Il problema di ogni invenzione è che, una volta passato il brivido della novità, occorre trovarle un‘applicazione. In parole povere, deve servire a qualcosa. Oggi con l’Intelligenza artificiale siamo un po’ come il dottor Frankenstein alle prese con il suo mostro. Prendiamo per esempio i dipendenti di un’azienda: il lavoratore apre il chatbot, gli pone una domanda a cui probabilmente avrebbe saputo rispondere da solo, riceve una risposta che forse non gli servirà nemmeno. Se un tempo negli uffici si fingeva di lavorare, adesso bisogna anche fingere di usare l’intelligenza artificiale. È uno dei paradossi della nuova rivoluzione tecnologica. Chiedo a un’amica: «Ma tu la usi?». «Sì». «Per fare cosa?». «Boh, tipo per sintetizzare un documento o cose così». È ovvio che questa non è la regola e che molte applicazioni semplificano davvero il lavoro quotidiano. Ma è altrettanto vero che l’IA avrebbe dovuto liberarci dalle attività ripetitive e da tutto quel lavoro che occupa tempo senza produrre granché. È davvero così?

C’è il rischio di confondere il modello con la realtà
L’esempio più lampante riguarda i focus group virtuali. Per decenni le aziende hanno pagato persone in carne e ossa per sedersi in una stanza a parlare di prodotti, campagne e idee. Era terribilmente imperfetto. C’era chi arrivava in ritardo, chi cambiava continuamente idea, chi si contraddiceva. Insomma erano “solo” esseri umani. Oggi invece è possibile costruire migliaia di individui artificiali. Consumatori virtuali a cui si attribuiscono caratteristiche, preferenze, personalità, opinioni. Possiamo chiedere loro che cosa pensano di un prodotto e simulare la reazione di un’intera popolazione. Il risultato? Un’illusione di scala e velocità. Ma anche il rischio di confondere il modello con la realtà.

Tra i lavoratori cresce la sfiducia nell’IA
Il punto è che, così facendo, stiamo portando l’IA all’interno di territori sempre più complessi e sempre più umani, fatti di giudizi, relazioni, intuito, fiducia. E i lavoratori non ne sembrano più così entusiasti. Secondo una recente analisi di Glassdoor, una sorta di Trustpilot in cui i dipendenti recensiscono le aziende, tra maggio 2025 e maggio 2026 le menzioni sull’intelligenza artificiale sono aumentate del 240 per cento. Fin qui, niente di sorprendente. Ma è l’evoluzione del sentiment a colpire. Nel 2019, infatti, l’81 per cento delle recensioni che riguardavano l’IA erano positive. Nel 2026, la quota è scesa al 43 per cento. Segno che i lavoratori, soprattutto le donne e le nuove generazioni, cominciano a diffidare dell’adozione di questa tecnologia. Entrando nel dettaglio, emerge che le critiche si concentrano su temi precisi: paura che l’IA elimini posti di lavoro (20 per cento dei commenti negativi); timori che venga usata come mezzo di sorveglianza (10 per cento); l’obbligo di usare strumenti senza aver ricevuto una formazione adeguata (14 per cento); la percezione che l’intelligenza artificiale peggiori l’esperienza del cliente e, più in generale, distolga l’azienda dal suo core business (13 per cento). In alcuni settori, il rifiuto dell’IA è quasi totale. Tra gli addetti alla gestione e liquidazione dei sinistri assicurativi, per esempio, il 98 per cento dei commenti è negativo, con lamentele che riguardano errori da correggere, metriche di utilizzo imposte e, più in generale, sfiducia nella qualità del lavoro automatizzato.

Perché è necessario rispondere alla domanda: «Sì, ma a cosa serve?»
Viene così il dubbio che le aziende non abbiano ancora capito fino in fondo a cosa serva l’IA. E lo stesso vale per i lavoratori. È uno strumento per aumentare la produttività? Per tagliare posti? Per controllare il rendimento di un dipendente? O la si adotta solo perché lo fanno tutti? Ogni epoca ha avuto la sua parola magica: innovazione, sinergia, transformation, disruption. Adesso è il momento dell’IA che ha tutta l’aria di non essere una moda passeggera. Sicuramente l’intelligenza artificiale cambierà profondamente il modo in cui lavoriamo. Ma proprio per questo quella domanda, «Sì, ma a cosa serve?», merita una risposta convincente per non perdere di vista il senso stesso del lavoro.
