L’assemblea di Delfin di martedì 30 giugno non è una formalità. L’ordine del giorno mette in fila bilancio, innalzamento dei dividendi, richieste di uscita dei soci, aumento degli emolumenti del board e l’introduzione di un collegio di commissari. Ognuna di queste voci è una leva, e ognuna ha una soglia statutaria che ne decide l’esito. Questa è la griglia per leggere il voto, con i numeri che contano e cosa significa ciascun risultato.
Il bilancio: la soglia di sopravvivenza del sistema
Il primo punto è anche il più sottovalutato. L’approvazione del bilancio è ordinaria amministrazione in tempi normali, ma in un clima di guerra diventa un termometro. Una bocciatura del bilancio e della ripartizione degli utili è lo scenario che apre la china più ripida, fino all’ipotesi estrema di messa in liquidazione della holding evocata nelle ultime settimane. Da osservare se passa liscio o se qualcuno lo trasforma in terreno di scontro. Un bilancio che inciampa segnala che la frattura è andata oltre il punto di non ritorno.
I dividendi: la leva di cassa di Leonardo
Qui si gioca la liquidità, e va letto con una premessa. L’8 maggio l’assemblea aveva già deliberato di alzare il payout fino all’80 per cento degli utili, contro il 10 per cento ordinario, e su quella delibera Rocco Basilico ha depositato ricorso in Lussemburgo. Il voto del 30 vale quindi come conferma ed esecuzione. La soglia è la maggioranza dei due terzi, sei soci su otto. Il punto da seguire: con riserve sopra i 5,7 miliardi e una capacità di cedola intorno al miliardo e mezzo, un payout massimo è lo strumento con cui Leonardo fa cassa senza banche per servire il proprio debito. Un dividendo confermato all’80 per cento segnala un erede che gioca la sopravvivenza. Un blocco sui due terzi riaprirebbe la tensione di cassa, e il fronte che storicamente ha frenato i dividendi è quello dei tre che hanno accettato con beneficio d’inventario, Luca, Clemente e Paola. Con Luca e Paola oggi interessati a monetizzare, l’incognita vera resta Clemente.
Il collegio dei commissari: il test di forza su Talarico
Questa è la partita sulla governance, ed è il punto dove Marco Talarico diventa cartina di tornasole. La proposta porta tre nomi, con Talarico in testa, mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Il meccanismo da capire è quello degli osservatori previsto dallo statuto: l’assemblea può nominare fino a tre figure che siedono alle riunioni del board senza diritto di voto, e se un amministratore cessa la carica per qualsiasi motivo diverso dalla revoca, l’osservatore più alto in grado ne prende automaticamente il posto. Piazzare l’uomo di Leonardo dentro quel presidio significa pre-posizionarlo per cadere nel board nel momento in cui l’amministratore delegato di Delfin Romolo Bardin dovesse vacillare. Se la proposta passa, Leonardo e Francesco Milleri hanno segnato il punto più pesante contro l’attuale gestione. Se cade, il fronte della prudenza ha tenuto la soglia.
Le uscite e il buyback: la sconfitta ordinata, con tre trappole
Il buyback è l’esito che in queste ore prende quota, e va spiegato perché è una vittoria avvelenata per chiunque lo invochi. Lo statuto pone tre vincoli che ne cambiano la natura. Il riacquisto deve essere aperto a tutti i soci, e non solo a Luca e Paola, con conseguenze incontrollabili se altri decidono di uscire. Il prezzo di esercizio della prelazione, secondo le fonti vicine al dossier, andrebbe fissato intorno ai 6,5 miliardi a quota sul valore di Nav (Net asset value, il Valore patrimoniale netto), non i 5 pattuiti tra i fratelli. E il riacquisto di azioni proprie è ammesso solo nei limiti degli utili distribuibili, con le quote che finiscono in tesoreria senza voto né dividendo, oppure annullate con riduzione di capitale. In tutte le varianti la conseguenza è una sola: Leonardo non sale al 37,5 per cento e non diventa socio di riferimento. Da osservare se l’assemblea imbocca questa strada, perché è la sconfitta strategica di Leonardo in forma ordinata.
L’incognita: la legittimazione di Rocco
Il primo scontro è procedurale e si gioca prima ancora del merito. Dall’8 maggio è pendente in Lussemburgo, oltre a un giudizio italiano, il ricorso con cui Rocco contesta il trasferimento del 25 per cento alla newco Lmdv Fin: i suoi legali sostengono che, trattandosi di un soggetto terzo, servisse l’88 per cento, sette soci su otto, mentre la delibera passò con il 75 per cento, sei voti, contro lui e Claudio. La lettura di Delfin è opposta, perché Lmdv Fin sarebbe controllata da un socio già presente. Da seguire se Rocco viene ammesso al voto e con quali riserve, e se la sua proposta di vendere le partecipazioni con lo sconto del 25 per cento su EssilorLuxottica arriva al tavolo o viene respinta in via pregiudiziale. Un Rocco ammesso con riserva apre un fronte legale che durerà mesi e tiene ogni delibera sotto la spada di un’impugnazione.
Le crepe interne: Claudio e l’eventuale passo indietro di Milleri
Due figure dicono più di qualsiasi conta. Claudio Del Vecchio ha votato contro il trasferimento insieme a Rocco e alla vigilia del voto ha proposto un bonus straordinario per il lavoro del board, una mossa che fotografa la frattura. Se Claudio emerge come polo del fronte anti-Leonardo, gli equilibri cambiano più di qualsiasi dichiarazione. E poi c’è Milleri, il segnale che vale più di tutti. La sua alleanza con Leonardo è uno scambio: vota con lui perché gli serve il blocco di eredi allineato per il proprio legato. Si racconta che leggendo la lettera aperta di Leonardo su QN il presidente si sia molto rabbuiato, perché quel patto di fiducia non era mai stato messo in discussione. Qualunque passo indietro di Milleri, anche solo nei toni, è la spia che Leonardo è rimasto solo.
La pressione reale: titolo, banche, debito
Mentre in assemblea si vota, tre indicatori esterni misurano la pressione reale. Il titolo EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, intorno ai 166 euro: ogni ulteriore scivolone peggiora le garanzie sui prestiti personali di Leonardo e avvicina la chiamata a margine. Il pool bancario si è già assottigliato, con BNP Paribas sfilata e Lmdv a trattare con fondi come Apollo per costruire il prestito da 10-11 miliardi. E la coda di private debt al 14-16 per cento è la spia che la tensione di liquidità è già in corso: se quel filone si muove, lo stallo sta diventando spirale. Sono i segnali più silenziosi e i più affidabili.
La diagnosi: la prima mossa di Leonardo dopo il voto
Al netto delle dichiarazioni, la strategia vera si legge da cosa fa il giorno dopo. Se spinge sul dividendo massimo, punta alla sopravvivenza. Se rilancia sul buyout o torna a chiedere garanzie a Delfin, resta in modalità conquista e si scava la fossa. Se vira sulla vendita delle partecipazioni, ha accettato la logica di Rocco e cerca cassa a ogni costo. La guerra mediatica contro il board, va ricordato, è già cominciata il 19 giugno con la lettera aperta su QN, il giornale di cui è editore: il punto ora è se alza ancora il tiro o rientra.
Conquista o sopravvivenza: che partita sta giocando Leonardo?
La domanda che tiene insieme ogni segnale è una sola: Leonardo sta giocando la conquista o la sopravvivenza. Fino alla primavera erano la stessa cosa, perché comprare le quote dei fratelli significava anche rifinanziare il debito. Da oggi si separano. Un erede che “pivota” sulla liquidità, dividendo e riduzione dell’esposizione, ha capito la partita. Un erede che continua a spingere sul 37,5 per cento mentre il titolo scende e i creditori cari battono cassa sta correndo verso la margin call che Warren Buffett ha passato la vita a evitare. E sopra tutto resta il muro che il padre ha costruito: con l’unanimità richiesta per statuto, manager e operazioni straordinarie, ogni erede pesa per il suo 12,5 per cento. E nessuno vince da solo.
















