Notte prima degli esami: la III E di Pino Bicchielli

di Pino Bicchielli*

Era una notte di giugno del 1985. A distanza di oltre quarant’anni riesco ancora a ricordarne i suoni, i silenzi, perfino gli odori. Ricordo la finestra aperta della mia stanza, l’aria tiepida che annunciava l’estate e quella sensazione strana che solo i diciotto anni sanno regalare: sentirsi contemporaneamente pronti a conquistare il mondo e terrorizzati da ciò che il mondo potrebbe riservarti. Frequentavo il Liceo Classico Francesco De Sanctis di Salerno. Facevo parte della mitica III E, una classe che ancora oggi viene ricordata da tanti come una delle più affiatate e vivaci di quegli anni. Erano gli anni delle comitive, delle discussioni interminabili, delle amicizie costruite banco dopo banco, interrogazione dopo interrogazione, sogno dopo sogno. E soprattutto erano gli anni di Antonello Venditti. “Notte prima degli esami” era già diventata la colonna sonora di una generazione. Quella sera la ascoltai decine di volte. Forse cercavo conforto in quelle parole. Forse cercavo qualcuno che riuscisse a raccontare le emozioni che avevo dentro e che io non riuscivo ancora a spiegare. Perché quella notte non avevo paura soltanto dell’esame. Avevo paura del futuro. Pensavo che il giorno dopo si sarebbe chiusa per sempre una porta. Fino a quel momento la mia vita era stata scandita da ritmi certi: la scuola, i professori, i compagni, gli appuntamenti quotidiani, le abitudini che sembravano eterne. Dopo quell’esame, invece, tutto sarebbe cambiato. Almeno così credevo. Ricordo i volti dei miei compagni di classe. Gino, Massimo, Gianni, Raffaele, Carmine, Tiziana, Claudia, Anna Maria, Alfonso, Angela, Cristiana, Emilio, Ciccio, Rosanna, Rita , Monica e tutti gli altri compagni di quella straordinaria avventura che era stata la III E. Guardavo le loro fotografie, ripensavo alle giornate trascorse insieme e mi convincevo che quello fosse un addio. Ero certo che la vita ci avrebbe portati lontano gli uni dagli altri. Anche in questo mi sbagliavo. Con il passare degli anni ho scoperto che alcune amicizie sono più forti del tempo. Ho imparato che esistono legami che non hanno bisogno della presenza quotidiana per sopravvivere. Ci sono amici che magari non vedi per mesi o per anni, ma che ritrovi esattamente dove li avevi lasciati. Con lo stesso affetto. Con la stessa complicità. Con la stessa capacità di farti sentire a casa. Quei ragazzi che pensavo di perdere nella notte prima degli esami sono diventati parte della mia vita adulta. Alcuni li ho avuti accanto nei momenti più importanti, altri li ho incontrati più raramente, ma tutti sono rimasti un pezzo della mia storia. E forse è questa la lezione più bella che il tempo mi ha insegnato. Quando siamo giovani pensiamo che un esame possa decidere il nostro destino. Pensiamo che un voto possa definire il nostro valore. Pensiamo che il giorno dopo tutto cambierà. La verità è diversa. L’esame di maturità è importante, certo. È un passaggio simbolico, un rito collettivo che segna la fine di una stagione della vita. Ma non è quello che determinerà ciò che diventeremo. La differenza la farà tutto ciò che verrà dopo. La farà l’impegno che sapremo mettere nelle cose. La capacità di rialzarci dopo le sconfitte. La voglia di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. La serietà con cui affronteremo il lavoro, gli studi, gli affetti. La capacità di costruire relazioni autentiche e di custodirle nel tempo. Per questo, se oggi dovessi parlare ai ragazzi che stanno vivendo la loro notte prima degli esami, direi semplicemente di non avere paura. Godetevi questa notte. Godetevi l’emozione, perfino l’ansia. Conservate nella memoria i volti dei vostri compagni, le risate, le discussioni, le amicizie nate tra i banchi di scuola. Un giorno vi accorgerete che quel patrimonio vale molto più di qualsiasi voto scritto su un diploma. Quella notte del 1985 io non sapevo quale sarebbe stato il mio futuro. Non immaginavo il percorso che mi attendeva, le sfide che avrei affrontato, le soddisfazioni e le difficoltà che la vita avrebbe messo sul mio cammino. Sapevo soltanto che avevo paura. Oggi so che quella paura era il segno che stavo crescendo. E ogni volta che ascolto le note di quella canzone di Venditti torno per un attimo in quella stanza, a quella notte di giugno, a quel ragazzo che guardava il futuro senza riuscire a distinguerne i contorni. Lo guardo con tenerezza e gli sorrido. Perché adesso so che aveva davanti una strada lunga, complessa, a volte difficile, ma straordinariamente bella. E che il giorno dopo non sarebbe finito nulla. Sarebbe semplicemente cominciata la vita da adulto. *Deputato della Repubblica

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