‘base’ di fare alcunché. La circostanza merita attenzione: siamo abituati a domandarci quanti voti possa spostare una celebrità (ne parleremo più avanti), mentre forse il vero potenziale politico risiede nell’autonomia e nella capacità di coordinazione del suo pubblico.

Fandom e politica: i fan possono diventare una macchina elettorale?
Supporter di Lula (Ansa).

Attività e competenze offerte gratis

Un fandom, in fondo, è anche una sorta di agenzia di comunicazione e propaganda con una efficiente divisione del lavoro. Per sostenere un artista occorre infatti coordinare persone che non si conoscono, distribuire incarichi, rispettare scadenze, mantenere l’entusiasmo anche quando il risultato (spesso misurato sulla base del riconoscimento dell’oggetto dell’adorazione) tarda ad arrivare. All’interno di un fandom si trovano così persone che, per pura passione, passano le giornate a tradurre testi e interviste, preparare foto e video, analizzare i numeri e l’andamento dei contenuti di maggiore successo. Attività che accomunano la routine di un fandom a quelle di una campagna elettorale e competenze che, nel caso dei fandom, vengono spesso esercitate gratuitamente.

Una questione di fiducia

Ma il capitale più prezioso di cui dispongono queste comunità è la fiducia. Un messaggio politico pubblicato dalla pagina fan del proprio artista preferito si inserisce in una relazione già esistente con chi lo riceve, che ne conosce il linguaggio e le battute. Spesso conosce persino gli amministratori che animano la comunità. Per una campagna elettorale una simile familiarità è una risorsa dal valore inestimabile, superiore a decine di generiche pubblicità. Un fandom può infatti offrire un accesso privilegiato a persone che ignorerebbero il messaggio se arrivasse direttamente da un partito.

I casi di Taylor Swift e Bruce Springsteen

Naturalmente il giochino non funziona sempre. Taylor Swift e Bruce Springsteen hanno sostenuto Kamala Harris contro Donald Trump nel 2024, senza contare gli endorsement della maggior parte delle star hollywoodiane da sempre su posizioni dem. Il Boss si è persino esibito durante la campagna ad Atlanta. La democratica Harris ha comunque perso. Il che dovrebbe smontare la convinzione che le oceaniche platee dei tour si traducano direttamente in voti. Non dimostra, tuttavia, che il contributo sia stato nullo: per stabilirlo bisognerebbe sapere con assoluta precisione come, e se, avrebbero votato i fan delle due star in assenza di quegli appoggi. Una sconfitta misura l’esito complessivo di una campagna, non l’efficacia di ogni singolo ingrediente.

L’appartenenza culturale si può scontrare con altri interessi

La sconfitta di Harris nonostante gli endorsement di di Swift e Springsteen ci ricorda tuttavia che esiste una differenza sostanziale tra le due forme di partecipazione: lo show e la politica. Non è solo una differenza psicologica ma sistemica. Una classifica di ascolti premia la ripetizione: si può ascoltare una canzone mille volte, cliccare su un contenuto, moltiplicarne la circolazione. La passione (a volte maniacale) lascia un segno tangibile sui dati. Un’elezione invece assegna un voto a ogni elettore. L’intensità dell’entusiasmo dei fan non viene registrata. In questo caso la passione incontra quindi un limite strutturale. Inoltre, si può amare una cantante e dissentire dalle sue idee (Matteo Salvini e la destra che cantano De Andrè e Guccini sono lì a ricordarlo, con annesse polemiche), oppure condividere quelle idee senza considerarle decisive quando si entra nella cabina elettorale. L’appartenenza culturale, o passionale, a una comunità di fan incontra altre appartenenze, o altre logiche di interessi, che possono prevalere.

Fandom e politica: i fan possono diventare una macchina elettorale?
Kamala Harris, Taylor Swift e Donald Trump (Ansa).

I sospetti di appropriazione indebita

Il problema peraltro si presenta anche nella direzione opposta: quanto può cambiare una comunità prima di perdere di vista le ragioni che la tenevano insieme? Chi segue una pagina per sapere quando uscirà un disco non ha necessariamente accettato di partecipare a una campagna elettorale. Gli amministratori possono considerare naturale un certo endorsement, vederlo come una scelta politica coerente con i valori dell’artista. Una parte dei fan può invece viverla come un’appropriazione indebita di uno spazio comune e soprattutto apolitico. La fiducia che rende un fandom interessante per la politica è insomma anche ciò che la politicizzazione rischia di compromettere: per mobilitare una comunità, la politica deve prima conquistarsi il diritto di entrarci.