Ogni segretario del Partito democratico condivide un paradossale destino: vincere il congresso e dal mattino dopo ritrovarsi in minoranza. In un partito così frastagliato da autodefinirsi «federazione», la vittoria non può che essere il frutto di un complesso quadro di alleanze tra le varie correnti. Una volta conquistata la maggioranza, però, ognuna di esse torna a perseguire i propri obiettivi e il segretario di turno si trova a doverle gestire, in un estenuante lavoro di puzzle diplomatici. Così si spiega il fatto che il Pd abbia cambiato 11 segretari in 19 anni di vita. Dovesse resistere fino al 2027 – ventesimo anniversario da quel 2007, quando tutto iniziò con la segreteria di Walter Veltroni -, Elly Schlein (in carica dal 2023) eguaglierebbe il record di Pier Luigi Bersani (2009-2013) e Matteo Renzi (2013-2017), gli unici a reggere il timone per un intero quadriennio. Sono durati molto meno tutti gli altri: Dario Franceschini (2009), i reggenti Guglielmo Epifani (2013) e Matteo Orfini (2017), Maurizio Martina (2018), Nicola Zingaretti (2019-2021) ed Enrico Letta (2021-2023). Da qui alle elezioni politiche, Schlein ha davanti una doppia sfida. Basterà per battere Giorgia Meloni?
Dal tracollo elettorale alla lotta contro i cacicchi
Prima donna alla guida del Nazareno, è partita in salita per via di due notevoli zavorre. La prima era lo stato comatoso del partito, devastato dalle elezioni del 2022 che hanno portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e incapace di reagire. La surreale tanatosi dem si è manifestata anche nel voto dei circoli che ha premiato Stefano Bonaccini, ottima persona e validissimo candidato, ma sostanzialmente in continuità con la linea di un partito che mai nella sua storia ha vinto un’elezione nazionale. È stato il voto delle Primarie ad affidare invece la complessa missione di rivitalizzare il degente alla giovane ex civatiana, che da subito si è scagliata contro i cacicchi che tenevano in ostaggio la baracca.

Il depotenziamento dell’area riformista
Quella di Schlein non è stata una rottamazione 2.0, ma una più fine opera di ricucitura, passata per delicate operazioni di realpolitik come gli accordi con i De Luca in Campania e, soprattutto, l’ingresso in maggioranza di Bonaccini, del quale peraltro Schlein era stata vice alla guida dell’Emilia-Romagna. La rottura del fronte di opposizione è stata decisiva nel depotenziare quell’area riformista che annovera esponenti di spicco come Lorenzo Guerini e il superstite Giorgio Gori, ma – non a caso – ha perso per strada figure quali Pina Picerno, Marianna Madia ed Elisabetta Gualmini.
I cattodem borbottano senza però arrivare allo strappo
Allontanando la benzina dal fuoco, si è resa meno pericolosa l’inquietudine dell’area cattolica, che costantemente borbotta, ma senza arrivare allo strappo. Le punzecchiature di Romano Prodi danno certamente fastidio (anche perché in passato era stato prodigo di elogi per la sua corregionale), ma non hanno prodotto danni irreparabili, almeno finora. Certo, aiuta anche il fatto che i cattodem siano a loro volta frastagliati in correnti interne: il divide et impera funziona sempre.

Il vero kingmaker di Elly è Dario Franceschini
I proverbi popolari insegnano a guardarsi più dagli amici che dai nemici e questo è particolarmente saggio se ci si avventura nel difficile mestiere di segretario del Pd. Sul tema, la segretaria pare cavarsela molto bene. Il suo vero kingmaker è Dario Franceschini, che da tempo aveva intuito come l’unica efficace cura ricostituente per i democratici potesse arrivare dalla papessa straniera, ai tempi nemmeno iscritta.

La svolta di Montepulciano: niente congresso anticipato
Un ruolo determinante è svolto da Chiara Braga, collegamento diretto tra Schlein e il leader di AreaDem. La corrente di Franceschini è il pivot intorno al quale il sostegno alla segretaria si è man mano allargato, fino alla svolta decisiva nella convention di Montepulciano di novembre 2025: i cospicui rinforzi alla sua maggioranza hanno convinto Schlein a rimettere nel cassetto l’ipotesi di un congresso anticipato, inizialmente formulata per mettere in un angolo i contestatori che erano già pronti a far ripartire il solito tafazziano tiro al piccione.

Sostenitori storici e nuove alleanze grazie alla nascita del “correntone”
Nella cerchia ristretta degli schleiniani DOC troviamo Francesco Boccia, Igor Taruffi, Marco Furfaro, Alessandro Zan, Chiara Gribaudo, Marta Bonafoni e Pierfrancesco Majorino, ma la posizione della segretaria non sarebbe così solida se non fosse per la nascita del “correntone” che ha federato le tre principali aree del partito.
Accanto alla nutrita truppa di Franceschini, sono arrivati i Dems di Andrea Orlando (con Antonio Misiani, Peppe Provenzano e Cristina Tajani) e gli ex Articolo Uno guidati da Roberto Speranza (Nico Stumpo, Arturo Scotto e Alfredo D’Attorre).
Una componente di sinistra molto marcata, nella quale si collocano trasversalmente anche i fedelissimi di Gianni Cuperlo e Barbara Pollastrini, che pure non avevano sostenuto Schlein al congresso.
Spostamento a sinistra nella logica della polarizzazione
Lo spostamento a sinistra del partito segue la logica della polarizzazione che ormai da anni caratterizza lo scenario politico. È un fatto storico che il Pd sia nato come compromesso tra due culture politiche ben distinte, i Democratici di sinistra (Ds) e La Margherita, ma è altrettanto oggettivo l’orientamento degli elettori, che al gusto delicato del rosé centrista paiono preferire il corposo vino rosso messo in tavola dalla segretaria in carica.
Operazioni identitarie: le tessere di partito e il controllo de l’Unità
Operazioni identitarie come il volto di Tina Anselmi sulle tessere 2026 e la trattativa per riprendere il controllo de l’Unità non sono velleità nostalgiche, ma rappresentano elementi di una strategia di posizionamento. Lo ha capito anche Enrico Letta, predecessore di Schlein, che pur non essendo strutturalmente in maggioranza colloca la sua corrente (Crea) in una posizione molto dialogante.

Lo stesso dicasi per il gruppo guidato da Piero Fassino: la sua Iniziativa democratica, nata da una costola di AreaDem, tiene insieme la storicità dei Ds con la vocazione riformista e la disponibilità al confronto. Non a caso l’ex parlamentare Patrizia Toia, che ha seguito questo percorso, oggi è vicinissima alla segretaria.
Le interconnessioni con Roma, Milano e Genova
Sono ottimi i rapporti tra Schlein e Nicola Zingaretti, tant’è che proprio il nome dell’ex presidente della Regione Lazio è stato messo sul tavolo per ereditare la vicepresidenza del parlamento europeo da Picerno.

Si muove invece in palese autonomia lo stratega Goffredo Bettini, in costante corrispondenza di amorosi sensi politici con Giuseppe Conte e il Movimento 5 stelle.

Restando nella Capitale, troviamo la corrente che fa riferimento al sindaco Roberto Gualtieri e che intrattiene rapporti a 360 gradi, da Franceschini ai civici, grazie anche all’impegno in prima persona di Alessandro Onorato, assessore nella giunta capitolina. Rispetto alle amministrazioni locali, il bouquet democratico va esteso a due sindaci non organici: Silvia Salis, trait d’union con i renziani e potenziale candidata al futuro congresso, e Beppe Sala, che dopo vari posizionamenti ha concordato con Schlein la candidatura al Senato.

Comunicazione ancora da migliorare: la sfida con Meloni
Ci sono ancora diversi aspetti sui quali lavorare, a partire dalla comunicazione. Oltre a qualche inciampo notevole (come l’uso improprio dell’immagine degli atleti di curling di Milano-Cortina), c’è anche da rivedere lo stile personale della segretaria: spesso appare troppo costruito, soprattutto nella gestualità, in contrasto con lo spontaneismo di Meloni. Anche se neppure la premier dorme sonni tranquilli, guardando i sondaggi che fanno aumentare la pericolosità dello scontro diretto con la sua rivale di (centro)sinistra, cioè appunto Schlein.

La figuraccia sull’emendamento delle preferenze è indicativo dello stato d’animo di una maggioranza che inizia ad avere paura – anche dopo il tonfo sul referendum – e fatica a controllare i suoi. Si mormora, peraltro, che l’esito del voto sia dipeso anche da una certa moral suasion nei confronti delle donne di centrodestra, basata sulla mancata tutela della parità di genere della quale Schlein è credibile alfiera. La strada è ancora lunga, ma pensando allo scenario catastrofico determinato dalle elezioni politiche 2022, già il fatto che il Pd sia vivo e vegeto rappresenta un successo dell’attuale gestione.
























