Al momento della nomina al ministero della Salute, c’era chi rassicurava: Orazio Schillaci sarà anche un tecnico, ma non è un battitore libero e soprattutto sa fare gioco di squadra. In quattro anni di governo Meloni però il ministro è apparso più volte isolato. Guardato con diffidenza dagli alleati di una coalizione di centrodestra che fatica a stare alle sue regole del gioco.

La guerra sfiorata e poi rientrata contro i medici di famiglia
L’ultimo segnale è arrivato con le polemiche che avevano bloccato momentaneamente la riforma sui medici di famiglia nelle case di comunità. Il testo proposto dal ministro era deflagrato in un nulla di fatto a causa della contrarietà dei partiti di maggioranza. Una mossa che, hanno spiegato a Lettera43 fonti tra le fila di Forza Italia, era stata compiuta con l’obiettivo di «dare avvio alle case di comunità senza però snaturare la figura dei medici di famiglia». In parole più schiette, per «evitare una guerra con la categoria».

Sostenuta, dopo lunghe trattative, dalla maggior parte delle Regioni, la riforma si era schiantata sul muro delle sigle di rappresentanza dei medici, partite all’attacco contro una proposta ritenuta calata dall’alto. Non solo. Nel mirino era finita la possibilità per i medici di famiglia, che generalmente esercitano previo accordo convenzionato con l’Asl, di diventare dipendenti del Sistema sanitario nazionale. Condizione che, secondo il loro parere, non teneva conto del rapporto fiduciario tra medici e pazienti.
Il ministro costretto al passo indietro e ad aprire il tavolo di confronto
Il niet della maggioranza, comunque, non è stato poi così improvviso. «Nel corso di questi mesi Forza Italia è stata protagonista della discussione», chiarisce un fedelissimo di Antonio Tajani, che parla di «interlocuzioni avvenute fra tutti». E così, dopo che «ne hanno ragionato anche i tre leader», Schillaci era stato costretto al passo indietro e ad aprire il tavolo di confronto, stavolta con la lobby dei medici, per cercare un nuovo accordo e dare avvio alle 1.700 strutture finanziate con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) entro la scadenza europea del 30 giugno. Nonostante lo sgambetto ricevuto, alla fine il ministro ha trovato la quadra, grazie a un’accelerata: nell’intesa è finito l’obbligo di lavorare fino a 6 ore settimanali, tra le 8 e le 20, con un compenso di 38,72 euro l’ora.
La commissione Nitag, quel pasticcio no vax e le dimissioni minacciate
Certo è che la freddezza nei rapporti con il resto del governo non è questione solo degli ultimi giorni. Nell’estate del 2025 Lettera43 aveva anticipato l’idea di dimissioni da parte del ministro, travolto dalle polemiche sull’inserimento di due medici no vax all’interno della commissione Nitag, il gruppo di consulenza sui vaccini, poi revocata appena 10 giorni dopo la nomina. In quell’occasione, secondo alcune indiscrezioni, si valutò addirittura un rimpasto di governo con l’entrata in campo di Arianna Meloni. Profezia mai avverata, anche se più volte la sorella della premier si è spesa sul tema della sanità, da ultimo nel recente convegno “Spazio Salute” a Cagliari.
Le frecciate al veleno di Salvini e Lollobrigida
Tornando al Nitag, quella decisione non concordata fece davvero indignare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nonché alcuni colleghi ministri. Primo fra tutti Matteo Salvini, che parlò di «qualcosa che non funziona» nel ministero della Salute. E poi il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che in un’intervista a Il Foglio disse, velenoso: «Ora gode di ampio consenso anche tra le opposizioni».

E pensare che era stato il dem Speranza ad anticiparne l’ascesa
Che Orazio Schillaci sia una figura apartitica non è in effetti un mistero. È stato scelto dalla premier per dare l’idea di un governo che su temi delicati come la Salute non guarda a logiche politiche, eppure ad anticipare l’ascesa del ministro fu il dem Roberto Speranza. Nel 2020 l’allora ministro della Salute del governo Conte II scelse il rettore dell’Università di Roma Tor Vergata come componente del comitato scientifico dell’Istituto superiore di sanità. Lo stesso Speranza che però ora ha giudicato, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, sbagliata l’iniziale scelta di Schillaci di non essersi seduto al tavolo con i medici di famiglia.

Dalla gaffe sui Parisi fino all’Oms, gli attacchi della sinistra
Insomma, anche da sinistra i colpi non mancano. E non sono di certo solo recenti. Si pensi, per esempio, al caso dell’errore commesso con la nomina in commissione antidoping del Nobel Giorgio Parisi al posto dell’omonimo rettore dell’Università di Roma Foro italico, Attilio Parisi. Una gaffe non passata inosservata e che ha alimentato l’immagine di uno Schillaci distratto e poco attento al suo ministero. O ancora alle critiche piovute dalle opposizioni per la mancata firma del nuovo regolamento sanitario dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Alle interviste preferisce i convegni pubblici
Degli attacchi e delle scaramucce, però, il titolare di Viale Ribotta non pare curarsene troppo. Sempre presente alle interrogazioni parlamentari, il ministro non ama intrattenersi troppo a parlare nei corridoi del Transatlantico. Alla buvette sembra prediligere gli uffici del ministero. Alle interviste – poche e per lo più volte a tranquillizzare i cittadini come per il caso Hantavirus – preferisce i convegni pubblici. Insomma, il suo lo fa. Anche quando non è poi così gradito.












