Il caldo è il nuovo dazio europeo (su cui non si può negoziare)

Per anni il caldo è stato raccontato come un’emergenza ambientale. Oggi però è diventato anche una variabile economica. L’ondata di calore che a fine giugno ha investito gran parte dell’Europa, con temperature superiori ai 40 gradi in Francia e nuovi record nel Regno Unito e in Svizzera, ha messo sotto pressione gli ospedali e rallentato cantieri, logistica, agricoltura, industria e trasporti, mostrando quanto il cambiamento climatico possa influenzare la competitività europea.

Il caldo è il nuovo dazio europeo (su cui non si può negoziare)
Temperature estreme in Italia (foto Ansa).

Un tema che – appunto – si scalda nel momento meno favorevole per Bruxelles. L’Unione europea è impegnata a difendere la sua industria dalla concorrenza cinese, a negoziare il futuro dei dazi con gli Stati Uniti e a rilanciare una politica capace di recuperare terreno rispetto alle altre grandi economie. Ma mentre il dibattito resta concentrato su commercio e sussidi, un altro fattore sta già entrando nei bilanci delle imprese: il costo del caldo.

Cool box distribuite e turni anticipati al mattino

L’impatto è ormai visibile sul campo. In Germania per esempio DHL ha distribuito oltre 111 mila cool box ai portalettere, complete di asciugamani refrigeranti, polsini rinfrescanti e protezioni contro i raggi UV. Diverse aziende del settore delle costruzioni hanno anticipato l’inizio dei turni alle prime ore del mattino per evitare le ore più calde della giornata, mentre Thyssenkrupp Steel Europe ha rafforzato le misure di protezione dei lavoratori negli impianti siderurgici con acqua e pause supplementari.

Vietato il lavoro all’aperto nelle ore centrali

Altro che interventi straordinari, stanno diventando parte dell’organizzazione ordinaria del lavoro. Anche i governi iniziano a cambiare approccio. In Italia diverse Regioni hanno introdotto ordinanze che vietano il lavoro all’aperto nelle ore centrali della giornata durante gli episodi di caldo estremo. La misura nasce per tutelare la salute dei lavoratori, ma ha inevitabilmente effetti sulla produzione, soprattutto nei comparti dell’edilizia, dell’agricoltura e della logistica. La questione, però, è più profonda. Per la prima volta il caldo viene analizzato non soltanto dai climatologi, ma anche da economisti, assicurazioni, banche e investitori.

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Operai al lavoro sotto il sole cocente a Torino (foto Ansa).

Oltre i 30 gradi la produttività inizia a crollare

Secondo un’analisi di Allianz Trade dedicata all’economia tedesca, oltre i 30 gradi la produttività del lavoro diminuisce mediamente di circa il 3 per cento per ogni grado aggiuntivo, mentre il fabbisogno energetico cresce di circa l’1,2 per cento per alimentare sistemi di climatizzazione e raffrescamento.

Entro il 2030 l’Italia potrebbe perdere 147 miliardi di Pil

Sono numeri che fanno cambiare la prospettiva. Il caldo, oltre a un rischio sanitario o ambientale, diventa un costo di produzione. Nello scenario elaborato da Allianz Trade, se le ondate di calore degli ultimi anni dovessero trasformarsi nella nuova normalità, entro il 2030 la Germania potrebbe perdere fino a 131 miliardi di dollari di prodotto interno lordo. Le stime diventano ancora più pesanti per il resto d’Europa: fino a 240 miliardi per la Francia, 147 miliardi per l’Italia e 120 miliardi per la Spagna. Per alcune economie particolarmente esposte il costo complessivo potrebbe arrivare a valere tra il 5 e il 7 per cento del Pil nel corso del decennio.

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Flash mob contro la “cooling poverty” a Napoli (foto Ansa).

Per questo Allianz Trade definisce ormai il caldo estremo un rischio economico strutturale. La questione non riguarda più soltanto la frequenza delle ondate di calore, ma anche la capacità delle economie di adattarsi a condizioni climatiche che stanno diventando permanenti.

Il nostro Paese parte da una posizione più fragile

L’Italia è tra le economie europee più esposte agli effetti economici del caldo estremo. Non solo perché il Mediterraneo è uno degli hotspot del cambiamento climatico, ma perché una parte rilevante del sistema produttivo nazionale continua a dipendere da attività svolte all’aperto o in ambienti difficili da climatizzare.

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Il famoso bar Baratti & Milano in piazza Castello chiuso per un blackout dovuto al grande caldo estivo (foto Ansa).

Edilizia, agricoltura, turismo, logistica e piccola manifattura rappresentano ancora una quota significativa del valore aggiunto italiano. Sono comparti nei quali il caldo incide sul benessere dei lavoratori oltre che sulla riduzione delle ore effettivamente lavorabili, sull’aumento dei consumi energetici e sulla compressione dei margini aziendali. Secondo una stima citata da Reuters, durante l’ondata di calore di fine giugno un milione e mezzo di lavoratori italiani poteva essere esposto a condizioni di rischio, tra operai, agricoltori e corrieri.

La tutela dei lavoratori è necessaria, ma non basta

La risposta dei governi si concentra, per ora, soprattutto sulla tutela dei lavoratori. È una scelta necessaria, ma non sufficiente. Le ordinanze che sospendono le attività nelle ore più calde limitano il rischio sanitario, senza eliminare quello economico. Ogni ora di lavoro persa, ogni cantiere rallentato e ogni raccolto rinviato incidono sulla produttività complessiva del sistema.

La stessa conformazione delle città contribuisce ad aggravare il problema. Gran parte del patrimonio edilizio europeo è stato progettato per trattenere il calore durante l’inverno, non per disperderlo in estate. Le ondate di caldo degli ultimi anni hanno così evidenziato un limite infrastrutturale che fino a poco tempo fa appariva secondario.

Reuters, citando l’International Energy Agency, ricorda che la diffusione dei climatizzatori in Europa resta nettamente inferiore rispetto alle altre grandi economie avanzate. A seconda dell’indicatore utilizzato, gli impianti sono presenti in circa un quinto del patrimonio edilizio europeo oppure in circa un quarto delle abitazioni, contro livelli vicini al 90 per cento negli Stati Uniti e in Giappone (Reuters, 25 e 26 giugno 2026).

Forte aumento di domanda per i climatizzatori in Europa

Questo ritardo si traduce in un doppio costo. Da una parte rende più difficile mantenere livelli elevati di produttività durante le ondate di calore; dall’altra obbliga famiglie e imprese ad accelerare investimenti che avrebbero potuto distribuire su un periodo molto più lungo. Non a caso, nelle ultime settimane, i maggiori produttori mondiali di climatizzatori hanno registrato un forte incremento della domanda in Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito. Per aziende come Samsung, LG, Midea e Mitsubishi Electric il mercato europeo rappresenta ormai una delle principali aree di crescita.

Il caldo è il nuovo dazio europeo (su cui non si può negoziare)
Emergenza caldo a Milano (foto Ansa).

La capacità di adattarsi al clima diventa un vantaggio competitivo

Per decenni la competitività industriale è stata misurata attraverso indicatori ormai consolidati: costo del lavoro, prezzo dell’energia, pressione fiscale, innovazione, produttività e accesso ai mercati internazionali. Oggi bisogna aggiungere una nuova variabile. La capacità di adattarsi alle temperature estreme sta diventando un vantaggio competitivo tanto quanto la digitalizzazione o l’efficienza energetica. Le imprese che investiranno in edifici più efficienti, reti elettriche resilienti, impianti meno energivori e una diversa organizzazione dei turni potranno limitare le perdite di produttività e contenere l’aumento dei costi. Chi rimarrà fermo rischia invece di subire un progressivo deterioramento dei margini proprio mentre cresce la concorrenza internazionale. È il motivo per cui Allianz Trade parla sempre più spesso di economia dell’adattamento. Adeguarsi al clima diventa una componente della politica industriale e della competitività nazionale.

Un dazio che nessuno può ridurre attraverso accordi commerciali…

La metafora del dazio non è soltanto giornalistica. Un dazio aumenta il costo di produrre e vendere un bene, riduce i margini delle imprese e rende meno competitiva un’economia rispetto ai concorrenti. Il caldo produce effetti sorprendentemente simili. Riduce le ore lavorabili, rallenta la produzione, aumenta il consumo di energia, impone nuovi investimenti e modifica l’organizzazione del lavoro. Con una differenza sostanziale. I dazi possono essere negoziati, ridotti o eliminati attraverso accordi commerciali. Le temperature record no.

Il caldo è il nuovo dazio europeo (su cui non si può negoziare)
Il cartello dei dazi (Ansa).

Per questo la sfida europea non consiste solo nel gestire l’emergenza dell’estate 2026. La vera partita si giocherà nei prossimi anni, quando gli investimenti destinati all’adattamento climatico determineranno una parte crescente della capacità produttiva dei Paesi. Se l’Europa continuerà a considerare il caldo come un semplice fenomeno meteorologico, rischierà di affrontare il prossimo decennio con uno svantaggio competitivo destinato ad ampliarsi anno dopo anno. Il cambiamento climatico sta già riscrivendo il costo di fare impresa.