Olga Chieffi
Programma da Valery “Czar” Gergiev, nella cui interpretazione abbiamo ascoltato in diversi contesti, qui in Campania, quello che domani sera, alle ore 20, saluterà sul podio della Orchestra Sinfonica della Rai, il giovane violinista e direttore armeno Emmanuel Tjeknavorian, ospite della LXXIV edizione del Ravello Festival, firmata da Lucio Gregoretti. Un invito che segna il ritorno dell’ unica orchestra sinfonica Rai, che si cimenterà con le gemme più amate della letteratura della scuola nazionale russa, ovvero una selezione di brani dalle Suite n. 1 e n. 3 dal balletto Gayaneh e l’Adagio dalla Suite n. 2 tratta dal balletto Spartacus, di Aram Il’ič Chačaturjan e i Quadri di un’esposizione di Modest Petrovič Musorgskij. Si inizierà con una selezione dalle suite che raccoglieranno i numeri più amati e conosciuti di Gayaneh, uno dei vertici della produzione coreutica sovietica del Novecento, unendo la grande tradizione sinfonica tardo-romantica russa con le radici modali e ritmiche del folklore armeno e caucasico. La scrittura di Chačaturjan per la danza non è mera musica d’accompagnamento, ma un motore drammaturgico fondato su un’energia ritmica propulsiva, un’orchestrazione opulenta e un lirismo melodico di straordinaria immediatezza. Ambientato in un kolchoz armeno, sintetizza il realismo socialista con l’esotismo caucasico e certamente non mancheranno due numeri celeberrimi del balletto, ovvero l’infuocata e folkloristica Danza delle sciabole e l’Adagio, capolavoro di sospensione lirica, in fa minore, ove l’aspetto più affascinante è il continuo scivolamento cromatico e i lievi smottamenti armonici, che fluttuano attorno alla tonalità principale creando un senso di profonda malinconia e attesa, in cui il compositore costruisce un climax emotivo attraverso una densità polifonica crescente, passando da una voce solista o un accompagnamento scarno a una pienezza orchestrale sontuosa, Quindi si passerà al balletto Spartacus, affresco storico monumentale sull’insurrezione degli schiavi contro Roma. Qui Chačaturjan adotta la tecnica del leitmotiv per contrapporre il mondo brutale dei romani alla tragedia degli schiavi. L’Adagio di Spartaco e Frigia resta uno dei vertici lirici del Novecento musicale, il compositore crea un crescendo orchestrale organico, ad arco, basato su un unico tema generatore, dove l’armonia d’impianto tonale viene arricchita da appoggiature e ritardi modali di forte carica emotiva. La seconda parte della serata sarà interamente dedicata all’esecuzione dei quadri di un’esposizione di Modest Petrovič Musorgskij. 1873, Russia: nei sobborghi di Mosca muore all’età di trentanove anni, Viktor Alexandrovich Hartmann, illustratore e architetto russo. L’anno seguente l’Accademia delle Belle Arti di San Pietroburgo organizza in suo onore una mostra commemorativa in cui sono esposte più di quattrocento delle sue opere. Fra i visitatori vi è Modest Musorgskij, compositore e amico del defunto Viktor. La mostra non mancherà di suggestionare la sua sensibilità, così, nel 1874, Musorgskij, darà alla luce una suite per pianoforte in dieci movimenti e cinque intermezzi dedicata a Viktor Hartmann , ispirata alle sue opere, intitolata ‘Quadri di un’esposizione’. Il bisogno di dare una veste nuova a composizioni nate per altri organici era dovuta in parte alla necessità di riproporre al pubblico quelle composizioni o alla finalità di lasciarsi fecondare dalla creatività altrui; la trascrizione, specialmente nel primo Novecento, era intesa soprattutto come il momento in cui i fili del passato e del futuro venivano annodati per dare un senso all’attualità. La versione dei Quadri di un’esposizione che ascolteremo fu realizzata da Maurice Ravel, e oltre a essere un saggio di grande maestria d’orchestrazione, fu anche uno degli strumenti intellettuali possibili per tamponare una crisi storica che il compositore francese affrontò chiamando in soccorso il genio di Musorgskij. In tale versione orchestrale si sommano dunque due altissime potenzialità creative. Si parte con “Lo gnomo”, un pupazzo di legno, deforme, che avanza zoppicando, descritto da una musica grottesca, piena di sobbalzi irregolari. “Il vecchio castello” è un motivo malinconico, affidato alla voce calda del sassofono contralto nella mirabile versione orchestrale di Maurice Ravel; “Tulieries” ci porta dentro un quadro luminoso, di giardini e giochi di bimbi, ma subito “Bydlo”, ci fa piombare in una grande pianura desolata, attraversata con faticosa lentezza da un povero carro trainato da buoi. Non si fa in tempo a rasserenarci con un quadro più brioso come il “Balletto dei pulcini nel loro guscio” ed ecco che a turbarci arriva il “Dialogo tra due ebrei polacchi”, uno ricco e ciarliero, cui dà voce una tromba quasi jazz, l’altro povero e disperato, che si esprime tramite un motivo dolente affidato agli archi. Un altro forte contrasto è dato da un quadro sereno come “Il mercato di Limoges” che di botto e senza alcun preavviso precipita nelle macabre profondità delle “Catacombe”, in cui risuonano fortissimi e spettrali gli echi degli ottoni. “Cum mortuis in lingua mortua” non risolleva il morale: vi riappare il tema della promenade. Un bello scossone da questo clima di morte ce lo offre “Baba Yaga”, in cui ritorna a prevalere il senso del grottesco, ottimo trampolino per il finale trionfale, “La grande porta di Kiev”, che giunge dopo una preparazione carica di tensione per poi esplodere con la sua potenza devastante, che coinvolge tutta l’orchestra.
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