L’addio di Pina Picierno al Pd è stato salutato persino con gioia dagli schleiniani, che evidentemente non vedevano l’ora di liberarsene. Era già accaduto di recente con Elisabetta Gualmini e con Marianna Madia. Festeggiamenti sui social e nelle chat di partito; insomma viva e vibrante soddisfazione per essersi tolti un peso. Come se Picierno stesse bloccando il dibattito pubblico del Pd, ne impedisse lo svolgimento. Come se l’immagine del centrosinistra fosse stata fin qui appesantita dalla vicepresidente del Parlamento europeo.

Il renzismo di Schlein
Ragionevolmente non cambierà niente nel Pd, dove il dibattito pubblico è stato normalizzato con l’arrivo di Elly Schlein, la segretaria inclusiva che non sa ben gestire il dissenso politico; in questo ricorda alcuni aspetti deteriori di Matteo Renzi, anche se a nessuno verrebbe di ammettere che la leadership schleiniana è settaria quanto muscolare era quella dell’ex presidente del Consiglio.
È da quando Schlein ha vinto il congresso che la nuova maggioranza brinda e festeggia. Prima per aver ribaltato il risultato nelle primarie nel 2023, poi per aver azzerato la discussione in un partito litigioso nel quale la linea del segretario di turno è sempre stata impallinata sui giornali, in tv, sui social, un giorno sì e l’altro pure. Il risultato principale di Schlein è dunque quello di aver evitato il logoramento quotidiano che i suoi predecessori hanno sperimentato sulla loro pelle. L’assenza di un’alternativa politica forte – lo sconfitto Stefano Bonaccini si è presto unito al coro schleiniano – ha senz’altro aiutato.

Ciaoni progressisti anche a un pezzo di elettorato
Epperò, fra tutti questi festeggiamenti e brindisi e stelle filanti e giochi di luce stroboscopici, insomma fra tutti questi “ciaoni” in versione progressista non verrà il dubbio a qualcuno che un pezzo dell’elettorato forse non sarà felice del trattamento ricevuto per interposta Madia, per interposta Picierno?
Percularne uno per educarne cento non sembra essere la soluzione migliore per trattenere elettori che forse faticano a stare nel Pd di oggi e che avrebbero bisogno di incentivi a rimanere.
Non manca poi molto alle elezioni politiche e gli scenari di conflitto politico suffragati dai sondaggi testimoniano una vivace polarizzazione in vista del 2027, quando non ci sarà spazio – è vero – per cose centriste, ma ci sarà sempre tutto lo spazio per restare a casa.

La trappola identitaria della segretaria
La trappola identitaria di Schlein non è dunque solo programmatica – la solita patrimoniale – ma insiste su un desiderio di autosufficienza politica. Altro che campo largo, insomma, dove tutti coesistono nella pacifica competizione. Pluralismo è infatti cosa decido io, un po’ come capotavola è dove si siede Max D’Alema. Fin qui il Pd ha scambiato il risultato referendario di marzo per una proiezione politica sul 2027, ma già le elezioni di Venezia – con la vittoria del centrodestra al primo turno – hanno riacceso qualche pensiero funesto, come Fantozzi fu colpito da un leggerissimo sospetto: non è che Giorgia Meloni è tutt’altro che morta politicamente?

Il duello con Conte tornato in casacca gialloverde
In ogni caso, c’è da aspettarsi – come già sta succedendo a destra per via di Roberto Vannacci – che l’offerta politica del Pd si radicalizzi per rispondere alle fuoriuscite riformiste. D’altronde se la prospettiva è quella delle primarie di coalizione, con il duello fra Schlein e Giuseppe Conte, bisogna già acconciarsi alla singolar tenzone. Conte ancora una volta cerca di buttare la palla in tribuna, prima proponendo le primarie dopo aver appena vinto il referendum, poi rispolverando vecchie tematiche gialloverdi sulla sicurezza dopo il primo turno delle Amministrative.

Il Pd rischia di non potersi tirare indietro nella gara al rialzo (o al ribasso, dipende dai punti di vista) con il M5s e non avrà molta pietà dei riformisti superstiti, nemmeno di quelli che si sono uniti armi e occhiali a goccia alla causa dello schleinismo, nella composizione delle liste elettorali.
