Trumpery, in un inglese un po’ vecchiotto, sono i fronzoli vistosi oppure le sciocchezze e gli imbrogli e sembra la parola adatta a descrivere l’ossessione di Donald Trump per il restyling della Casa Bianca. Tutti i presidenti, quando si insediano, fanno dei lavoretti: Barack Obama mise nello Studio Ovale qualche ceramica indigena sugli scaffali e appese al muro alcuni quadri di artisti afroamericani, l’ex first lady Michelle piantò un orto biologico e Joe Biden rimosse il ritratto di Andrew Jackson (settimo presidente Usa e figura controversa per questioni di deportazione dei nativi americani e schiavismo) voluto da Trump. Niente in confronto alla mania di Donald di lasciare un segno sfarzoso del suo passaggio.

Come Silvio col dipinto di Tiepolo (censurato)
Uguale, in questo, a Silvio Berlusconi, che fece intervenire a Palazzo Chigi il suo architetto di fiducia Mario Catalano, lasciandogli mano libera sull’introduzione di colonne con capitelli corinzi, specchi, stucchi bianchi, marmi pregiati, la riproduzione fotografica di un dipinto di Tiepolo (l’originale, affrescato sul soffitto di una villa vicentina, è conservato in un museo di Vicenza) appesa alle spalle del premier in modo che «le tivù lo inquadrino durante le conferenze stampa e le immagini di una bella opera d’arte vadano in tutto il mondo». Ma con un seno censurato, per carità, qui mica siamo alle cene eleganti del bunga bunga. Nei bagni della sala stampa fece installare luci al quarzo, lavabi con fotocellula, water in ceramica nera e beige, rubinetti d’oro, marmi di travertino oniciato e nero del Belgio. Quando arrivò Mario Draghi, fece ripristinare pareti bianche e rubinetti tradizionali: la sobrietà come atto politico.

Lavori che hanno superato i 350 milioni di dollari
Durante il primo mandato, Trump fece una ristrutturazione completa della Casa Bianca costata 1,75 milioni di dollari. Ma nel secondo mandato la differenza di scala è enorme: ha demolito l’intera East Wing per costruire una Ball Room che, tra stime iniziali e rialzi successivi, ha ormai superato i 350 milioni di dollari; ha pavimentato il Rose Garden, ha ricoperto l’Oval Office di una patina dorata. Ogni giorno Trump fornisce ai media americani la sua deflection strategy, tutta una serie di diversivi necessari per far sognare un po’ le masse dell’America profonda, desiderose di saperne di più sul colore delle tende, sulla morbidezza dei tappeti e sui mobili che arredano l’appartamento presidenziale e dimenticare così l’Iran, i dazi, le guerre.

Tra un negoziato con l’Iran e l’altro…
All’inizio di giugno – ha riferito la Cnn – mentre lasciava lo Studio Ovale lo hanno sentito redarguire un collaboratore: sosteneva che alcune parti della nuova Ball Room mancassero negli ultimi rendering e chiedeva chiarimenti sulle sue numerose colonne. Il breve scambio di battute si sarebbe svolto nei corridoi dell’Ala Ovest e sarebbe avvenuto lo stesso giorno in cui gli Stati Uniti si scambiavano proposte per una soluzione alla guerra con l’Iran, giusto per dimostrare quanto il presidente sia profondamente coinvolto in ogni dettaglio di questo suo faraonico progetto e quanto tempo prezioso gli sottragga.

La costruzione va avanti nonostante le battaglie legali: un giudice ha stabilito che i lavori potevano proseguire fino al 5 giugno, in attesa della decisione della corte d’appello sul fatto che il Congresso doveva approvare o meno il progetto. Nonostante sei senatori repubblicani abbiano poi votato per bloccare i finanziamenti, i lavori del cantiere proseguono tuttora indisturbati. Pare che l’amministrazione avesse inizialmente concordato 11,9 milioni di dollari con l’impresa Clark Construction, poi saliti a 17,4 milioni per costi aggiuntivi.
La caduta di stile della rimozione del quadro di Biden
Perché non è più solo la Ball Room: si tratta di un’operazione che coinvolge il rifacimento del colonnato dell’ala Ovest con marmo nero e della walk of fame presidenziale – la galleria dei ritratti dei presidenti Usa – quanto meno fuori dal protocollo, poiché Trump ha fatto sostituire quello di Joe Biden con la fotografia di un “autopen“, il meccanismo usato per replicare automaticamente le firme, per alludere al fatto che, secondo Trump, Biden non era cosciente di ciò che firmava durante il suo mandato.

Inoltre non solo ha voluto pavimentare il Rose Garden, trasformandolo in una terrazza con tavolini e ombrelloni a strisce bianche e gialle, come quelli del suo club a Mar-a-Lago, ma ha inserito due enormi bandiere americane sui prati Nord e Sud, con un restauro completo del Lafayette Park.

Sulla doratura dello Studio Ovale, Trump ha assicurato che è tutta «foglia d’oro, niente di finto». Sul nuovo eliporto che ha fatto costruire a South Lawn, annunciato all’improvviso per risolvere il problema degli scarichi dei nuovi elicotteri Sikorsky che bruciano l’erba, Trump ha provocatoriamente detto che lo ha fatto «per gli ambientalisti».

L’Arc de Trump per celebrare il 250esimo anniversario dell’indipendenza
Contemporaneamente ha ribattezzato il Kennedy Center con il suo nome (scritta poi rimossa dopo che un giudice federale l’ha dichiarata illegittima), ha dato il via alla costruzione di un colossale Triumphal Arch, subito ribattezzato dai media «Arc de Trump», per celebrare il 250esimo anniversario dell’indipendenza. L’architetto incaricato, Nicolas Leo Charbonneau, deve fondere lo stile neoclassico monumentale con elementi patriottici massicci voluti da Trump, come le due aquile dorate giganti e la statua alata di Lady Liberty in cima.
Trump ha avuto la balzana idea di dipingere di blu la celeberrima Memorial Reflecting Pool, la gigantesca vasca d’acqua rettangolare situata proprio davanti al monumento a Lincoln, famosa in tutto il mondo per aver fatto da sfondo al discorso «I have a dream» di Martin Luther King. I lavori sono stati affidati senza gara d’appalto a un’azienda che aveva già lavorato sui campi da golf di Trump, e i costi sono lievitati dai circa 1,5 milioni stimati inizialmente a ben 14,7 milioni di dollari.

Le alghe e il verde fangoso che hanno rovinato i piani di Trump
Subito dopo la riapertura, il progetto è andato incontro a un clamoroso fallimento tecnico: l’acqua è diventata verde acceso, invece del blu-bandiera americana che voleva Donald: essendo una vasca enorme, poco profonda e colpita dal sole estivo, il fondale blu ha assorbito molto più calore. Questo ha surriscaldato l’acqua, creando l’ambiente perfetto per una fioritura record di alghe, che hanno trasformato il blu bandiera in un verde fangoso. La vernice ha iniziato a staccarsi e, nel giro di due settimane, forse a causa del calore o dei prodotti chimici usati in fretta e furia dagli addetti nel tentativo di uccidere le alghe, il rivestimento blu ha iniziato a scrostarsi, con enormi lembi di gomma e vernice blu che galleggiano sulla superficie.

Di fronte alle ironie sul web, Trump ha rifiutato la spiegazione scientifica degli esperti, denunciando pubblicamente sul suo social Truth una cospirazione da parte degli attivisti di sinistra. Ha sostenuto che dei vandali si fossero introdotti nella vasca di notte «tagliando il rivestimento con dei coltelli» e gettando fertilizzante nell’acqua per nutrire le alghe e sabotare il compleanno dell’America.
In competizione con la moglie Melania, ognuno con i suoi decoratori
La Versailles a cui sta pensando questo ex immobiliarista eletto dagli americani loro presidente per ben due volte vede anche una sorta di competizione tra lui e la moglie Melania, ognuno con i suoi decoratori di fiducia. Lei si fa consigliare da Tham Kannalikham, una designer specializzata nel rispolverare la tradizione, per tentare di tenere a bada il kitsch appariscente prediletto da Donald, e ha abbandonato Angelo Donghia, adorato dalla prima moglie di Trump, Ivana, e che aveva curato anche le case di Ralph Lauren e Diana Ross.
Per i nuovi interni della Casa Bianca Trump ha invece chiamato Henry Conversano, un industrial designer che ha rifatto tutti i più importanti casinò di Las Vegas e il famoso Golden Nugget di Atlantic City. Secondo i biografi della coppia, mentre Melania lavorava con la Kannalikham sul comfort borghese, Trump scatenava Conversano sugli specchi, i cristalli, i lampadari e le dorature. Alla corte dei due, raccontano scandalizzati i siti americani, è una processione continua di tessutai, tappezzieri, antiquari, posatori di moquette, piastrellisti, stuccatori, marmisti, ebanisti, vetrai.

Sembra l’era Berlusconi da noi, con il continuo travaso di artigiani di fiducia da Arcore a Palazzo Chigi. Luigi XIV riempì Versailles di specchi per abbagliare i nobili e ricordare a tutti chi comandava. Trump fa la stessa cosa, guidato dal suo fiuto di ex palazzinaro ma con in mano il catalogo di un contractor del New Jersey: l’oro e gli specchi non gli servono per dire «sono ricco», gli servono per riaffermare che è intoccabile e che è lui il boss, come ha detto quando è arrivato in ritardo a Evian, al summit del G7.



