La prossima campagna elettorale riaccenderà inevitabilmente i riflettori sul futuro dell’università e dell’istruzione superiore. Un dibattito che per anni si è trascinato tra promesse di maggiori finanziamenti, contrapposizioni ideologiche e discussioni sulla governance degli atenei, ma che ora urge affrontare in maniera profonda. Il contesto, tra transizione digitale e intelligenza artificiale che permea sempre più settori, impone infatti al sistema universitario una revisione sostanziale, perché i ritardi nella formazione rischiano di trasformarsi in un problema di competitività per l’intero Paese.
Italia in ritardo rispetto all’Europa
In Italia, infatti, secondo i dati del report Percorsi digitali della popolazione italiana: evoluzione, sfide e obiettivi europei dell’Istat, solo il 45,9 per cento della popolazione possiede competenze digitali di base – percentuale che scende a 36,1 nel Mezzogiorno a fronte del 51,3% del Nord. Numeri che collocano il nostro Paese al 22° posto in Europa (dove la media è di 55,5 per cento), con una distanza di oltre sei punti percentuali dalla Germania, 14 punti dalla Francia e ben 20 punti dalla Spagna. Sul fronte delle risorse, secondo l’ultimo Education at a Glance dell’Ocse, l’Italia destina all’istruzione, dalla primaria all’università, il 3,9 per cento del Pil, contro il 4,7 della media dei Paesi Ocse. Sul fronte del lavoro, il divario si traduce già in una carenza di competenze che rischia di frenare la capacità delle imprese di affrontare la trasformazione tecnologica. Una quota significativa di aziende italiane fatica infatti a trovare personale con la preparazione necessaria, e la carenza di figure preparate rappresenta uno degli ostacoli principali all’adozione, per esempio, dell’intelligenza artificiale. Il problema è quindi anche quello di un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro che, secondo le stime di Unioncamere e Anpal, arriva a costare all’economia italiana circa il 2,5 per cento del Pil ogni anno. Un quadro che rende non più rinviabile un intervento sul sistema universitario, chiamato a rispondere a trasformazioni ormai strutturali. Tre, in particolare, le questioni da affrontare.
La sfida per un’università più accessibile…
Il primo nodo riguarda l’accesso all’istruzione superiore. L’università continua a essere costruita soprattutto intorno al modello dello studente che, terminata la scuola secondaria di secondo grado, si dedica agli studi e segue un percorso lineare fino alla laurea. Ma la platea reale è molto più ampia: studenti lavoratori, adulti che devono aggiornare le proprie competenze, persone che vivono nelle aree interne e non possono permettersi i costi ormai proibitivi degli alloggi nelle città. In questo scenario, la formazione digitale può diventare uno strumento di accesso agli studi anche per quella fascia di popolazione che altrimenti non avrebbe possibilità di frequentare l’università. Un percorso complementare a quello degli atenei tradizionali, non soltanto per superare le distanze territoriali, ma anche perché offre una risposta concreta alle esigenze ormai cambiate di chi desidera proseguire il proprio percorso di studi.
…che vada oltre la platea dei giovani usciti dalle scuole
Il secondo fronte è quello della formazione permanente. L’inverno demografico ridurrà progressivamente il numero di giovani in ingresso all’università, mentre una quota crescente della popolazione dovrà aggiornare le proprie competenze nel corso della vita lavorativa. L’università dovrà quindi rivolgersi sempre meno soltanto a chi ha 19 anni e sempre più anche agli adulti. Servono percorsi flessibili e compatibili con il lavoro, sostenuti a livello governativo da strumenti come voucher individuali, crediti formativi e incentivi alle imprese sperimentati in Paesi come Corea del Sud, Germania e Spagna.
Il nodo della valutazione
C’è infine il tema della didattica. L’intelligenza artificiale sta mettendo in discussione un modello di valutazione basato soprattutto sulla verifica delle conoscenze. Secondo la Global Survey 2026 del Digital education council, soltanto il 28 per cento degli studenti ritiene che la maggior parte degli esami universitari misuri adeguatamente le competenze richieste dal lavoro nell’era dell’IA. Il problema non è necessariamente abolire l’esame tradizionale, ma chiedersi cosa debba misurare. Ragionamento, capacità di risolvere problemi, pensiero critico, verifica delle informazioni e capacità di utilizzare consapevolmente gli strumenti di intelligenza artificiale potrebbero diventare più importanti della semplice memorizzazione.
Un ripensamento per formare i lavoratori del domani
La sfida della prossima legislatura, dunque, non sarà soltanto decidere quanto investire nell’università, ma ripensare a chi deve servire e quale funzione debba svolgere. In un Paese destinato ad avere meno giovani, più lavoratori anziani e un mercato del lavoro trasformato dalla transizione digitale, il vero rischio è non riuscire a formare abbastanza persone con le competenze che serviranno nel prossimo futuro.
