Caputo: Fi, abbattere muri, non contarsi nei cortili

di Nicola Caputo*

Guelfi e ghibellini si sono combattuti per oltre un secolo. La cosa impressionante è che a un certo punto quasi nessuno ricordava più il perché. Il papato e l’impero erano lontani, le ragioni originarie si erano consumate, restavano le insegne, i colori sugli scudi, le famiglie, le vendette. Si combatteva perché si era sempre combattuto e perché ognuno doveva difendere il proprio pezzo di città. Guardando il campo dei moderati italiani provo esattamente quella sensazione. Un’area che vale un terzo del Paese si presenta divisa in mille rivoli, dentro i partiti, tra i partiti, nel mondo civico che non si riconosce in nessuno. E se chiedete a un elettore quale idea di Paese separi davvero un pezzo dall’altro, non saprebbe rispondere. Non per ignoranza, non saprebbe rispondere perché quell’idea non esiste. Esistono sigle, caselle, rendite di posizione, equilibri costruiti negli anni e diventati più importanti della ragione per cui erano nati. Chiamiamola col suo nome. Non è pluralismo, è frammentazione, non è politica, è amministrazione condominiale di un patrimonio che nel frattempo si disperde. Io su queste cose credo di potermi permettere una parola in più, perché una scelta l’ho fatta e l’ho pagata. Quando ho capito che la Regione veniva consegnata a un progetto che non condividevo, un progetto costruito sulla sommatoria delle convenienze e non su una visione, avrei potuto restare, era la scelta più comoda, garantiva ruoli, visibilità, continuità. Ho scelto di andarmene e ho scelto Forza Italia perché ho visto in quella comunità la casa naturale dei moderati, l’unico luogo dove la cultura popolare, liberale ed europeista non è una citazione da convegno ma una storia vera, con radici vere. Non sono entrato per occupare uno spazio. Sono entrato per un’idea che va detta fino in fondo. Forza Italia non è un partito tra gli altri dell’area moderata. È l’unico soggetto che ha la storia, la classe dirigente diffusa, l’ancoraggio europeo nel Partito Popolare e la credibilità di governo per diventare il punto di ricomposizione di tutto quel mondo. La federazione dei moderati non si costruisce a tavolino con le sigle, si costruisce attorno a una forza che apre le porte e dimostra di essere più interessata al Paese che a sé stessa. Questa è la missione. E una missione così grande non tollera che le energie si consumino in dispute che stanno ai problemi degli italiani come le contese tra guelfi e ghibellini stavano al futuro delle loro città. È una fase politica importante, ci stiamo giocando un patrimonio che non appartiene solo a noi ma a milioni di italiani moderati che non hanno un’altra casa e che osservano in silenzio. Perché l’elettore moderato è il più esigente e il meno fedele che esista. Non appartiene a nessuno, non si emoziona per le bandiere, non partecipa alle guerre interne e soprattutto non le perdona. Quando percepisce che un partito è occupato a parlare di sé stesso non protesta nemmeno, resta a casa. È il modo più silenzioso e più definitivo di essere sconfitti. E mentre ci si conta, fuori c’è un Paese che chiede risposte su una giustizia finalmente giusta, su un fisco che smetta di trattare chi produce come un sospettato, su un Mezzogiorno che ha bisogno di infrastrutture vere e non di promesse stagionali, su un’Europa che sta riscrivendo le regole del commercio mondiale mentre le nostre imprese affrontano dazi e barriere che valgono miliardi. Su questi tavoli si decide il futuro di intere filiere. Non su chi controlla una provincia, una regione o un partito. Voglio essere ancora più diretto, a costo di risultare sgradevole. Chi vince una guerra dentro un recinto che si rimpicciolisce non ha vinto niente. Si è preso la stanza più grande di una casa che perde valore ogni giorno. È una vittoria che si scioglie in mano mentre la si festeggia e chi la festeggia dovrebbe avere almeno il pudore di farlo a bassa voce. Per questo mi rivolgo a chi si riconosce nell’area moderata, dentro e fuori i partiti. Non servono documenti, servono comportamenti. Torniamo a confrontarci sulle idee e a conquistare le posizioni con le proposte, perché una leadership che nasce dalla contabilità delle adesioni dura il tempo di una stagione, mentre una leadership che nasce dal consenso sulle cose da fare cambia il destino di un territorio. Torniamo a scegliere la classe dirigente guardando a quello che le persone hanno dimostrato di saper fare e al radicamento vero che hanno costruito, perché il merito non è uno slogan da convegno ma l’unico linguaggio che l’elettorato moderato riconosce. E soprattutto spalanchiamo le porte al mondo produttivo, alle professioni, ai giovani, ai tanti civici che oggi ci guardano con simpatia e restano sulla soglia, perché nessuno entra volentieri in una trincea. Una casa si giudica da quanta gente ha voglia di entrarci, non da quanto sono spesse le sue mura. Il perimetro dentro cui tutto questo è possibile esiste già. È il progetto popolare, liberale ed europeista che Antonio Tajani tiene in piedi con una pazienza che in troppi fingono di non vedere. Forza Italia può essere la piazza in cui i moderati italiani tornano a incontrarsi, oppure può ridursi a uno dei tanti cortili in cui litigare. La differenza tra le due cose non la decideranno gli avversari. La decideremo noi, con i comportamenti dei prossimi mesi. Un primo banco di prova è già fissato. Il congresso regionale della mia Campania, il 9 settembre, si presenta con un titolo che condivido, un nuovo inizio, e con un appello all’unità che faccio mio senza riserve. L’obiettivo dichiarato di portare Forza Italia al 20% e farne il primo partito della regione è ambizioso e giusto. Ma quel traguardo non si raggiunge contandosi, si raggiunge allargandosi. Si raggiunge se il congresso diventa il momento in cui la piazza dei moderati apre i suoi accessi, non l’ennesima occasione per alzare muri nei cortili. Le città italiane hanno smesso di essere guelfe e ghibelline quando hanno capito che il nemico non era il vicino di casa. Ci hanno messo un secolo e noi non abbiamo un secolo ma mesi, forse settimane, per dimostrare che i moderati sanno fare la cosa più difficile di tutte, stare insieme quando conviene dividersi. Il mio è un appello a chi milita da sempre, a chi è arrivato da poco come me, a chi se n’è andato deluso senza smettere di sentirsi moderato, a chi non ha mai bussato perché da fuori sentiva solo il rumore delle liti. Questa volta vale la pena esserci. Io la mia scelta l’ho già fatta una volta e la rifarei domattina. Pensiamoci e facciamola in tanti.

*Vice segretario regionale FI Campania già Europarlamentare già Assessore Regionale

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