Per i risultati definitivi potrebbero occorrere giorni, ma gli exit poll sembrano assegnare la vittoria a Benjamin Netanyahu. Con oltre la metà delle schede scrutinate, il blocco del premier israeliano è in vantaggio rispetto a quello dell’opposizione guidato da Gadi Eisenkot, ex generale con un figlio caduto a Gaza, che nei sondaggi era riuscito a portare il suo Yashar (Diritto!) in testa. Al conteggio mancano ancora i voti di diplomatici e militari all’estero, il cui scrutinio comincerà martedì notte e potrebbe concludersi nella giornata di giovedì. Si stimano oltre mezzo milione di voti.

Trump si intesta la rimonta di Netanyahu
Per una volta dunque l’endorsement di Donald Trump sembra non aver affossato il candidato. Anzi, il presidente americano mette il cappello sulla rimonta dell’amico e alleato. «Quando il presidente Trump ha espresso il suo sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione è completamente cambiata, e ora quella che sembrava una sconfitta per un grande primo ministro, appare essere un’insperata rimonta che ha portato a una fase di stallo, se non una vittoria per Netanyahu», ha scritto nella notte su Truth. «Tutto è successo dopo il sostegno del presidente Trump che vuole solo il bene del Medio Oriente, di Israele e degli Stati Uniti d’America». Al netto dei soliti toni trumpiani, con molta probabilità il presidente Isaac Herzog affiderà a Netanyahu l’incarico di formare il nuovo governo. E da abile negoziatore, il premier cercherà di strappare pezzi dell’opposizione. Anche se il Likud si confermerà primo partito, difficilmente otterrà i 61 seggi (su 120) necessari per assicurarsi la maggioranza. Se Netanyahu non riuscisse nell’impresa entro sei settimane, il compito passerebbe a Eisenkot Per riuscirci, tuttavia, il blocco del «cambiamento» dovrebbe sedersi al tavolo con le formazioni arabe-palestinesi: la Lista comune e Ra’am.

Il flop di Ben-Gvir e il boom dei partiti arabo-palestinesi
Oltre alla rimonta di Netanyahu, infatti ci sono altri due dati che emergono dalle urne. Il primo è il flop del ministro della Sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir: Otzma Yehudit (Potere ebraico) al momento è fermo a sei seggi. Il secondo è il boom dei partiti arabo-palestinesi che alla Knesset potrebbero ottenere 16-18 seggi rispetto ai 10 attuali. E con cui Eisenkot potrebbe essere costretto a trattare per arrivare a una maggioranza.

Trattative in salita per Eisenkot
Ra’am guidato da Mansour Abbas è già stato al governo con il conservatore di Naftali Bennet, oggi alleato di Eisenkot. Il vice di Abbas è un ebreo sionista e si è già detto disposto ad accettare un compromesso per «far cadere Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir». I seggi portati in dote da Ra’am (dai cinque ai sette) però potrebbero non essere sufficienti. Eisenkot dovrebbe allora trattare con Lista Comune (10-11 seggi). Tutt’altro che una passeggiata.

Le condizioni poste dal leader di Yashar – riconoscere Israele come Stato ebraico e democratico; accettare i valori espressi nella dichiarazione d’indipendenza; accettare la coscrizione obbligatoria per i cittadini palestinesi di Israele, attualmente esentati; e condannare Hamas come organizzazione terroristica – difficilmente saranno accettate a scatola chiusa dalla lista. Amjad Shbita, leader di Hadash, il partito socialista che costituisce la componente più consistente della Lista comune, ha infatti dichiarato che Eisenkot non è nella posizione di imporre condizioni per l’avvio dei negoziati sulla coalizione. «Tratteremo da pari a pari, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri». Dall’altra parte, molti parlamentari del blocco di opposizione hanno assicurato che non accetteranno mai di sedersi in un governo con i partiti arabi. Senza un accordo con le formazioni palestinesi, l’ex generale potrebbe tentare allora di formare un governo di minoranza. A quel punto, però, Israele rischierebbe di andare nuovamente al voto. Un assist per Bibi. «Ulteriori elezioni sarebbero un regalo a Netanyahu. La palla è nel campo del blocco del cambiamento», ha dichiarato alla Radio dell’esercito israeliano un esponente della Lista comune.
