di Olga Chieffi
Il soprano abruzzese è interprete del pannello centrale del Trittico di Giacomo Puccini a Pristina con l’Orchestra dell’Opera del Kosovo diretta dal Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli. Un’esecuzione empatica quella della prima, una partitura ove si è entrati nell’essenza del segno pucciniano. Abbiamo raggiunto la protagonista dopo la “prima” dell’ Amc Hall, in terra musulmana, stasera, alle 20 ultima replica.
Ritrova la bacchetta di Jacopo Sipari di Pescasseroli per Suor Angelica, opera d’elezione per entrambi, che ri-lettura state preparando per questa “pala” centrale del Trittico pucciniano?
“Insieme al maestro Jacopo Sipari torniamo ad immergerci in uno stesso mare fatto di reciproche intenzioni, governate dalla sua sapiente bacchetta, che prevede ed accoglie ogni difficile passaggio della partitura pucciniana. Raramente nella mia vita artistica mi sono sentita così compresa, capita, accompagnata e sostenuta. È sempre emozionante, anche da un punto di vista esistenziale, trovare un compagno di viaggio con il quale si condivide profondamente questa musica e questo ritmo continuo del battito del cuore. Nessuna opera pucciniana è più tragica di questa. Il dramma iniziale di Angelica, che anela al desiderio di riabbracciare il bambino strappatole alla nascita, si riavvolge nella cruda tragedia finale che vede in contrapposizione i più intimi desideri di felicità, che rimarranno implosi a causa della volontà esterna di chi non ha realizzato che il volere degli altri, come nella frustrazione psicotica della Zia Principessa. Le suore che, ingenuamente e con infantile coscienza, sognano una mera felicità nelle sfere e nei giochi di luce ed acqua, non possono rappresentare alcun sostegno efficace per l’ansia materna di Angelica che, invece, vive in pieno il suo essere madre, seppur nella clausura, nell’attesa di un nuovo rilevante futuro, nel credere che il frutto del suo “errore” sia vivo, sia bello, sia dolce, sia in crescita al cospetto delle inutili regole sociali. La morte del bimbo, però, squarcia ogni attesa speranzosa e fa collassare, nell’epilogo di un “oltre”, un “io” che non ha più motivo di sperare nulla, se non la fine di questo martirio. La Madonna – così passata di moda oggi – è l’unica icona che raccoglie le lacrime di Angelica: innanzitutto come persona, quindi, come religiosa. La Vergine, infatti, ha già capito, ha già accolto, compreso e rivoltato ogni prudenza, timore e regola del chiostro che paralizza tutti in una sopravvivenza. Angelica nella Madonna trova la Madre delle madri, che le restituisce quel figlio che, anche lei, aveva così tremendamente perduto. Suor Angelica, per questo, è l’opera della compassione tra l’umano e il divino”.
Quale la vocalità di questo personaggio, quali le difficoltà che si incontrano nel calarsi musicalmente e teatralmente in Suor Angelica?
“Lui, che sempre aveva testimoniato il pianto delle donne con cui era vissuto, restituisce a Suor Angelica la dolcezza del canto struggente di “Senza mamma”, scritta “lentissimamente e in pianissimo”, come lo sono i sentimenti veri, interiori. Ma è la “follia” che si eleva nel canto acuto con forza ossessiva: quel “Madonna, Madonna” ripetuto incessantemente, quel “Salvami, salvami” nelle puntature ai vari do di petto fino alla morte che la libera. Una liberazione, se vogliamo, che non tralascia quella possibilità del “miracolo” che personalmente mi piace vedere come autentico, sia esso scaturito dalle zone oscure della mente di Angelica o come dono puro della Vergine e il suo bimbo. Sui gemiti di stupore e dolci scale cromatiche discendenti, la portano in un altrove, condotta dal genio di Giacomo Puccini”.
Suor Angelica e lo “spirituale”, che la pone tra altre due eroine, a lei care, che si sacrificano per amore Madama Butterfly e Liù
“Madama Butterfly e Suor Angelica hanno in comune lo struggimento dell’attesa e, soprattutto, il coraggio di saltare in questo “altrove”. Sono personaggi forti: al di là delle apparenze, sono figure risolute che conoscono il proprio destino e non accettano compromessi che in qualche modo ne impoverirebbero il sentimento. In Suor Angelica, tuttavia, abbiamo un elemento in più: quello della maternità che esplode in un amore incondizionato e totale, ed è proprio questo a rendere quest’opera autenticamente tragica rispetto alle altre due, che rimangono drammatiche. Certamente anche in Butterfly c’è questo elemento, ma Cio-Cio-San sacrifica la sua vita facendo un passo indietro per permettere al figlio di vivere, come recita nella sua ultima aria: “Lieve diletto… va, gioca, gioca… Perché tu possa andar di là dal mare senza che ti rimorda, ai dì futuri, il materno abbandono.” In Suor Angelica, invece, assistiamo a un ricongiungimento attraverso uno stato di follia con il bambino che non c’è più, che è già morto: “Quando potrò morire? Quando potrò vederti? […] Sei qui, sei qui, mi baci, mi accarezzi… Ah! Dimmi, quando in ciel potrò vederti?” È una prospettiva diversa rispetto a Liù, che ama totalmente Calaf e non ha nulla da perdere in quanto schiava; essendo libera da qualsiasi sovrastruttura — a differenza della principessa Turandot, che è imprigionata nel suo ruolo — Liù si trova all’apice della sua libertà. Ma, ribadisco, in Suor Angelica c’è qualcos’altro: c’è il sacrificio di una madre, la perdita di un figlio, e quindi un collegamento profondissimo con il mondo della Vergine Maria, della Madonna sotto la croce, che non permette argini. Ecco la vera differenza: anche le altre due eroine si uccidono per amore, ma nel caso di Angelica non c’è solo un suicidio, c’è una vera e propria elevazione attraverso uno stato alterato e totale della coscienza, che solo un dolore straordinario come quello di una madre può far scaturire”.
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