Cari fratelli e sorelle,
quest’anno vorrei tradurre le mie riflessioni in una sorta di “lettera” nella quale mi rivolgo direttamente al nostro Santo Patrono, con la semplicità e la confidenza con cui si scrive a una persona cara.
Carissimo san Matteo, da secoli Salerno custodisce le tue spoglie in questa Cattedrale; ma soprattutto desidera custodire la tua testimonianza, ascoltare il tuo Vangelo, affidarti le sue gioie e le sue ferite. In questi giorni la nostra città è in festa. Le strade si riempiono, le campane risuonano, il tuo nome ritorna sulle labbra di tutti, preparandoci al giorno solenne della festa, quando celebreremo al mattino, insieme a tanti sacerdoti, l’Eucaristia e accoglieremo alla sera il passaggio della processione, stringendoci insieme in un unico abbraccio: anziani e bambini, famiglie e gruppi di amici, salernitani da lontane generazioni e nuovi arrivati.
Tuttavia, in fondo sappiamo – e tu concorderai – che una festa autenticamente cristiana non può limitarsi ad essere solo una tradizione da ripetere. Essa deve costituire un incontro capace di cambiare qualcosa nella nostra vita: tu per primo conosci bene la forza di una chiamata capace di cambiare l’esistenza. Il Vangelo racconta tutto con poche parole: Gesù ti vide seduto al banco delle imposte – preoccupato solo del tuo guadagno, ma prigioniero di una vita ormai rassegnata – e ti disse: «Seguimi». E tu, subito, ti sei alzato e lo hai seguito. Eri abituato, Matteo, a contare il denaro, a misurare ogni cosa in base all’interesse e al profitto, ma Gesù ti guardò e ti restituì un futuro. Non ti fece un lungo discorso e non aspettò che fossi diventato migliore. Ti chiamò così com’eri. Vide in te ciò che gli altri non riuscivano più a vedere. Dove molti scorgevano soltanto un pubblicano e un peccatore, Gesù riconobbe in te un potenziale discepolo, un apostolo e un evangelista.
Caro san Matteo, chiedi al Signore che passi ancora, questa volta per le strade della nostra città, rivolgendo a ciascuno la stessa parola che tu hai sentito: «Seguimi»! Abbiamo bisogno di alzarci da tante forme di rassegnazione; abbiamo bisogno di ritrovare il coraggio di cambiare e di sperare in un futuro migliore a tutti i livelli.
Ti affidiamo anzitutto il nostro desiderio di pace. Viviamo in un tempo attraversato da guerre, violenze e divisioni. Conflitti vicini e lontani entrano ogni giorno nelle nostre case attraverso immagini di distruzione, di bambini impauriti, di famiglie costrette ad abbandonare la propria terra. Corriamo il pericolo di abituarci anche alla guerra, quasi fosse inevitabile; di rassegnarci all’idea che la forza delle armi abbia sempre l’ultima parola. Ma il Vangelo che tu hai scritto ci dice che la pace è possibile, perché è possibile cambiare il cuore dell’uomo. Tu stesso ne sei la prova: l’incontro con Cristo ti ha fatto passare dalla logica del possesso alla libertà del dono, dalla ricerca del vantaggio personale al servizio del Regno di Dio. Intercedi, dunque, perché venga disarmata l’aggressività dei potenti e sia vinta l’indifferenza dei popoli. Ottienici una pace che non sia soltanto assenza di guerra, ma rispetto della dignità di ogni persona, ricerca della giustizia, capacità di perdonare e volontà di ricominciare. E fa’ che la pace cominci anche da noi: nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nella politica, nelle comunità cristiane. Quante volte invochiamo la pace nel mondo e poi alimentiamo piccole guerre quotidiane con parole dure, giudizi, rivalità, risentimenti mai superati! Ricordaci che non possiamo domandare ai popoli ciò che non siamo disposti a vivere nelle nostre relazioni.
Caro san Matteo, ti affidiamo anche la situazione economica e sociale della nostra città e del nostro territorio. Tu conoscevi bene il potere del denaro. Proprio per questo puoi aiutarci a costruire un’economia che non trasformi il profitto in un idolo e non lasci indietro i più fragili. Guarda le famiglie preoccupate per il futuro, coloro che hanno perso il lavoro, quanti vivono nella precarietà, gli anziani che faticano ad affrontare le spese quotidiane, gli imprenditori onesti che cercano di non arrendersi, i commercianti, gli artigiani, i pescatori e tutti i lavoratori che ogni giorno portano avanti con sacrificio la vita della nostra comunità. Dona sapienza e senso di responsabilità a chi amministra la cosa pubblica e a chi ha responsabilità economiche e sociali. Fa’ che il lavoro non sia un privilegio per pochi, ma un diritto legato alla dignità della persona. Liberaci dalla corruzione, dall’illegalità, dallo sfruttamento e dalla tentazione di cercare scorciatoie a danno del bene comune. Insegnaci che una città cresce davvero non quando aumentano soltanto i suoi guadagni, ma quando nessuno viene abbandonato; quando la ricchezza produce lavoro dignitoso; quando il progresso cammina insieme alla solidarietà; quando chi ha ricevuto di più comprende di avere una responsabilità verso chi possiede meno.
Ti affidiamo in modo particolare i nostri giovani. Non pochi di loro sono costretti a partire per studiare o cercare un lavoro. Partire può essere un’opportunità preziosa, ma deve mai diventare una necessità. San Matteo, aiutaci a non lasciare soli i giovani. Fa’ che trovino adulti capaci di ascoltarli e di accompagnarli, non maestri disincantati che ripetono soltanto che tutto va male. Ottieni per loro occasioni di formazione, lavoro, partecipazione e servizio. Sostienili quando sperimentano la solitudine, la paura di non essere all’altezza, la fragilità affettiva o il timore del domani. Soprattutto, fa’ che possano incontrare lo sguardo di Gesù. Lo stesso sguardo che raggiunse te al banco delle imposte: uno sguardo che non condanna, non imprigiona nel passato, non riduce la persona ai suoi errori, ma apre una strada. Che ogni giovane possa sentirsi dire: «Tu non sei inutile. Tu non sei soltanto ciò che gli altri pensano di te. Tu non coincidi con le tue cadute. Dio ti chiama, conta su di te e affida anche alle tue mani una parte del futuro».
Caro san Matteo, oggi ti affidiamo anche la nostra Chiesa di Salerno-Campagna-Acerno. L’apostolo Paolo, nella seconda lettura, ci ha rivolto un invito preciso: comportarci in maniera degna della chiamata ricevuta, «con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandoci a vicenda nell’amore», avendo a cuore di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Sono parole che sentiamo rivolte direttamente a noi. Aiutaci a essere una Chiesa unita, che non vuol dire ricercare un’uniformità nella quale tutti devono pensare e agire allo stesso modo, ma una comunione nella quale i diversi doni concorrono all’unica missione. Veglia sui sacerdoti, sui diaconi, sulle persone consacrate e su tutti i fedeli laici. Aiutaci a vincere la tentazione dell’individualismo, delle contrapposizioni e delle gelosie. Insegnaci a riconoscere il bene compiuto dagli altri, a collaborare con sincerità, a sopportarci «nell’amore», come dice san Paolo, e a mettere il bene della Chiesa davanti alle nostre ambizioni personali. I doni che abbiamo ricevuto non sono proprietà private: sono grazie donate «per edificare il corpo di Cristo», fino a raggiungere la maturità della fede. Rendici una Chiesa più capace di testimoniare il Vangelo: meno preoccupata di conservare posizioni e più disponibile a incontrare le persone; meno ripiegata sulle proprie difficoltà e più attenta ad ascoltare il grido di coloro che sono nella prova e nella sofferenza. Nel Vangelo, dopo averti chiamato, Gesù si mette a tavola con pubblicani e peccatori. Quella tavola diventa l’immagine della Chiesa che vorremmo essere: una casa dalle porte aperte, nella quale nessuno si senta definitivamente escluso; una comunità che non approva il male, ma crede nella possibilità della conversione; una famiglia nella quale chi è ferito possa trovare ascolto, cura e misericordia. Gesù dice: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Aiutaci a non trasformare la Chiesa in un luogo riservato a coloro che si ritengono perfetti. Rendici capaci di cercare con pazienza chi si è allontanato e di accompagnare con discrezione e fedeltà chi sta tentando di ricominciare.
«Misericordia io voglio e non sacrifici»: questa parola sia il cuore della nostra azione pastorale. Una liturgia solenne, una bella processione e una tradizione antica sarebbero vuote se non ci rendessero più misericordiosi. Non possiamo onorare le tue reliquie e ignorare il corpo sofferente di Cristo presente nei poveri. Non possiamo portare per le strade la tua immagine e poi distogliere lo sguardo da chi chiede aiuto. Ti chiediamo, perciò, di essere una Chiesa che vive la carità: non come un’attività riservata ad alcuni volontari, ma come il respiro di tutta la comunità. Una Chiesa che sappia non soltanto offrire qualcosa, ma fermarsi, ascoltare, condividere e farsi compagna di strada.
Carissimo san Matteo, vogliamo concludere questa nostra lettera tornando a quel primo incontro narrato nel Vangelo. Gesù passa, ti vede, ti chiama. E tu ti alzi. Anche oggi Gesù passa per Salerno e ci chiama. Ottienici la grazia di non rimanere seduti. Aiutaci ad alzarci dall’indifferenza, dalla sfiducia e dalla paura. Insegnaci a seguire Cristo insieme, come un solo corpo e animati da un’unica speranza.
San Matteo, apostolo ed evangelista, nostro amato Patrono, prega per noi, per la nostra Chiesa e per la nostra città. Amen.
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