Transatlantico, giovedì pomeriggio. In Aula sono ancora in corso le votazioni sulle pregiudiziali di costituzionalità della legge elettorale. Sotto le plafoniere che hanno ispirato il nome del salone – come quelle che illuminavano le grandi navi delle rotte transoceaniche – si aggirano i massimi esponenti del Pd. Poche ore prima, Elly Schlein aveva dettato una linea all’esecutivo del partito che suonava come un avvertimento a Giuseppe Conte e ai suoi. «Il tavolo del programma deve essere fatto con tutti», centristi compresi. E tra gli alti dignitari dem c’è quello che viene considerato coram populo il Richelieu della segretaria, Igor Taruffi. A sentirlo, però, sembra più a suo agio nella veste di Theodor Robinson: «Non c’è problema». Lo ripete a ogni cronista che gli si avvicini. Il programma? «Non c’è problema». Le primarie? «Non c’è problema». I riformisti dem? «Non c’è problema». Vero è che Taruffi è abituato a lavorare lontano dai riflettori e chi pensava che il Nazareno fosse in modalità semaforo forse si sbagliava.

Le stoccate di Schlein a Meloni e a Conte
Un passo avanti. Venerdì 2 ottobre, Nazareno. È in corso la relazione della segretaria alla direzione del partito. Un appuntamento atteso, che prepara quello dell’assemblea chiamata a prorogare il mandato della leader fino a dopo le Politiche. Ci si attende una Schlein in formato «volemose bene», come dice un deputato. E invece la segretaria indossa l’elmetto e distribuisce stoccate a destra e a sinistra, dentro e fuori il partito. Incalza Giorgia Meloni sulla spesa sanitaria e le armi, sul prezzo dei carburanti e il caro vita, per chiosare: «Prima andate a casa e meglio è per l’Italia». Ma è soprattutto a Conte e agli altri alleati del centrosinistra che parla quando dice che «uno non vale uno», ovvero che il Partito Democratico «ha il doppio dei voti degli altri partiti». In qualsiasi altro Paese europeo basterebbe questo a stabilire a chi appartiene la leadership dell’alleanza di centrosinistra. Quindi, se Schlein accetta di fare le primarie lo fa come gesto di generosità. Ma attenti: «Generosi sì, ingenui no».

Per le primarie servono regole certe e un patto di ferro tra alleati
Insomma, le primarie si fanno con regole certe e, soprattutto, con un patto di ferro che stabilisce che, una volta incoronato il leader, non ci saranno scappatoie: si resta e si sostiene l’alleanza. Altro che diktat sulle armi all’Ucraina. Il nodo rimane quello, senza dubbio, e Conte lo rimette sul tavolo ogni volta che ne ha la possibilità. Sa che è una faglia che divide il Pd prima ancora che il fronte di centrosinistra. «Si troverà una sintesi», continua a dire Schlein ribadendo, allo stesso tempo, che la linea del suo partito non cambia: ogni aiuto a Kyiv, ma contemporaneamente uno sforzo negoziale che veda in campo anche l’Europa. Conte non ci sta e a Frosinone, dove fa tappa per presentare il suo libro, avverte che il punto sull’Ucraina è quello posto dalla base del M5s con la campagna di ascolto. Da lì non si passa.

La nuova apertura della segretaria a Renzi
A impensierire l’ex premier, però, è anche la nuova apertura arrivata da Schlein a Matteo Renzi, sul tavolo del programma. Per Conte è Schlein a doversi fare garante di questa scelta. In altre parole, se poi Renzi dovesse strappare – come accaduto quando ha fatto cadere il suo governo – dovrà essere Schlein a risponderne. «Vogliamo garanzie», è la sintesi di Conte. Renzi sembrava non attendere altro per rispolverare un vecchio adagio di Clint Eastwood: «Se vuoi garanzie, comprati un tostapane», dice dal palco della Leopolda (il film è La Recluta del 1990). Quanto a quell’«uno non vale uno» scandito dalla segretaria dem in direzione, il presidente M5s si limita a dire: «Mi pare evidente che, arrivati a questo punto, non ci siano alternative alle primarie». La segretaria non pare impressionata: «Siamo pronti a fare le primarie, a vincerle e andare al governo del Paese», ribadisce in direzione, per poi aggiungere: «C’è un pezzo di establishment che non vuole una donna di sinistra a Palazzo Chigi».

L’irritazione sull’ipotesi di un terzo nome
A sondare fonti del Pd sembra che ad aver fatto cambiare il mood a Schlein – da «testardamente unitaria» a «generosa sì, ingenua no» – sia stata l’uscita di Conte sul terzo nome. «Per la leadership del centrosinistra avevo proposto di cercare un nome terzo», si era fatto scappare poche ore prima del voto sulle pregiudiziali, «ma c’è stata indisponibilità». Sottinteso: da parte di Schlein. Altri, fra i dirigenti più vicini alla segretaria, affermano però che la relazione sia stata, come al solito, ben ponderata, studiata guardando soprattutto alla «vivacità» della minoranza interna e degli alleati. Proprio alla minoranza del suo partito, Schlein riserva la terza e ultima parte della sua relazione, dopo quella dedicata a Meloni e quella rivolta a Conte. Titolo: “Mi tolgo dei sassolini dalle scarpe“. Il seguito è un bilancio del cammino fatto dal Pd con lei in plancia di comando, «siamo cresciuti in tutte le tornate elettorali, riaperto e riacquistato sedi storiche, mandato sui territori il triplo delle risorse rispetto agli anni precedenti, ricucito legami spezzati con mondi che si erano allontanati. Abbiamo risanato il bilancio, il migliore degli ultimi 15 anni, lo abbiamo fatto restituendo dignità ai nostri dipendenti, abbiamo applicato quello che chiediamo al Paese come la riduzione dell’orario a parità di salario, abbiamo fatto ripartire la formazione». E poi, «siamo il primo partito nella maggior parte delle Regioni».

