Seminario svuotato, preti “importati”

C’è un’arte sottile nel panorama ecclesiastico contemporaneo: la semantica difensiva. Per mesi le voci sulla vendita del maestoso Seminario Metropolitano “Giovanni Paolo II” di Pontecagnano si sono rincorse nei corridoi diocesani, costringendo i vertici della Chiesa salernitana a precise smentite. “Nessuna vendita!”, si affrettano a rassicurare. E ci mancherebbe altro: nessuno ha mai detto che la struttura fosse finita sull’home page di un’agenzia immobiliare. Il punto non è l’edificio in sé, ma il progressivo, inesorabile svuotamento della sua funzione originaria e la retorica con cui si tenta di giustificarlo. La narrazione ufficiale che ha accompagnato la decisione di inviare i seminaristi a Posillipo rasenta il capolavoro della diplomazia di curia: si sostiene che la Facoltà Teologica napoletana offra “orizzonti di riflessione più ampi”. Una formulazione elegante che, tradotta dal linguaggio curiale al volgare, suona come una bocciatura solenne. Viene da chiedersi: se gli orizzonti ampi si trovano solo all’ombra del Vesuvio, cosa hanno offerto finora gli educatori e i docenti del Seminario di Salerno? È una clamorosa bocciatura per il corpo docente locale, trattato quasi come una guarnigione di provincia incapace di dotare i futuri sacerdoti degli strumenti intellettuali e spirituali necessari al discernimento. E qui il cortocircuito logico si fa evidente. Da un lato si decreta l’inadeguatezza della formazione locale per i giovani nativi; dall’altro, Salerno sembra essere diventata una sorta di rifugio peccatorum per presbiteri accolti a braccia aperte dopo percorsi complessi o rimozioni da altre diocesi. La domanda sorge spontanea e legittima: se un sacerdote è stato ritenuto non idoneo o problematico per la comunità di origine che ne conosceva storia e temperamento, per quale miracolo pastorale dovrebbe rivelarsi una risorsa preziosa per una diocesi che non conosce affatto? Si applica forse a Salerno un’indulgenza speciale per cui ciò che è scartato altrove diventa pietra d’angolo sul Golfo? Sotto la guida dell’Arcivescovo Andrea Bellandi — pastore di grande profilo accademico e teologico — la gestione del clero sta assumendo contorni paradossali. Se da una parte la pastorale vocazionale e quella giovanile faticano a far fiorire vocazioni autoctone sui territori di Salerno, Campagna e Acerno, dall’altra si sceglie di esternalizzare la formazione di quei pochi giovani rimasti e di compensare i vuoti nell’organico parrocchiale con l’accoglienza di sacerdoti esterni. Non si possono mietere frutti dove la semina vocazionale è carente. Se la pastorale giovanile non incide e non parla più il linguaggio dei ragazzi, il risultato inevitabile è il deserto nei banchi del seminario. Cercare scorciatoie — spostando gli studenti a Napoli o riempiendo le parrocchie con figure d’importazione — non risolve il problema alla radice, ma si limita a rinviarlo, lasciando la comunità locale smarrita di fronte a decisioni calate dall’alto.

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