La Corte d’Appello di Salerno condanna il Ministero della Giustizia

Per anni ha svolto compiti più complessi e qualificati rispetto al suo inquadramento formale, senza che l’amministrazione gli riconoscesse il dovuto. Oggi, dopo un lungo percorso giudiziario, un ex dipendente del Ministero della Giustizia, già in servizio presso la cancelleria lavoro del Tribunale di Nocera Inferiore e ora in quiescenza, ottiene finalmente giustizia. La Corte d’Appello di Salerno, Sezione Lavoro, con la sentenza numero 545 del 2025, ha condannato il Ministero a corrispondergli oltre 10.834 euro per differenze retributive maturate nello svolgimento di mansioni superiori esercitate di fatto e in via continuativa. Il lavoratore, difeso dall’avvocato Paolo Diodati del foro di Nocera Inferiore, era formalmente inquadrato come operatore giudiziario (Area 2, fascia F1), svolgendo però quotidianamente, e con piena autonomia, le funzioni proprie dell’assistente giudiziario (Area 2, fascia F3). Un salto di livello non solo formale, ma sostanziale, che imponeva l’assolvimento di diversi compiti: iscrizione a ruolo delle cause di lavoro e previdenza, verifica della documentazione, controllo del contributo unificato, gestione e aggiornamento dei fascicoli processuali. Le testimonianze raccolte nel corso del giudizio hanno confermato un quadro inequivocabile: nella cancelleria lavoro del Tribunale di Nocera Inferiore, quel dipendente era l’unico addetto a quelle attività, svolte in modo stabile, continuativo e pienamente riconducibile al profilo superiore. Nonostante ciò, il Ministero non aveva mai provveduto ad adeguare l’inquadramento né a corrispondere le differenze retributive. Il Tribunale di Nocera Inferiore, in primo grado, aveva rigettato il ricorso. Da qui la decisione di appellare. I giudici salernitani hanno applicato il cosiddetto criterio trifasico, che impone di verificare quali attività siano state concretamente svolte, quale sia la qualifica contrattuale corrispondente e se vi sia coincidenza tra le mansioni esercitate e quelle proprie del profilo superiore. La Corte ha ritenuto provato che il lavoratore avesse esercitato mansioni pienamente riconducibili all’assistente giudiziario, sia sotto il profilo qualitativo sia sotto quello quantitativo e temporale. Il principio ribadito è chiaro: nel pubblico impiego contrattualizzato, il diritto al compenso per mansioni superiori non dipende dalla regolarità formale dell’assegnazione, ma dal concreto svolgimento delle attività. A fondamento della decisione, l’articolo 52, comma 5, del decreto legislativo 165 del 2001 e l’articolo 36 della Costituzione, che impongono la proporzionalità tra retribuzione e qualità del lavoro prestato. Tuttavia, una parte delle somme rivendicate non è stata riconosciuta. Il Ministero aveva eccepito la prescrizione quinquennale dei crediti retributivi, applicabile anche in costanza di rapporto nel pubblico impiego contrattualizzato. La Corte ha accolto l’eccezione, dichiarando prescritti gli importi maturati prima del 22 marzo 2012, data del primo atto interruttivo inviato dal lavoratore. Nessun risarcimento è stato riconosciuto per le differenze sul trattamento di fine rapporto, semplicemente perché la voce non era stata richiesta nel ricorso introduttivo. All’esito della consulenza tecnica disposta in appello, il Ministero della Giustizia è stato condannato a versare 10.834,27 euro, comprensivi delle differenze di stipendio e della tredicesima mensilità, oltre agli accessori di legge. L’amministrazione dovrà inoltre rifondere le spese processuali di entrambi i gradi di giudizio e sostenere il compenso del consulente tecnico d’ufficio. “Questa sentenza — afferma l’avvocato Paolo Diodati, difensore del lavoratore — conferma un principio che troppo spesso viene ignorato: la retribuzione deve rispecchiare il lavoro realmente svolto, non quello formalmente attribuito. Per anni il mio assistito ha garantito il funzionamento della cancelleria lavoro svolgendo mansioni di livello superiore, senza che l’amministrazione riconoscesse il suo impegno. La Corte d’Appello ha ristabilito un equilibrio di giustizia, applicando correttamente norme e principi costituzionali. È un risultato importante non solo per il singolo lavoratore, ma per tutti coloro che, nella pubblica amministrazione, si trovano a ricoprire ruoli di fatto più complessi senza adeguato riconoscimento. La legalità passa anche da queste decisioni”. Una vicenda che potrebbe non finire qui, nel caso in cui il Ministero decidesse di proseguire in Cassazione, per il terzo e ultimo grado di giudizio. Ma una vicenda che, tutto sommato, rende giustizia per il riconoscimento delle cosiddette mansioni superiori rispetto a quelle stabilite dall’inquadramento contrattuale originario. Mario Rinaldi

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