Le domande che faremmo a Vannacci per uscire dalla sua propaganda

Si assiste a un curioso comportamento da parte dei media nei confronti di Roberto Vannacci. Nei talk televisivi è quasi sempre uno scontro numericamente sbilanciato: uno contro due, o anche tre; l’altra sera, a In Onda, su La7, erano addirittura in quattro a dialogare con lui: i conduttori Marianna Aprile e Luca Telese oltre ai giornalisti Antonio Polito e Sara Menafra. Invariabilmente, da tutti questi confronti, il generalissimo esce vincente: come mai? Vincente per modo di dire: le banalità, gli errori (ha il vizio di citare sempre Marx e Gramsci e si sente che li ha orecchiati più che studiati), le approssimazioni e le semplificazioni non convincono chi le sa riconoscere.

Incanta solo chi scambia l’assertività con cui parla per competenza

Vannacci ha quella parlantina, quel metodo jukebox che sembra ti dia le risposte dopo aver inserito la moneta, che incanta chi scambia l’assertività con cui parla per competenza. L’unico competente, in effetti, appare lui perché i suoi interlocutori non si discostano dai “suoi” argomenti, che lui maneggia evidentemente con sicurezza, e le domande che gli fanno vertono invariabilmente su remigrazione, gender, negazione del femminicidio, sui suoi cavalli di battaglia insomma, che lo proteggono in una comfort zone dove lui sembra non vacillare mai, mentre i giornalisti che lo interrogano appaiono confusi.

Le domande che faremmo a Vannacci per uscire dalla sua propaganda
Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale (foto Ansa).

L’errore dei giornalisti: assecondarlo nelle sue ossessioni

Ormai sappiamo a memoria come la pensa il generale su quei temi e sappiamo anche che, nei faccia a faccia, chi gli pone domande ci tiene a far sapere che non approva il suo pensiero. Marianna Aprile ha aperto la lista chiedendogli: «Perché non chiama direttamente deportazione la remigrazione?». Una domanda prevenuta e sbagliata, servita su un piatto d’argento al generale che, naturalmente, aveva la risposta pronta. Eppure ce ne sarebbero di domande che potrebbero metterlo in crisi. Se solo i giornalisti si decidessero a non assecondarlo nelle sue ossessioni, per dimostrargli che sbaglia. Non sarebbe meglio smettere di giocare in casa sua?

Si potrebbe evitare, per esempio, di chiedergli cosa pensa dei clandestini e domandargli invece in che modo interessano a chi ha un mutuo da pagare i rimpatri che a lui stanno tanto a cuore; se l’emergenza è la remigrazione, come influisce questa sugli otto mesi in media che un cittadino deve attendere per una visita specialistica? Un’altra domanda potrebbe essere: va bene che l’omosessualità la spaventa, ma cosa farebbe per risolvere i problemi di chi ha un potere d’acquisto dimezzato rispetto a cinque anni fa?

Le domande che faremmo a Vannacci per uscire dalla sua propaganda
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).

Lei dice che vuole chiudere i centri sociali che sono covi di sovversivi, come pensa di affrontare il problema della sicurezza nelle città, con la destra – lo abbiamo visto in quattro anni di governo Meloni – che non sa che pesci pigliare e non ha fatto nulla? Lei ha fatto carriera nello Stato, pensione garantita: è favorevole a tagliare la spesa pubblica, a partire dallo stipendio dei generali?

Le domande che faremmo a Vannacci per uscire dalla sua propaganda
L’eurodeputato e presidente di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, in bicicletta a Sanremo (foto Ansa).

Parlateci dei ragazzi italiani che emigrano

I ragazzi italiani emigrano più di quanti clandestini arrivano: cosa farebbe per farli restare? Ok, la preoccupa l’educazione all’affettività nelle scuole, lo abbiamo capito, ma non sappiamo invece cosa farebbe per gli asili nido, che coprono un bambino su tre. I neri, ha tenuto a farci sapere, hanno la pelle come la nostra, li ha toccati quando viaggiava in metropolitana a Parigi, ma ci dica, generale Vannacci: qual è il suo programma per aumentare i salari degli italiani? Le sue battaglie culturali per praticare lo sport, per negare il termine “femminicidio” abbassano i prezzi del carrello della spesa?

Ha voluto specificare di non essere «un ragioniere»: facile così…

E così via, ce ne sarebbero altre cento. Vannacci vive di significanti, direbbe Jacques Lacan. Remigrazione, gender, sovversivi: parole che accendono, ma che, purtroppo, non pagano mutui e bollette. Se qualcuno gli facesse finalmente le domande giuste lo sposterebbe dal significante al significato, dai simboli ai numeri. È lì che il generale – che ha voluto specificare con puntiglio di non essere «un ragioniere», ma uno che dà un semplice «indirizzo politico» – cadrebbe miseramente. Smettendo finalmente di recitare le sue filastrocche imparate a memoria.