di Erika Noschese
Il viaggio all’interno del comparto agricolo salernitano e delle sue dinamiche lavorative si arricchisce di un nuovo capitolo, focalizzato sulla filiera vitivinicola. Se la Piana del Sele affronta la sfida dei grandi numeri e la Costiera Amalfitana fa i conti con l’agricoltura eroica dei limoni, il settore del vino si muove in un equilibrio sottile tra la rigidità dei tempi della natura e la necessità di una manodopera altamente qualificata. Alle porte del Cilento, tra Contursi Terme e Sicignano degli Alburni, la Cantina dei Quinti rappresenta la quinta generazione di una famiglia che da oltre 130 anni custodisce un terroir unico, segnato dalle sorgenti termali e da una natura ancora selvaggia. Luciana Rago analizza la gestione dei flussi di lavoro durante la vendemmia, il valore etico del prezzo di una bottiglia e le risposte strutturali necessarie per proteggere le denominazioni di pregio del territorio salernitano dalle ombre dello sfruttamento.
Nella viticoltura la vendemmia è una corsa contro il tempo e il maltempo. Come si garantisce la regolarità contrattuale di fronte a finestre di raccolta così strette e imprevedibili, senza affidarsi a intermediari informali?
«La vendemmia è certamente uno dei momenti più delicati dell’anno, perché concentra in pochi giorni scelte agronomiche, climatiche e organizzative. Proprio per questo non può essere gestita nell’emergenza. Per un’azienda seria, la regolarità dei contratti non è un adempimento formale, ma una condizione di lavoro. La programmazione parte prima: si pianificano squadre, tempi, turni e necessità in base allo stato di maturazione delle uve. Il maltempo può cambiare le priorità, ma non può cambiare i principi. Salvare l’annata non può mai significare compromettere la dignità di chi lavora».
La “vendemmia turistica” e l’enoturismo possono essere una risposta etica per ridurre il fabbisogno di braccianti stagionali o c’è il rischio di un cortocircuito normativo con l’Ispettorato del Lavoro?
«La vendemmia turistica può essere un’esperienza bellissima, se resta ciò che deve essere: un’attività didattica, simbolica ed enoturistica. Non può e non deve sostituire il lavoro agricolo. Coinvolgere gli appassionati nei campi serve a far comprendere il valore della terra, della fatica e del tempo, non a ridurre il fabbisogno di manodopera.
Se confondiamo esperienza e lavoro, rischiamo un cortocircuito normativo e culturale. L’etica non consiste nel far raccogliere gratuitamente l’uva a chi visita una cantina, ma nel far capire quanto vale davvero il lavoro di chi la raccoglie».
La viticoltura esige manodopera specializzata per selezionare i grappoli. Questa richiesta vi protegge dal caporalato generico o i caporali offrono ormai squadre specializzate “chiavi in mano”?
«La viticoltura di qualità richiede competenze specifiche. Non basta raccogliere: bisogna selezionare, rispettare la pianta, riconoscere il grappolo giusto e lavorare con attenzione. Questo rende il settore meno esposto a forme generiche di intermediazione, ma non lo rende immune. Il rischio esiste ogni volta che si cerca una soluzione veloce, economica e non tracciata. Per questo la risposta non può essere solo individuale: servono imprese responsabili, controlli, formazione e una cultura di filiera che premi chi lavora correttamente».
Fino a che punto il prezzo finale di una bottiglia sullo scaffale determina la capacità di una cantina di ripudiare il lavoro grigio, e quanto il consumatore è consapevole di ciò che acquista?
«Il prezzo finale di una bottiglia racconta molte cose: territorio, qualità, confezionamento, distribuzione, ma anche lavoro. Non possiamo dire che ogni vino economico nasconda automaticamente lo sfruttamento, sarebbe una semplificazione. Però è vero che sotto certe soglie diventa difficile sostenere qualità, sicurezza, legalità e giusta remunerazione lungo tutta la filiera. Il consumatore spesso guarda il prezzo senza vedere cosa c’è dietro. Dovremmo educarlo a chiedersi non solo quanto costa una bottiglia, ma perché costa così poco».
Le certificazioni di sostenibilità (come Equalitas o Viva) includono parametri sociali. Sono deterrenti più efficaci dei controlli statali o restano un lusso per grandi cantine?
«Le certificazioni di sostenibilità sono strumenti importanti, soprattutto quando includono il pilastro sociale: contratti, sicurezza, formazione e responsabilità verso i lavoratori. Possono essere un deterrente, perché obbligano l’azienda a misurarsi e a documentare le proprie pratiche. Tuttavia non devono diventare un privilegio per pochi. Se restano accessibili solo alle grandi cantine, rischiano di creare una sostenibilità a due velocità. I controlli pubblici restano fondamentali; le certificazioni possono affiancarli, non sostituirli».
Molte cantine acquistano uve da una miriade di piccoli viticoltori. Come si esercita un controllo etico reale a monte per evitare che i conferitori terzi nascondano il lavoro nero?
«In una filiera frammentata il tema è molto serio. Quando una cantina acquista uve da piccoli conferitori, non può limitarsi a valutare solo la qualità del prodotto. Deve costruire rapporti continuativi, conoscere i fornitori, verificare la serietà delle pratiche agricole e pretendere trasparenza. Non sempre una cantina può sostituirsi agli organi ispettivi, ma può scegliere con chi lavorare. La responsabilità morale esiste: se vogliamo raccontare il territorio, dobbiamo essere certi che quel territorio non venga valorizzato a scapito dei diritti delle persone».
L’orografia salernitana impedisce spesso l’uso delle macchine vendemmiatrici. Quali politiche regionali servirebbero per tutelare i vignaioli che scelgono la legalità in contesti così difficili?
«La conformazione del Salernitano rende la viticoltura manuale non solo una scelta, ma spesso una necessità. Le pendenze, le colline, i vigneti storici e le aree difficili non permettono sempre la meccanizzazione.
Questo però non deve diventare uno svantaggio competitivo per chi lavora nella legalità. Servirebbero politiche regionali capaci di sostenere le aziende virtuose: formazione agricola specializzata, strumenti di incontro trasparente tra domanda e offerta di lavoro, premialità nei bandi per chi dimostra correttezza contrattuale e investimenti in sicurezza. La viticoltura difficile va tutelata, perché custodisce paesaggio, identità e qualità».
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