La politica delle passioni e la strumentalizzazione del senso di colpa

La politica non ha mai abitato il regno asettico delle ragioni. Paura, speranza, risentimento, senso di appartenenza e altre passioni hanno sempre accompagnato la lotta per il potere. Per lo più l’elettore non sceglie per chi votare soppesando i curriculum come un addetto alle risorse umane, ma parte da un richiamo sentimentale che poi organizza logicamente. Ciò che sembra essersi modificato negli ultimi decenni è piuttosto l’insieme delle cornici che organizzavano tali passioni e le restituivano in forma collettiva. Partiti, chiese, sindacati, e associazioni trasformavano gli affetti in fedeltà relativamente stabili, in grado di produrre anche contenuti razionali. Il loro indebolimento ha prodotto una costellazione più mobile di appartenenze, nella quale le passioni circolano freneticamente, alla continua ricerca di un capo tribù capace di rispecchiarle.  

La politica delle passioni e la strumentalizzazione del senso di colpa
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Se la liberazione dalla colpa diventa liberazione dalla memoria

Fra le emozioni, oggi il senso di colpa merita molta attenzione. Il recente trionfo elettorale di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt offre un osservatorio eloquente. Da anni l’AfD, partito di estrema destra con simpatie naziste, contesta una cultura della memoria che giudica troppo concentrata sul nazionalsocialismo e rivendica una narrazione capace di restituire ai tedeschi orgoglio e grandezza storica. Nel suo programma respinge esplicitamente una «cultura della colpa e della vergogna», riferendosi alla rilettura postcoloniale della storia europea. Una grammatica simile, con accenti diversi, attraversa il movimento MAGA negli Usa. Nell’America trumpiana la polemica contro la «vergogna nazionale» è divenuta anche politica pubblica della memoria: musei, monumenti e programmi educativi sono chiamati a celebrare l’eredità americana e a sottrarla a quelle interpretazioni che la descrivono principalmente attraverso razzismo, sessismo e oppressione. In Europa, forme analoghe di rivendicazione identitaria ricompaiono nelle retoriche che promettono di liberare la maggioranza da un presunto obbligo di scusarsi per ciò che è occidentale, nazionale, bianco, maschile. Ora, una comunità, per riconoscersi, deve potersi guardare allo specchio senza vedervi soltanto il proprio delitto. Il problema comincia quando la liberazione dalla colpa diventa liberazione dalla memoria. Un’identità che pretende di conservarsi espellendo le proprie zone d’ombra finisce infatti per trasformare la storia in un insieme di assoluzioni, e farà del disconoscimento del diverso uno dei suoi tratti identitari.

La politica delle passioni e la strumentalizzazione del senso di colpa
Alice Weidel e Tino Chrupalla (Ansa).

Il rischio di una penitenza senza fine

Ma esiste anche il rischio contrario. A sinistra, in alcuni filoni della cultura postcoloniale, la colpa dell’Occidente sembra esaurire la sua storia e tende a farsi ereditaria: non riguarda più ciò che qualcuno prima di noi ha fatto, bensì ciò che qualcuno è, la posizione simbolica che occupa, il gruppo al quale appartiene. L’Occidente, il bianco, il maschio diventano allora soggetti collettivamente imputabili prima ancora di ogni condotta individuale. La memoria cessa di essere esercizio critico e assume la forma di una penitenza senza termine di una colpa, in fondo, irredimibile. 

Il discorso su Israele e le pulsioni di affrancamento dell’Europa

La lotta attorno al sentimento della colpa storica, insomma, sembra davvero lo spartito della lotta politica e culturale di questi anni. Il discorso si fa più arduo e delicato quando il dibattito tocca Israele, che pure è fondamentale citare in questo contesto. Le responsabilità del governo Netanyahu e la condotta israeliana a Gaza possono e devono essere deplorate con la severità richiesta dai fatti, a prescindere dal terrorismo di Hamas. Sarebbe tuttavia scorretto intellettualmente negare come, dentro la crescita documentata dell’antisemitismo europeo, si muovano anche linguaggi nei quali la critica a Israele slitta verso l’ebreo in quanto tale, o nei quali la Shoah viene evocata soprattutto per accostare Israele ai suoi persecutori di ieri. In altri termini, è possibile scorgere in una parte del discorso pubblico una pulsione di affrancamento dal debito della memoria europea, quasi che la colpa attribuita oggi a Israele potesse retroattivamente emancipare l’Europa dal dovere di ricordare ciò che essa ha fatto. Anche qui la questione del senso di colpa torna a giocare un ruolo importante nel discorso pubblico, spesso al di sotto della soglia della consapevolezza, indipendentemente dalle rispettive posizioni.

La politica delle passioni e la strumentalizzazione del senso di colpa
Manifesti contro Netanyahu e Trump in Yemen (Ansa).

Il senso di colpa cerca nuovi imprenditori politici

Forse torna utile qui la riflessione di Karl Jaspers sulla «colpa politica», elaborata dopo la caduta del nazismo. Nessun cittadino è giuridicamente o moralmente colpevole dei delitti commessi dallo Stato (potremmo allargare e dire civiltà) cui appartiene, ricorda il filosofo. Nessuno eredita una colpa come si eredita un cognome. Ne ereditiamo però le conseguenze, le istituzioni e le memorie, e con esse la responsabilità. È una distinzione che il nostro tempo sembra avere smarrito, oscillando fra il desiderio di proclamarsi innocente mediante l’oblio e quello di distribuire colpe in base all’appartenenza. Quando le tradizionali cornici collettive si dissolvono, anche il senso di colpa cerca nuovi imprenditori politici, pronti ora a esasperarlo, ora a prometterne la cancellazione. È la via semplicistica della demagogia populista cui, mi pare, non sappiamo ancora opporre la strada della responsabilità.