Code lunghissime, attese di oltre tre ore e migliaia di contenuti rilanciati sui social. In Cina è esplosa una nuova mania: quella delle Plush Lamb Dolls, piccoli pupazzi di lana a forma di agnello vestiti con abiti colorati caratteristici della regione autonoma dello Xinjiang. C’è già chi li ha soprannominati i «Labubu dello Xinjiang», paragonandoli ai celebri art toys collezionabili creati da Pop Mart. Ma dietro al loro successo c’è molto più di una moda passeggera.
Così le creazioni di Abdulla Emirla sono diventate virali
A dare il via al fenomeno è stato Abdulla Emirla, un artigiano 19enne di Urumqi diventato virale sul web. La scorsa primavera ha messo in vendita una semplice bambola a forma di agnello con un piccolo cappello tradizionale dello Xinjiang: è andata subito a ruba. Emirla ha così sviluppato l’idea proponendo nuovi modelli con abiti realizzati in seta Atlas, gioielli, strass e altri accessori ispirati all’estetica locale. Il successo è stato tale che, come ha raccontato al China Daily, ha dovuto limitare a 150 le bambole vendute ogni giorno nella sua bancarella, fissando a tre il numero massimo acquistabile da ciascun cliente. Nel frattempo tanti altri artigiani della zona hanno iniziato a realizzare questi pupazzi richiestissimi in tutta la Cina.
Il costo va dai 6 ai 9 dollari
Acquistare un agnello dello Xinjiang è un’esperienza creativa. Si parte dalla scelta del cappello da far indossare al pupazzo, per poi decidere decorazioni, colori, tessuti e fantasie dei suoi abiti. Una bambola base, con copricapo, orecchini, collana e strass, richiede due o tre minuti di lavoro e costa mediamente 40 yuan (circa 5 euro). Le versioni più elaborate, con gonne e altri orpelli, sono pronte in sei minuti al prezzo di 60 yuan (7,60 euro). Non esistono dati ufficiali sulle vendite, anche se gli artigiani del Grand Bazaar di Urumqi sostengono di riuscire a piazzarne centinaia al giorno. E con l’avvicinarsi del 2027, che segna l’inizio dell‘Anno della Capra secondo lo zodiaco cinese, questi stravaganti pupazzetti potrebbero diventare il prossimo must-have della Cina.
Pechino cavalca il successo per ‘ripulire’ l’immagine dello Xinjiang
Le autorità di Pechino hanno subito sfruttato la viralità del fenomeno per proporre al pubblico internazionale una nuova narrazione dello Xinjiang, nel chiaro tentativo di attenuare le accuse rivolte alla Cina per il trattamento riservato alle minoranze musulmane locali. In un report pubblicato nel 2021, per esempio, Amnesty International ipotizzava che la repressione degli uiguri, la più numerosa delle minoranze etniche della regione, potesse configurare un crimine contro l’umanità. Un anno più tardi, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) giungeva a una conclusione simile.

Gli agnelli sono un volano per il turismo
L’ascesa delle Plush Lamb Dolls sta consacrando la cultura dello Xinjiang e promuovendo il turismo nella regione più remota della Cina: due obiettivi a lungo perseguiti da Xi Jinping. Per i media cinesi gli agnelli di lana sono infatti diventati il simbolo del cambiamento di una regione oggi descritta come un fiorente hub creativo in cui giovani artigiani reinterpretano la tradizione in chiave moderna. Nel frattempo Abdulla resta umile. Non vuole meriti né essere esaltato. «Non sono stato io a rendere popolare l’agnello dello Xinjiang. Queste tradizioni locali meritavano di essere conosciute», ha spiegato l’artigiano che ormai tutti chiamano il Fratello degli agnelli dello Xinjiang.
