Salerno, il “muro di silenzio” della Curia

Nel giorno in cui la Chiesa celebra San Donato e la comunità dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno si ritrova in festa ad Acerno, l’esempio del Santo insegna a raccogliere i frammenti con pazienza e fede per ricomporre ciò che sembrava irreparabile. Un insegnamento spirituale che appare tuttavia distante da chi oggi dovrebbe offrire risposte concrete per ripartire con maggior dedizione e trasparenza, all’interno di una Diocesi che appare sempre più arroccata su se stessa. Un assordante silenzio avvolge da tempo le stanze del Palazzo Arcivescovile di Salerno. Per molti fedeli, osservatori ed esponenti della comunità locale, questo atteggiamento non ha più il sapore della prudenza o della riservatezza evangelica, bensì quello dell’evitamento e di una fredda distanza istituzionale. Al centro del dibattito vi sono questioni fondamentali per la trasparenza e l’etica della gestione diocesana: la destinazione dei fondi dell’8×1000 per la carità, le opacità legate alla stipula delle polizze assicurative e i criteri adottati per assunzioni e nomine all’interno delle strutture curiali e degli enti collegati. I tre nodi della discordia 1. La gestione dei fondi dell’8×1000 I contributi dell’8×1000 rappresentano la risorsa centrale destinata al sostentamento del clero, alle opere di carità e alla tutela del patrimonio ecclesiastico. Tuttavia, da più parti si sollevano dubbi circa la reale equità e trasparenza nella rendicontazione dei progetti finanziati. Quando la richiesta di chiarimenti sui criteri d’assegnazione e sulle priorità di spesa incontra solo risposte evasive o porte chiuse, il rischio è che una risorsa nata per la solidarietà venga percepita come un bacino d’influenza gestito in modo unilaterale — come nel caso dei sospetti relativi all’inserimento di familiari nelle cooperative riferibili a don Antonio Romano. Sullo sfondo si allunga l’ombra di don Gentile, indicato da molti come il “Vescovo ombra” di una diocesi sempre più priva di contenuti pastorali e distante da quel clero che opera quotidianamente in silenzio e senza clamore, ma che si sente spesso umiliato da gestioni padronali. 2. Polizze e contratti sotto la lente Non meno delicate sono le perplessità attinenti alla sfera amministrativa e finanziaria, in particolare riguardo all’assegnazione di coperture assicurative e contratti di consulenza. L’assenza di evidenza pubblica e di una chiara rendicontazione sui costi sostenuti dalla Diocesi alimenta il sospetto di corsie preferenziali. La domanda che la comunità si pone rimane la stessa: la Diocesi fa riferimento in modo quasi esclusivo alla compagnia legata alla sorella di don Gentile, o esistono alternative trasparenti? E per quale ragione si eserciterebbero pressioni affinché sia unicamente tale agenzia a stipulare le polizze? 3. Criteri di assunzione e merito Un’istituzione ecclesiale dovrebbe distinguersi per equità, spirito di servizio e imparzialità. Al contrario, le decisioni relative all’organico — tra assunzioni interne ed esterne — continuano a suscitare perplessità per la mancanza di criteri oggettivi e trasparenti, lasciando spazio all’impressione che prevalgano logiche di fedeltà personale anziché di reale competenza. Il caso dell’assunzione del fratello di don Virgilio presso l’ex Colonia San Giuseppe ne è un esempio lampante, a conferma di criteri non improntati all’equità, ma all’appartenenza a un “cerchio magico” sempre più padrone dell’Arcidiocesi. Il silenzio come strategia di difesa? Fronteggiando queste contestazioni, la scelta pastorale sembra essere stata quella dell’arroccamento. Il mancato confronto e l’assenza di risposte puntuali sollecitano un interrogativo di fondo: il silenzio dell’Arcivescovo è una scelta tattica o il tentativo di celare un sostanziale fallimento di governo episcopale? Ammettere le criticità e rispondere con trasparenza non è segno di debolezza, ma la premessa indispensabile per qualsiasi credibilità pastorale. Laddove la risposta alle legittime domande della comunità si riduce al silenzio o alla chiusura a riccio, il solco tra la guida diocesana e il tessuto sociale e religioso del territorio rischia di diventare incolmabile. Salerno e la sua comunità di fedeli non chiedono infallibilità, ma responsabilità, chiarezza e il coraggio dell’umiltà

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