Perché la rivincita di Pietro Tatarella può essere utile al centrodestra milanese

Al centrodestra non basta un buon candidato per riaprire la partita di Milano. Servirebbe qualcosa di simile a una svolta storica. Nella raffica di nomi avanzati e poi bruciati in questi anni spicca quello di Pietro Tatarella, protagonista di una vicenda umana toccante e possibile chiave di volta per una politica sterile, che da 15 anni non riesce a toccare palla nella “capitale economica” del Paese.

Una carriera politica travolta dalla giustizia

Tatarella dice a Lettera43: «La politica deve tornare a giocare il suo ruolo, senza delegarlo ai civici». La sua è una passionaccia autentica, che lo ha spinto a ritornare in campo contro il parere della moglie Miriam, che peraltro aveva le sue buone ragioni. La loro famiglia è stata travolta da una vicenda giudiziaria nel 2019, quando Pietro, allora consigliere comunale di Forza Italia, era in piena campagna elettorale per entrare al parlamento europeo.

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Pietro Tatarella a processo (foto Imagoeconomica).

Sei mesi di carcere, i domiciliari e poi l’assoluzione

Nell’inchiesta “Mensa dei poveri” è stato accusato di corruzione e per lui sono scattate le manette: sei mesi di carcere, più i domiciliari e persino l’umiliazione di essere fotografato coi ferri ai polsi all’uscita dell’aula di tribunale, contro le norme di legge. Solo dopo sette anni di calvario, oggi suo figlio maggiore Enea può finalmente dire che papà è risultato innocente. Intanto, però, l’ex enfant prodige dei berlusconiani si è ritrovato con una carriera politica bruciata, 20 centesimi sul conto corrente e la necessità di ricominciare dalla falegnameria del padre.

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Pietro Tatarella nel 2012 (foto Imagoeconomica).

La motivazione dell’assoluzione ha spazzato via ogni dubbio sulla sua condotta nei rapporti con gli imprenditori finiti nel mirino dei magistrati. Un’esperienza che lo ha profondamente segnato, al punto da chiamare il secondo figlio Zeno, come il suo compagno di cella.

Solidarietà a sinistra, sciacallaggio dagli “amici”

Tatarella è ripartito proprio dal tema della giustizia, schierandosi per il Sì al referendum attraverso la forza della sua esperienza personale. Nonostante la sconfitta, la campagna ha riacceso quella fiammella che fin da ragazzo brucia nel cuore del «ragazzaccio di Baggio», come amichevolmente lo chiamavano in Forza Italia.

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Pietro Tatarella vicino a Letizia Moratti durante la prima seduta del Consiglio comunale con la nuova giunta Pisapia a Palazzo Marino nel 2011 (foto Ansa).

Oggi non ha più tessere di partito. Per affrontare al meglio le accuse, si era infatti dimesso da tutto e poi non ha più sentito il bisogno di tornare organico. Comprensibile che non scalpitasse dalla voglia di rientrare in un ambiente nel quale non tutti si sono comportati in modo corretto con lui. Molto più signorile l’atteggiamento garantista di avversari politici come Mirko Mazzali (ex Sinistra ecologia libertà), Elisabetta Strada (civici), Alessandro Giungi e Pietro Bussolati (Partito democratico), nel segno di una stima trasversale sia personale sia politica maturata da tempo. Da destra gli è arrivata la solidarietà di Marco Osnato (Fratelli d’Italia), che più volte lo è andato a trovare in carcere, mentre qualcuno ha persino brindato alla caduta in disgrazia del competitor interno, radicatissimo sul territorio.

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Pietro Bussolati (foto Imagoeconomica).

Il suo slogan che ricorda quello grillino…

Pur essendo fuori da Forza Italia, nel ritorno in campo Tatarella fa riferimento alle sue radici politiche. Lo slogan che ha adottato è “Non lasceremo indietro nessuno”, ispirato al suo mentore Silvio Berlusconi (ma non ricordategli che fu anche il mantra di Beppe Grillo per le campagne elettorali del Movimento 5 stelle): un modo per sottolineare l’ampliamento della forbice tra ceti agiati e deboli, un tema che la sinistra in tre mandati ha faticato a gestire. «Il carcere mi ha insegnato che ci si può trovare improvvisamente in uno stato di grave fragilità: bisogna quindi riconoscere ai cittadini il diritto di essere fragili. E aiutarli».

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L’ex esponente di Forza Italia, Pietro Tatarella, al suo arrivo alla conferenza stampa durante la quale ha annunciato la sua candidatura a sindaco di Milano con lo slogan: “Non lasceremo indietro nessuno” (foto Ansa).

Sul tema di San Vittore, che qualcuno vorrebbe trasferire fuori città, non ha dubbi: «Capisco che l’area faccia gola sul piano urbanistico, ma il carcere deve rimanere lì, come monito. Certo, la situazione al suo interno è quella che tutti conosciamo, drammatica, e quindi dobbiamo spingere sul ministero perché intervenga».

Niente muro contro muro con l’attuale maggioranza

Abilmente, Tatarella vuole evitare il muro contro muro con l’attuale maggioranza. Su San Siro, praticamente sotto casa sua, dice: «Pur essendo un romantico come molti altri tifosi, credo che sia stata fatta l’unica cosa possibile e che il Comune, al netto dell’inchiesta in corso, abbia cercato di ottenere il massimo vantaggio per la città. Semmai non è stata presa in considerazione la mancanza di un’area idonea per i concerti all’aperto e quello che è successo all’ippodromo La Maura in occasione del concerto di Bad Bunny evidenzia nettamente il problema. Bisognava pensarci».

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Lo stadio “Giuseppe Meazza” (Imagoeconomica).

Anche sulle ciclabili, contestatissime da molti esponenti della sua area, Tatarella sceglie un profilo molto equilibrato: «Un centrodestra moderno non può ignorare che la città sta cambiando. Tanti milanesi usano queste piste, come per esempio quella di via Monte Rosa, che funziona bene. Opponiamoci a quelle fatte male, ma senza atteggiamenti ideologici e radicalità».

La profezia su Sala, quando era solo “Mister Expo”

E la questione sicurezza? «Punto molto sulla tecnologia: mettere in Rete le telecamere può essere di grande aiuto. Non dobbiamo limitarci agli slogan, ma dare una chiara percezione della voglia di combattere il degrado e l’impunità». A suo avviso, Beppe Sala è andato meglio nel primo mandato, mentre nel secondo ha pagato dazio a un Consiglio comunale «ingovernabile». Che “Mister Expo” potesse fare bene lui lo aveva capito prima di molti altri. Nel 2015, quando si ventilava la sua candidatura, lo propose per l’Ambrogino d’oro descrivendolo come «un grande manager di centrodestra».

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Beppe Sala, sindaco di Milano (Ansa).

Lo scopo era ovviamente quello di bruciarlo, perché, confidava agli amici, «questo è davvero bravo: se a sinistra puntano su di lui, ce lo teniamo per 10 anni». Infatti. A suo avviso, però, il sindaco dovrebbe fare migliore uso dei consiglieri delegati: «Oltre ai 12 assessori, se ci sono consiglieri competenti e radicati sul territorio bisogna sfruttarne le capacità al meglio. Sarei persino disponibile a concedere una delega a un consigliere di opposizione, per lavorare insieme sulla città. Perché no?».

La strizzata d’occhio ai riformisti

Profondo conoscitore delle dinamiche di Palazzo Marino, Tatarella sceglierebbe il direttore generale all’interno della pianta organica: «Per ora non faccio nomi, ma dico che la macchina comunale è molto complessa e che per gestirla al meglio ci vuole qualcuno che già la conosca». L’attuale Consiglio incide molto poco e la sua soluzione sta nell’alzare il livello, attraverso la formulazione di «liste competitive, per stimolare una vera corsa interna ai partiti e portare avanti i più meritevoli. Ci vuole un programma serio e accoglierei con piacere la proposta di Carlo Cottarelli di indicare le coperture economiche». L’apertura ai centristi non si ferma qui: «In questi anni ho apprezzato molto la capacità di Carlo Calenda di coinvolgere i giovani. Un accordo con Azione? Credo che siano decisamente più vicini alle mie idee che a quelle di Pierfrancesco Majorino!».

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Pietro Tatarella nel 2018 (foto Imagoeconomica).

Difficile vincere, ma la destra riuscirà almeno a giocare la partita?

La strada verso le elezioni è ancora lunga. Se nel centrosinistra c’è un’agguerrita concorrenza interna, nel centrodestra regna la più totale incertezza. Non si tratta “solo” di scegliere il candidato, ma anche la postura che si vuole assumere nei confronti della città che un tempo era un proprio feudo mentre oggi sembra off limits. Può darsi che Tatarella non sia la scelta finale della coalizione. Se anche lo fosse, vincere sarebbe molto complicato. Ma un conto è perdere e un altro è dare la sensazione di non essere nemmeno in partita. Il 43enne Tatarella potrebbe rappresentare un’occasione per dire alla città che il centrodestra è ancora vivo – cosa che farebbe bene al dibattito generale – e che può guardare al futuro con la concreta possibilità di riemergere. Lui, d’altronde, lo ha già fatto nella vita personale. La politica ha la possibilità di seguirne le orme.