San Matteo non fa sconti a nessuno. Nemmeno alla politica

di Erika Noschese

C’è un giorno dell’anno in cui Salerno si riconosce. Non servono manifesti, campagne di comunicazione, inaugurazioni o discorsi ufficiali. Basta il rumore della folla, l’odore della milza, il silenzio davanti alle statue, gli occhi di chi torna a casa per San Matteo, le strade attraversate dalla processione. È il giorno in cui la città ritrova una parte della propria memoria e, almeno per qualche ora, sembra ricordarsi di essere una comunità. San Matteo è questo. È tradizione, fede, appartenenza. È la Salerno dei nonni e dei padri, quella dei bambini che aspettano il passaggio dei Santi e quella degli adulti che, anche dopo anni, conservano lo stesso rito. Una tradizione che non appartiene a un’amministrazione, a un partito o a una stagione politica. Appartiene ai salernitani. Ed è proprio per questo che San Matteo, simbolicamente, non fa sconti a nessuno. Nemmeno alla politica. Perché oggi, inevitabilmente, la politica si mette in vetrina. È il giorno nel quale la città viene mostrata, raccontata, celebrata. È il momento nel quale si rivendicano i risultati raggiunti, le opere realizzate, gli interventi conclusi, le trasformazioni che dovrebbero rappresentare il volto della Salerno che cambia. E sarebbe ingeneroso negare che una città abbia bisogno di opere, investimenti e trasformazioni. Ma una città non si governa soltanto attraverso ciò che si inaugura. Si governa soprattutto attraverso ciò che accade dopo. Ed è proprio il “dopo” che San Matteo ci consegna. Perché l’entusiasmo di queste ore, inevitabilmente, lascerà spazio alla quotidianità. Le fotografie delle inaugurazioni resteranno negli archivi, i nastri sono stati tagliati, le dichiarazioni saranno affidate ai comunicati stampa. Ma poi arriverà il giorno in cui bisognerà verificare se quelle opere funzionano davvero, se sono state collaudate, se sono pienamente utilizzabili, se sono sostenibili e se rispondono alle esigenze per le quali sono state progettate. La festa non può essere il collaudo della città. E nemmeno può esserlo una piazza temporaneamente vestita a festa per accogliere il passaggio dei Santi. Piazza Cavour, oggi restituita al decoro necessario alla celebrazione, tornerà presto a confrontarsi con la sua quotidianità, ritornerà ad essere un cantiere schiacciato sotto il peso dell’inefficacia di un’amministrazione che, per gran parte, governa ancora oggi. E sarà allora che bisognerà capire cosa resta, oltre le transenne, oltre gli addobbi, oltre la scenografia necessaria per una giornata così importante. Perché governare significa anche questo: avere il coraggio di distinguere ciò che è definitivo da ciò che è provvisorio, ciò che è sostanza da ciò che è rappresentazione, ciò che è realmente completato da ciò che deve ancora essere verificato. San Matteo, in fondo, è un osservatore severo. Non perché debba giudicare la politica, ma perché la sua presenza ricorda alla città che il tempo delle celebrazioni passa. E quando passa, restano le responsabilità. Restano le strade. Restano i trasporti. Restano le periferie. Restano la manutenzione, il decoro, i parcheggi, i servizi. Restano le opere da completare e quelle da verificare. Restano i conti. Restano le domande dei cittadini. Restano, soprattutto, le conseguenze delle decisioni assunte da chi amministra. È qui che la tradizione incontra la politica. Perché una città può e deve festeggiare il proprio patrono. Può essere orgogliosa della propria storia. Può emozionarsi davanti alla processione e rivendicare ciò che di buono è stato fatto. Ma proprio l’orgoglio per la propria città dovrebbe impedire di confondere la celebrazione con il bilancio di un’amministrazione. San Matteo non ha bisogno di propaganda. E non ha bisogno nemmeno di opposizioni che trasformino ogni problema in una condanna senza appello. Ha bisogno di una città adulta, capace di riconoscere ciò che funziona e di chiedere conto di ciò che non funziona. Perché il vero rispetto per Salerno non sta nel raccontarla sempre come una città perfetta. Sta nell’avere il coraggio di amarla anche quando bisogna criticarla. E, soprattutto, nell’avere il coraggio di amministrarla guardando ai problemi che rimangono quando i riflettori si spengono. Oggi Salerno festeggia San Matteo. E va bene così. Anzi, deve essere così. Perché le tradizioni che resistono al tempo sono una ricchezza che nessuna amministrazione può intestarsi. Ma proprio domani, quando la festa sarà finita, comincerà la parte più difficile. Quella in cui non basteranno più le inaugurazioni. Quella in cui non basteranno più i comunicati. Quella in cui non basterà aver vestito una piazza per una giornata. Perché una città non si misura nel giorno in cui si mette in mostra. Si misura nei giorni ordinari, quando nessuno inaugura nulla e i cittadini chiedono semplicemente che ciò che è stato promesso funzioni. Oggi Salerno guarderà San Matteo. Sarebbe bello, per una volta, che anche chi governa la città guardasse Salerno. Non quella dei manifesti. Non quella dei comunicati. Non quella delle inaugurazioni. Quella vera. Quella che ogni mattina apre le porte di casa e ricomincia a vivere i problemi della propria città. Perché, in fondo, “Salerno è mia, io la difendo” non può essere solo una citazione legata alla leggenda di San Matteo che difese i cittadini salernitani: è un motto che andrebbe tatuato virtualmente sul cuore di ogni amministratore, che prima di tutto è e resta un cittadino, affinché ricordi e celebri l’importanza di ogni singolo atto realizzato per il bene comune e non solo per farsi scattare una foto di rito. Perché San Matteo difese ognuno di noi, oggi come allora, da un attacco pirata, mentre oggi più che mai sembra che “i pirati” – intesi come i cattivi amministratori e le cattive abitudini che ci trasciniamo da tanti, troppi anni sia sul piano elettorale/politico sia su quello che purtroppo ne consegue – siano sempre più palesemente tra noi, senza essercene accorti. Ed è questo l’augurio migliore che possiamo fare alla nostra amata città: al di là di ogni leggenda, Salerno ritorni ad essere totalmente nostra e libera da ogni “pirata” del nostro futuro.

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