Ci ha lasciati lì, sul crinale dell’Appennino, tra il silenzio di Pavana e il ricordo di quel mulino di famiglia che non macina più ma continua a impastare memoria. Francesco Guccini se n’è andato a 86 anni, portandosi via quel vocione profondo, da patriarca, capace di trasformare la strofa di una canzone in un saggio di storia, in un saggio di resistenza quotidiana. La sua uscita di scena assomiglia tanto a un ultimo fendente, un colpo di sciabola sferrato con la consueta ironia a un’Italia che troppo spesso dimentica e che, oggi più che mai, si esercita nell’arte del paradosso politico.
Il cordoglio bipartisan della politica
Nelle ore successive alla scomparsa, sono partiti accorati omaggi bipartisan, citazioni nostalgiche anche di chi, dall’altra parte della barricata, lo ha sempre ascoltato di nascosto, o forse neanche troppo. Luca Zaia ha messo il sigillo ufficiale: Dio è morto, ma la sua poesia resterà viva, arrampicandosi su quel capolavoro che la Rai di allora censurava per blasfemia e Radio Vaticana mandava in onda.
Sulla stessa lunghezza d’onda, Fratelli d’Italia si spinge a reclamare la medaglia della Camera alla memoria. È la certificazione di una grandezza che supera le barricate. Ma la destra che oggi lo canta e lo piange, semplicemente non lo ha mai capito. Oppure ha finto di non farlo per poter tollerare la bellezza dei suoi versi.
Le frecciate a Giorgia Meloni e a Matteo Salvini
L’uomo di Pavana, del resto, non ha mai fatto sconti e non ha mai lasciato spazio ad ambiguità di comodo. Quando la stessa Giorgia Meloni, pazza per Cirano, decise di alzare la cornetta per invitarlo personalmente sul palco di Atreju, si sentì rispondere un «no» dritto in faccia. «I fascisti non mi piacciono», tagliò corto lui. Fine delle trasmissioni, con l’aggiunta ravvicinata che la futura inquilina di Palazzo Chigi non avesse capito nulla delle sue canzoni, bollando la sua gestione del dissenso come qualcosa di illiberale. Non andò meglio al leader della Lega. Sapere che Matteo Salvini suonava La Locomotiva a 16 anni non lo rendeva affatto orgoglioso. Anzi, il Maestrone ricordava di aver l’abitudine di sintonizzare la radio sulle frequenze di Radio Padania solo per divertirsi, arrivando a definire il leader della Lega un «comiziante furbo». Caso vuole che anni dopo, nel 2023, Roberto Vannacci scelse proprio di cantare La Locomotiva a Karaoke Reporter di Radio Rock. «La musica non ha colore politico», disse dopo essersi tolto le cuffie.
Guccini ha sempre mantenuto la posizione. Lo conferma la carica partigiana di quel 25 aprile del 2020, quando in pieno lockdown regalò alla rete una versione personalizzata di Bella Ciao: «Partigiano, porta via Salvini e Berlusconi. E i fasci della Meloni», identificando l’intera coalizione di centrodestra con l’invasore da cui liberare le nostre strade. Per inciso, Meloni lo accusò di istigazione all’odio. Un’allergia all’attuale maggioranza rimasta intatta fino alle sue ultime uscite pubbliche, come la battaglia per il No al referendum sulla riforma della giustizia, accusata senza mezzi termini di voler sottomettere le toghe.
Il rifiuto di ogni dogmatismo
Certo, Guccini non è mai stato neanche un polveroso santino della sinistra. Rifiutava i dogmatismi del Pci, ironizzava sulla tendenza dei progressisti a considerarsi sempre più puri degli altri e preferiva il dubbio e la poesia alla propaganda dei comizi, tanto che agli esordi certa sinistra con il dito alzato lo accusava di essere un piccolo borghese disimpegnato. Ma questa refrattarietà non ha mai significato agnosticismo ideologico. La bussola era chiara: un libertario che votava a sinistra tenendo sempre gli occhi aperti e il fegato sano. Oggi che il suo bicchiere di vino si è svuotato, l’onestà dei suoi dischi rimane l’argine più solido contro ogni tentativo di riscrittura post-mortem. Per cui sì, cantiamolo e celebriamolo tutti, perché L’ultima Thule resterà per sempre un porto chiuso per i bastimenti della conservazione.




















