PREMIO DI MAGGIORANZA

Alberto Cuomo

In molti (si fa per dire: abbiamo tanti problemi che non ce ne po’ fregà de meno delle dispute politiche) hanno polemizzato sul voto riguardante la scelta di riproporre le preferenze nelle votazioni nazionali ma, sebbene un tale criterio sia importante, esso non appare essere propedeutico al vero inganno che si cela nella legge elettorale posta in approvazione dal governo. Certo, se la Meloni non avesse fatto introdurre l’emendamento sulle preferenze buona parte del parlamento avrebbe preso meglio in considerazione la riforma perché i cosiddetti onorevoli gradiscono tutti, di destra e di sinistra, un sistema di votazione che assicuri loro di non spendere molto denaro per la campagna elettorale e di essere rieletti senza patemi, quindi, senza l’esame delle preferenze. Con l’attuale sistema entrambe le eventualità sono quasi garantite dal momento che, per chi già è parlamentare, l’assicurarsi un posto privilegiato nel cosiddetto “listino” bloccato offre l’alta probabilità della rielezione senza spesa e rischio, come fu per la prima assunzione allo scranno parlamentare di Piero De Luca, non votato a Salerno, nell’uninominale, dove mise in gioco la sua faccia, ed eletto invece a Caserta quale capolista(ino) pure non conosciuto da nessuno. Su questo giornale l’onorevole Bicchielli ha sostenuto la necessità di contemperare democrazia e governabilità, superando l’instabilità politica cronica italiana e garantendo a chi vince le elezioni numeri certi per governare per cinque anni. Secondo Bicchielli, se la democrazia è assicurata dal voto libero dei cittadini (in realtà bloccato dai listini) la governabilità dovrebbe essere assicurata da un premio di maggioranza utile a consentire al partito o alla coalizione con un numero maggiore di voti di avere più parlamentari di quanto spettino in modo da poter governare con sicurezza per l’intero mandato. Appare però già strano che a proporre una legge elettorale che assicuri la governabilità sia la coalizione la quale, con l’attuale sistema, per quanto già perverso (v. i listini con i nomi bloccati) si è assicurato il più lungo tempo di governo. Non è la prima volta che si tenta di coniugare insieme la democrazia e la governabilità mediante un premio di maggioranza. Già Matteo Renzi ci provò con il suo “Italicum” che doveva sostituire il “Rosatellum” sostituto del “Porcellum” con poche differenze rispetto a quella attuale di Meloni. A proposito dell’elezione del presidente del consiglio, ad esempio, mentre la riforma attuale prevede il voto diretto esplicito del premier proposto dai partiti o dalle coalizioni (premierato), quella renziana richiedeva a tutti i partiti o raggruppamenti di disporre una lista con un proprio capolista che sarebbe poi divenuto premier qualora la stessa lista avesse vinto le elezioni. Naturalmente, un capo del governo eletto dal popolo non potrà essere fatto decadere per sostituirlo, in caso di sfiducia, con un altro componente della sua coalizione, tant’è che la riforma-Meloni prevede in tal caso il ritorno alle urne, e se una tale sostituzione sarebbe stata possibile con la riforma-Renzi, sul piano concreto chi avrebbe potuto subentrare al capo decaduto del proprio gruppo? Oltretutto nella riforma che avrebbe voluto Renzi si sarebbe superato il bicameralismo, con il senato inteso solo quale assemblea delle autonomie territoriali, tale da non interferire nella fiducia al governo, sì che, venuto meno il capo, quasi certamente non sarebbe stato eletto, dall’unica camera, un altro capo più debole. Quanto è molto simile tra le due riforme è l’introduzione di un premio di maggioranza per la lista vincente che, per la riforma Renzi, avesse superato il 40% dei consensi nei collegi uninominali a capolista unico dove i cittadini esprimevano una preferenza (in fondo un sistema bloccato) e, per la riforma Meloni il 42% nel voto di liste bloccate con elezioni proporzionali e soglia di sbarramento alle coalizioni e ai partiti. In entrambi i casi si è di fronte a due sistemi che privilegiano l’autoritarismo e non la democrazia. Che il premier sia eletto o che sia eletta una lista di cui il capo diviene premier poco importa, è lo stesso sistema, forse pure giusto se non vi fosse un premio di maggioranza tale da condurre il 40 o 42 per cento al 55% degli eletti. E poi, quale democrazia se non si può scegliere, essendo le liste bloccate, il proprio candidato, ma solo il partito che impone una sua graduatoria? E ancora, perché impedire con una soglia di sbarramento la rappresentatività dei pochi? In realtà una vera democrazia dovrebbe assicurare il ricambio dei rappresentanti, almeno quelli ai vertici, come è negli Usa e nella Russia di Putin, se non degli stessi parlamentari secondo la fu-proposta dei grillini. Né dovrebbero accettarsi i sotterfugi di allungare il ripetersi dei mandati come è stato nel caso di De Luca e, in Russia, di Putin. Infine, molti osservatori hanno messo in luce come con il Melonellum, la destra, e particolarmente FdI, se vincesse, con la maggioranza ampia determinata dal premio di maggioranza, avrebbe con certezza la possibilità di eleggere il Presidente della Repubblica e, anche se perdesse, con l’aggiunta dei grandi elettori delle Regioni, la possibilità di concorrere alla sua elezione, nella malcelata proposta di elevare alla più alta rappresentazione del paese il dichiarato fascista mussolininano Ignazio Benito Maria Larussa oggi presidente del senato. Oltre tali effetti collaterali della nuova legge elettorale non convince comunque la sventolata bandiera della necessità primaria di una stabilità dei governi. Ai cittadini, in definitiva, che i governi siano instabili importa meno della necessità di democrazia e, invece, destra e sinistra sembrano entrambe tese solo ad assicurarsi il potere, a riconfermare ad libitum i propri eletti in buona parte non meritevoli di fiducia e degli alti stipendi essendo spesso persino lestofanti.

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