«Il processo e la condanna a morte in contumacia di Bashar al-Assad e i suoi collaboratori rappresentano un momento fondamentale per il sistema giudiziario siriano». Così il giornalista Mansour Al Omari commenta la recente sentenza del tribunale penale di Damasco nei confronti dell’ex presidente siriano accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Stessa sorte toccata, il 18 agosto, a suo cugino Wassim al-Assad, ex capo della sicurezza presidenziale, giudicato colpevole di omicidi premeditati e atti di tortura.

La lunga battaglia di Al Omari
Per Al Omari con la condanna di al-Assad, riparato in Russia dopo la caduta del regime, si chiude il primo capitolo di una lunga lotta iniziata nel 2011, quando documentava per il Syrian Center for Media and Freedom of Expression le violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese, raccogliendo dati sulle persone scomparse o detenute nelle carceri del regime. Nel 2012 venne arrestato insieme ai suoi colleghi e trasferito in un centro di detenzione gestito dalla 4ª divisione corazzata. «Ogni giorno, siamo stati torturati, picchiati e umiliati», racconta a Lettera43. «Nei mesi di prigionia io e i miei compagni abbiamo compilato una lista con i nomi delle 82 persone detenute insieme a noi. Li abbiamo trascritti su strisce di tessuto strappate dalle nostre divise carcerarie usando sangue e ruggine come inchiostro. Abbiamo giurato che il primo di noi che sarebbe uscito vivo dalla prigione avrebbe portato con sé la lista e avrebbe rintracciato le famiglie dei detenuti per fornire informazioni sui loro cari. Sono stato liberato nel 2013 e l’ho portata con me».

Garantire un equo processo è il primo passo per uno Stato di diritto
Tra i condannati in contumacia dal tribunale di Damasco figura anche Maher al-Assad, fratello dell’ex presidente e già comandante della 4ª divisione corazzata. «Solo sette delle 82 persone che erano imprigionate con me sono sopravvissute, 18 sono morte in prigionia e le altre risultano scomparse. Sto ancora cercando di rintracciarle. Maher è responsabile di tutto questo», afferma Al Omari. Il giornalista è convinto che il processo e la sentenza – la prima di questo tipo emessa dalla nuova magistratura siriana – rappresentino un banco di prova molto importante per l’intero sistema giudiziario e per la transizione democratica del Paese. L’unico dei condannati presenti in aula era Atef Najib, cugino di al-Assad e funzionario della sicurezza della provincia di Daraa nel 2011, all’inizio della rivolta siriana. È stato accusato di tortura e omicidio. Al Omari non ha dubbi: a Najib deve essere garantito un equo processo. «Queste sono le caratteristiche fondamentali di uno Stato di diritto, per cui i siriani hanno combattuto e sofferto. Anche quando il verdetto sarà confermato in ultimo grado, sarà necessario istruire un altro processo sui crimini commessi da Najib a Idlib e in altre aree della Siria dopo il 2011». È questa la strada per la preparazione di una riforma giudiziaria che definisca responsabilità e limiti dell’azione delle forze dell’ordine e dell’esercito per evitare che commettano di nuovo queste atrocità.

L’estradizione di al-Assad è una questione politica
Un punto particolarmente delicato riguarda la capacità del nuovo governo siriano di ottenere l’estradizione di Bashar al-Assad e del fratello Maher dalla Russia, dove si trovano anche altri condannati, tra cui l’ex ministro della Difesa Fahd al-Freij e l’ex capo dell’intelligence militare Louay al Ali. Finora i mandati di arresto emessi da Damasco nel dicembre 2025 così come quelli emessi negli anni precedenti da numerosi tribunali occidentali non hanno portato a nessun risultato concreto. «L’estradizione di al-Assad è una questione politica», insiste Al Omari. «E la Siria potrebbe ritenere la Russia responsabile per la violazione degli obblighi internazionali». Nonostante i dubbi sul nuovo corso, lui non perde le speranze: è sicuro che un giorno sarà chiamato a testimoniare contro il suo torturatore.

